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Un'Isola
Scritto da Leo1962
Categoria: Narrativa - erotico/romantico
Scritto il 24/07/2018, Pubblicato il 24/07/2018 23.48.34, Ultima modifica il 24/07/2018 23.48.34
Codice testo: 2472018234833 | Letto 264 volte

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UN’ISOLA

“…il mondo è soltanto un’isola/e tu devi ritrovare….” (Alice –Un’isola)

Lei si chiamava Marinella. Viveva sul, nel misterioso Nord, in una grande metropoli fra le nebbie. I suoi genitori erano però originari della nostra Isola, e lei ne tradiva l’ascendenza dai capelli scuri e spessi e dal colore ambrato della pelle, anche se sfoggiava due splendenti occhi azzurri.
Un velo di crema protettiva, sotto un sole non “malato” come quello di oggi, ed un due giorni le veniva un tinta bronzea invidiata da molte turiste. Loro, o si scottavano….o restavano dignitosamente bianche.
Ora, dopo tutti questi anni, anch’io vivo al Nord, lontano dalla mia bella isola. Come per tanti giovani la scelta aveva dovuto essere fra un lavoro stagionale, malpagato, sotto lo sfruttamento dei padroni delle pizzerie e dei vari locali….o andarsene.
Feci concorsi, spedii currricula, e al culmine della sfiducia inviai un’ultima domanda ad un’assicurazione di Roma, per me allora ignota eppure strapotente: l’Assitalia, del possente gruppo allora statale dell’INA, un vero ministero delle assicurazioni, intoccabile e potente, dominato dai politici.
Quando arrivò la lettera d’assunzione non ci credetti nemmeno….
Sull’isola, e nei Comuni sulla terraferma antistante, in effetti avevo sentito che esistevano molte INA-Casa. Sull’isola…beh, si riducevano a tre palazzine per in totale di diciotto appartamenti. C’era chi li attribuiva alla influenza di un politico isolano, che fece carriera nella Capitale per ritirarsi a morire sulla sua isola, e quivi sepolto nella monumentale tomba di famiglia.
Lassù al Nord, a suo tempo il padre di Marinella aveva vinto un concorso ed era diventato una piccola ma quotata eminenza statale, e già all’epoca dei fatti che vado a narrare, da anni girava in Alfa Romeo. Erano bei tempi: con un minimo impegno si potevano raggiungere anche risultati ragguardevoli. Io, sapendolo, mi ero sobbarcato di prendere ogni mattino il battello delle 07,30 per andare in Città, sulla costa, a studiare malvolentieri ma con decisa testardaggine per un diploma da ragioniere: esso mi sarebbe, come visto, effettivamente poi molto utile.
Quando non studiavo, stavo al bar giù alla marina, a guardare gli ultimi anzianissimi pescatori, rugosi e cotti da sole e dalla salsedine, che lavoricchiavano attorno alle barche o alle reti. Mettevamo cento lire nel juke box, validi per due dischi. Andava di matto la disco music, con Donna Summer, i Bee Gees con la loro formidabile colonna sonora de “La Febbre del Sabato Sera”, e poi “Ti Amo” di Tozzi, “Compagno di Scuola” di Venditti e “Rimmel di De Gregori.
Succhiavamo bibite e parlavamo dei nostri sogni: la moto, un vero stereo, o quegli stivali Camperos visti in un negozio del paese.
Anche la Città, laggiù sulla costa, era un argomento molto gettonato. Eravamo giovani ed essenzialmente, non per nostra colpa ma per l’età ancora verde, stupidi: non capivamo il vantaggio della tranquillità isolana (almeno quando non c’erano turisti) rispetto al bordellone delle Città, che ci appariva gravida di promesse.
Non avevamo tutti i torti stante come ho detto la nostra verde età. In Città c’era la politica, c’erano le ragazze “facili” (sull’isola il solo parlare ad una impegnava a fidanzarsi: eravamo 100 anni addietro!). In Città c’era fermento, qui da noi la noia di ritmi secolari interrotti solo dall’arrivo dei turisti estivi.
Però l’isola piaceva, soprattutto ai forestieri che vi trasferivano la loro residenza fissa. Ciò lo testimoniavano le nelle ville in ardita e ariosa architettura anni ’60, incastonate fra le rocce, a picco sul mare…..ed anche di quelle parlavamo, della bella gente che le frequentava. Io ero invidiato dai perdigiorno del bar perché essendo amico di tali M. ed R., figli di due abbienti piovuti qui dal continente, ero il privilegiato invitato alle feste che si tenevano nelle taverne, sulle terrazze a picco sul mare, attorno alle piscine nei parchi di queste misteriose ville. A quanto pare, mentre noi volevamo fuggire, ad altri il nostro scoglio piaceva.
Va da sé che Marinella andasse pure lei a tali feste o raduni di bella e fortunata gente. Io del resto potevo figurare degnamente: ero una privilegiato, dato che mio padre era il Maresciallo della locale stazione dei Carabinieri, quindi una delle personalità dell’Isola. Era lui, seppi poi, che aveva mosso chissà quali misteriose ruote per sistemarmi in un allora potentissimo ente finanziario di Stato.
Marinella veniva lasciata sull’Isola alla fin delle scuole, a casa della nonna, e poi prelevata dai genitori a fine Agosto. Vane le prediche dell’antenata, ancora vestita a lutto e ricolma di rosari e catenine con Santi e Madonne: lei, ragazza della Metropoli, faceva quel che voleva. Lei era si si sentiva anima metropolitana, e lo si notava dalla sua disinvoltura e dalla sua apertura mentale. Inutile dire che fosse di diritto, per la provenienza, per la sua bellezza e per la sua personalità e libertà mentale mille avanti alle ragazze dell’isola, invitata d’obbligo alle feste ed alle grigliate in giardino.
Le ragazze dell’isola, le varie Maria Assunta, Maria Catena, Maria Immacolata eccetera, la invidiavano ferocemente. Come detto, almeno un buon 70% di loro era ancora vincolata dalla famiglia ad un’esistenza da 19° secolo: uscire poco, non parlare troppo coi “guaglioni” per poi doverne scegliere uno che piacesse alla famiglia, fidanzarsi, sposarsi ed in poco trasformarsi nelle anonime e poco curate, trascurate ed insoddisfatte, pettegole paesane perennemente incinte.
Il restante 30% aveva invece, merito di famiglie un poco più aperte per via del contatto coi turisti, qualche speranza di venire invitate a quei misteriosi e favoleggiati party nelle ville dei “cittadini”, venendo a contratto con il mondo esterno all’isola portato quaggiù da questi fuggiaschi dal caos e dal cemento.
Io vivevo in una casermetta ricostruita una quindicina d’anni prima su di un precedente sito già borbonico. A parte la vistosa recinzione con le scritte “zona militare”, era una normale palazzina moderna. Io ero amico dei pochi militari presenti. Essi alloggiavano nei primi due piani, noi all’ultimo e dal cui terrazzo vedevo la bianca casa della nonna di Marinella.
Conobbi la ragazza ad una delle summenzionate feste data nella villa di uno che si sussurrava essere un “boss” del Continente, Per quanto mio padre mi ammonisse di non frequentare “spostati e delinquenti”, ciò valeva per gli ubriaconi, gli attaccabrighe da bar, i borseggiatori e scippatori di turisti….i ladri di polli insomma. Nelle ville, “salva prova contraria”, c’era per definizione solo “gente a posto”….ed esponenti tutti della Dc, guarda caso sull’Isola “il partito” per antonomasia.
Tra me e Marinella c’era un abisso culturale, e non parlo di quella scolastica soltanto, notevole, anche se ovviamente io mi consideravo “moderno” rispetto alla media degli isolani. Eppure l’ambiente di provenienza pesava parecchio, anche fra noi, ma essendo come detto più vicino ad un ragazzo di città che ad un mio compaesano, successe non so come che cominciassimo ad uscire da soli. Così, come una sfera messa su un piano inclinato fatalmente inizia a rotolare, ci scambiammo su due foglietti i numeri di telefono. Mi ricordo il tono stizzito della nonna che giudicava “sconvenienti” questa frequentazione, fuori dai suoi canoni risalenti ai Re Savoia.
Fu attraverso Marinella che scoprii quanto la mia isola fosse effettivamente bella, cosa che avevo sempre dato per scontato ma mai interiorizzato. Ciò a causa delle lunghe passeggiate anche in luoghi ove non ero mai stato. E durante queste gitarelle, fra un sogno o l’altro – il motorino, che lei in Metropoli comunque aveva, o lo stereo – si parlava di argomenti più impegnativi: lei citava le migliaia di ragazzi della sua grande città che vivevano in periferie popolose, popolari e pericolose, delle manifestazioni operaie e studentesche che invadevano per km i lunghissimi viali e riempivano le ampie piazze. Anche ame, in terraferma, ea capitato in città di assistere a qualche sparuta manifestazione studentesca ed a qualche corteo di scioperanti dei cantieri navali. Ma poi rientravo nell’Isola, apparentemente immobile sotto la cappa di usanze millenarie, a sentire mio padre invocare gridando contro la Tv (uno dei primi Tv color, anche se di trasmissioni a colori non ce n’erano, in pratica) “i carrarmati, come a Praga”.
E fra un discorso e l’altro lei mi faceva notare, nelle passeggiate serali che causavano in sua nonna delle vere crisi isteriche (“ma che vai a fare, la bòttana, a uscire la sera così?”), il cielo pieno di stelle, il profilo più scuro delle rocce contro di esso, e il mare che definiva “un velluto nero”.
E diciamo che fra una cosa e l’altra ci scappò il primo bacio. Ne sarebbero seguito ancora, ed anche qualcosa di più. Ci davamo appuntamento anche, sfacciatamente, a casa di “Re Borbone” come lei chiamava la nonna. Approfittavamo delle sue molte uscite alle varie messe dove pregava per l’anima perduta di quella “sciagurata nipote mia” e per la propria, ovviamente. Ed ovviamente noi approfittavamo per andare a toccare il Paradiso a casa sua….a ciascuno il suo, no?
Adatti ai nostri incontri si dimostrarono la torre “saracena, che poi era normanno-sveva, ed i bunker della 2^ Guerra Mondiale mai usati ed abbandonati a se stessi. C’erano le spiaggette, con certi angolini riservati, fra dune e scarna vegetazione. Io andavo in estasi per la sua pelle liscia e vellutata ed i suoi capelli morbidi come la seta.
E le passeggiate, per ogni viuzza che scovavamo, con un bacio ogni venti passi. Per non menzionare poi le feste: finiti i brani “disco”, dove non mi mostravo poi un gran ballerino, quel “mannaggia” di M. iniziava con una interminabile serie di galeotti “lenti”, e si finiva come Dio voleva su divani sofà ed altri appoggi comodi e morbidi.
Al di là dell’aspetto fisico, mi piaceva il suo parlare con disinvoltura di ogni argomento, col suo veloce eloquio da settentrionale, il discettare su ogni cosa, che contrastava con la nostra millenaria apatia, la parlata lenta e strascicata manco le parole pesassero: poi ci si chiede perché siamo sempre “indietro”.
Avrei poi, tanti anni dopo, conosciuta molta gente così una volta trasferito per lavoro al Nord . Ma lei ovviamente quel qualcosa in più, che men fece innamorare.
Con lei non mi facevo illusioni, ed evitai di cadere nel banale (e nel patetico) facendo domande o avanzando proposte inopportune. A parte che eravamo giovani per affrontare certi temi, lei nella lontanissima Metropoli aveva una vita diversa, fra mille amici ambosessi, e pensare che lei mi rimanesse “fedele “ fino a lontane ed improbabili nozze era pura follia, e sarebbe stato palesare me stesso come un altro retrogrado isolano fermo a cento anni fa.
Sapevo anche che in quegli anni di “rivoluzione sessuale”, per i giovani era quasi un dovere “politico” il cambiare frequentemente partner, ed avere mille storie prima di prendere la (eventuale) decisione definitiva era normale.
Arrivò, inesorabile, la fine della scuola e dell’adolescenza. La “potenza” di mio padre, che al di là dei canonici scontri figli adolescenti/genitori mi voleva bene, mi evitò la naja. “Un anno buttato via”…”per come poi la facciamo noi, non si impara nulla..”.
Iniziò così per me la ricerca di un lavoro: mica mi si era risparmiata la leva militare per farmi poltrire a casa, eh no!!
Marinella mi disse un giorno, fra le lacrime, che non sarebbe più scesa nell’Isola ogni estate, e spesso anche a Natale o Pasqua. Il motivo era chiaro: le campane della collegiata suonarono a lutto, ed il nero carro funebre accompagnò “Re Borbone”, la retrograda ed acida, nonché anzianissima nonna di Marinella, al cimitero. Un male incurabile sorto in pochi mesi con eccezionale virulenza e rapido nell’uccidere.
Dopo vari tentennamenti, il padre della ragazza aveva risolto di vendere la casa sul mare, in bilico sugli scogli, e di orientare le future vacanze verso lidi più prossimi alla Metropoli. Marinella intanto non era più così giovane da doverla affidare ancora a qualcuno: anzi, s’era già permessa un paio di vacanze autonome con gli amici, ed una volta tornò ancora all’Isola.
Fu allora che la affrontai, ovviamente con garbo (ci mancava altro!). E adesso, la interrogai su questo punto, circa il nostro rapporto…. Era la fine, disse sconsolata lei. Questa parola cadde come una pietra sulle nostre passeggiate romantiche, i momenti intimi, i nostri discorsi, le fughe da “RE Borbone”….
Potei solo mormorare, con la gola stretta dalle lacrime….<<…ti prego, resta….>>, sfiorandole la pelle.
<<….E come faccio? Sono mille kilometri!...>>

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