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LA BARRIERA DI VETRO
Scritto da Bondorello
Categoria: Altro
Scritto il 25/11/2009, Pubblicato il 25/11/2009, Ultima modifica il 09/12/2009
Codice testo: 2511200991520 | Letto 3530 volte

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Nota dell'autore Bondorello:
LA BARRIERA DI VETRO

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LA BARRIERA DI VETRO

   Odio queste feste. Sono solo un modo come un altro per tentare di socializzare l’un l’altro, un ripiego per dirsi e ridirsi sempre le stesse cose.  E li sento ridere al di là di questa esile porta, l’unica barriera posta tra me e quello squallido agglomerato di persone insignificanti.
   Mi guardo allo specchio. Ho gli occhi lucidi e arrossati ma non sono ancora così ubriaco da non sentire le loro voci...

   “Perché state ridendo tutti?”
   “E’ per Matteo, Elena.”
   “E perché Mara?”
   “Si è chiuso in bagno da almeno mezz’ora e non vuole più uscire.”

   Qualcuno bussa alla porta, e lo fa così forte che sembra quasi volerla in qualche modo sfondare. Io chiudo gli occhi e resto fermo.

    “Lo vedi? Io ‘busso’ e lui non risponde.”
    “Oh, lo sai com’è fatto, Carlo. Se vuole stare da solo, faccia pure, tanto ha trovato il posto che si merita. Perché invece non prepariamo il narghilé?”
    “Ma Monica... non sarebbe meglio una canna?”.
    “Oh, di quelle ce ne fumiamo già così tante. Cambiamo un po’ dai.”
    “Ok, vada per il narghilé. Ma che sia bello forte.”
    “Sicuro. Metteremo nell’acqua qualcosa di alcolico, non preoccuparti.”
    “Matteo, vuoi unirti a noi o vuoi stare chiuso lì dentro per tutta la sera?”

   Continuo a non rispondere.

   “Che tipo strano. Ragazzi, qualcuno vuole bere qualcosa mentre lo prepariamo?”
   “Io. Un aperitivo è quello che mi ci vuole.”
   “No, Andrea, dai. La serata è appena iniziata. Avremo tempo dopo per sballarci.”
   “Ok. Vada per una coca allora.”
   “Qualcuno vada in cucina a prendere delle patatine e dei salatini, per favore...”

   Riapro gli occhi e mi guardo nuovamente allo specchio, senza smettere di chiedermi perché ho deciso di venire qui.  “Tentativo di socializzare” afferma una parte di me, ma io non sono mai stato di compagnia ed ormai dovrei saperlo molto bene. Sono sempre stato grasso, tanto che da piccolo buona parte dei miei compagni di scuola mi chiamava ‘Bombolo’, ‘Ciccio Ciccione’ e chissà cos’altro; una volta mi ero proposto come portiere della squadra di pallamano, e qualcuno mi aveva ironicamente  risposto che poteva essere una buona idea, dal momento che ero talmente grosso da poter occupare tutta la porta. Poi, un anno più tardi, era arrivato da non so dove un’altro ragazzo grasso quasi quanto me. Fu un sollievo, perché da quel momento in poi le critiche e i dispetti si dimezzarono: metà a me, metà a lui.

   “E piantala!”
   “Dai, Mara, non fare così.”.
   “Adesso non ho voglia, Luca. Magari più tardi.”
  “No, dai, adesso. Tanto sono andati tutti  in cucina.”
  “Oh mamma mia: ma è possibile che sei sempre così assatanato?”
  “Sì, brava, abbassami la cerniera...”

    Dalle ombre riflesse sul vetro della porta posso praticamente ‘vedere’ quello che quei due stanno facendo. E, a giudicare dai gemiti di Luca, è chiaro che Mara sta ‘lavorando’ veramente bene, proprio come nel loro ufficio, tra una pausa e l’altra.
    Io invece questa mattina in ufficio non ci sono proprio andato. Ho inventato la classica scusa dell’influenza e, piuttosto soddisfatto all’idea di stare almeno per un giorno lontano dai pettegolezzi delle colleghe, mi sono fatto una doccia e mi sono masturbato. Ho indossato un accappatoio e mi sono preparato la colazione (fiocchi di mais e latte caldo). Mi sono poi vestito e sono uscito fuori per fare una passeggiata. Al mio rientro, ho guardato fuori dalla finestra il cielo nuvoloso e mi sono chiesto che cosa avrei fatto se avesse iniziato a piovere. Ho attraversato lentamente ciascuna delle stanze esaminando con attenzione tutto quello che mi è capitato a tiro e poi, stanco ed assonnato, mi sono rimesso a letto nel vano tentativo di addormentarmi.
    Già, perché di notte dormo poco o nulla. E ancor meno di giorno. Da quando mia moglie è morta non sono più lo stesso. Quella sera si era seduta sul bordo della vasca e mi aveva passato una mano sui peli bagnati del petto.
    “La sai la novità?” mi aveva detto. “Ho trovato un lavoro. Cassiera.”

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