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L'asino
Scritto da athos
Categoria: Altro
Scritto il 26/10/2017, Pubblicato il 26/10/2017, Ultima modifica il 26/10/2017
Codice testo: 26102017161734 | Letto 338 volte

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Nota dell'autore athos:
Un ragazzino sbadato, la leggerezza di un gesto, un ricordo che rimarrà impresso per sempre nella sua ancor giovane memoria

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L’asino

“OGGI CHIUSO” Questo piccolo cartello pose fine alle speranze dei due gemelli Gender. A scuola i compagni di classe li avevano già avvertiti che il campo di calcio sarebbe stato chiuso per una settimana. Il custode aveva dovuto prendere un periodo di malattia per una pallonata ricevuta sul naso. Nulla di grave, solo una botta che gli precludeva il giusto equilibrio. Si ritrovarono in tre davanti a quel cancello sbarrato, i due gemelli e Geremia. Quest’ultimo era un ragazzetto di quattordici anni, biondo e dinoccolato, con un naso importante. Non era un bravo calciatore anzi, non lo era per niente. Studioso quanto bastava, s’intravedeva in lui un fine intellettuale, di quelli con una logica spiazzante, trasversale, e anche i professori non capivano perché avesse una visione del mondo così particolare. I due gemelli Gender, invece, non si assomigliavano per nulla. Maurizio era alto e atletico, felino nelle mosse. E cat¬tivo, un autentico duro. I compagni lo tenevano a distanza o, nella peggiore delle ipotesi, cercavano di farselo amico. Felice, l’altro, era quasi all’esatto opposto. Non molto alto, grasso, bonario e giocherel¬lone. Ogni ragazzo era amico di Felice, del suo sguardo amichevole e della sua vocina quasi stridula, che contrastava con la mole robusta del suo corpo.

Si ritrovarono solo loro tre.

“Dio santo, non ci voleva.” Imprecò Maurizio.
“Dai, non fa nulla, tra una settimana giochiamo.” gli rispose il gemello.
Maurizio lo guardò torvo.
Geremia in quel lasso di tempo rimase in silenzio a fumare. Sembrava essere di un altro pianeta e lì era presente solo con il corpo, il resto era stato smarrito in qualche viaggio immaginario. “Cosa gli è successo a Franco?” chiese Maurizio.
“Ha preso una pallonata sul naso e da quel momento non riesce a stare in piedi per più di venti secondi, poi si deve sedere e appoggiare la schiena. Gli ha tirato un bel tiro Lentardi.” Gli rispose Geremia. Nonostante non giocasse a pallone, gli piaceva andare a vedere i compagni allenarsi. Si presentava sempre vestito come un damerino e le scarpe, di un bel camoscio beige quasi bianco, rimanevano sempre linde e vergini, anche quando pioveva e il fango occupava gran parte della viuzza per accedere alla panchina. Era sempre stata un mistero questa purezza degli stivaletti e Geremia ne andava orgoglioso, gridando e spingendo chi gli si avvicinava o addirittura tentava di infangargli queste preziose estremità.
“Che facciamo ragazzi? Si va in giro un po’ in bici?” La giornata settembrina era ancora calda.
“Geremia, non rompere i coglioni e vai a casa. Non c’è trippa per gatti, oggi.” Gli rispose Maurizio.
“Ok, ok, siamo nervosi. Avresti voglia di giocare a pallone ma non puoi. Impara ad aspettare il tuo turno. Dovresti imparare dalla Francy, che…”
“Geremia, vaffanculo. Vaffanculo e vaffanculo.”
I due ragazzi non si sopportavano.
Felice era seduto su un cumulo di terra e osservava muto la scena. Geremia sbuffò e si accese un’altra sigaretta. In piedi, sbuffando fumo con la bocca a culo di gallina, sembrava un poeta francese dell’ottocento.
“Imbecille, guarda che sta prendendo fuoco la sterpaglia.” Gli gridò Maurizio.
Felice e Geremia si guardarono, e si voltarono verso quest’ultimo.
Il cerino usato da Geremia era finito su piccolo rovo reso giallastro dalla arsura di quella estate. La pianta subito aveva preso fuoco. La siccità dei mesi precedenti aveva seccato tutto intorno al campo sportivo, e Geremia, come i bambini colti in errore, reagì alzando le spalle, fregandosene dell’avvertimento.
Felice, messosi in piedi, gli gridò dietro.
Il fuoco ormai aveva avviluppato quel piccolo rovo e si stava propagando intorno.
Geremia si spaventò e corse verso l’incendio. Ci saltò sopra con veemenza, con le sue scarpe candide e a punta. Impaurito, prese il giubbetto di renna e lo usò a mò di coperta. Saltava da un punto all’altro, con i piedi e con il giubbetto. Anche gli altri corsero lì, e cominciarono a saltare e a sputare. Felice prese della terra e la lanciò inutilmente sulle fiamme. Come impazziti, cercavano di arginare l’incendio. Geremia, sudatissimo e rosso in faccia, cominciò ad ansimare. Respirava a fatica perché non era abituato ai grandi sforzi. Si girò verso il portone per cercare dell’acqua. Sperava di trovare un qualsiasi tubo di gomma, magari utilizzato per bagnare il campo. Ma nulla, dietro di loro solo il muro di cinta e il cancello con quel maledetto cartello.

Davanti a loro il bosco e quel fuoco che divampava sempre più. Si guardarono in faccia, stanchi e sudati, inermi al cospetto del crepitare delle fiamme.

“Sei stato tu.” Gli disse Felice. Geremia sentì l’accusa del più buono dei due gemelli come un ago che gli si conficcava nel costato e lo trapassava da parte e parte. Non disse nulla. Il giubbetto era ormai mezzo bruciato e le scarpe erano sporche della merda che aveva calpestato nel tentativo di spegnere il fuoco. Le guardò e si mise a piangere. Si guardava in giro, smarrito e indifeso, mentre il calore cominciava a farsi sentire.
I tre si guardarono in faccia, e senza dirsi nulla corsero verso le biciclette. Una volta sulla stradina, cominciarono a pedalare a più non posso. Dopo circa cinque minuti arrivarono sulla strada principale e, come se si fossero già messi d’accordo, presero strade diverse. Geremia svoltò a sinistra, attraversando la strada senza guardare. Fortunatamente in quel momento nessuna macchina passava e lui poté continuare la sua corsa. I due gemelli svoltarono a destra e di gran lena si allontanarono da quel posto. Dopo un po’ rallentarono, e videro lontano le fiamme alte che mandavano i lapilli verso il cielo. Tornarono a casa, si misero il pigiama e cominciarono a studiare. Non si mossero dai libri fino all’ora di cena.

Geremia era solo. Pedalava a tutta velocità e sentiva che le forze stavano per finire. La giornata di settembre era illuminata da un sole pallido, ma lui era tutto accaldato per lo sforzo. Nel monotono mulinare delle pedivelle si guardava le scarpe sporche, e sentiva una gran puzza di merda. Erano finite, erano arrivate alla fine dei loro giorni e lui non sapeva come avrebbe potuto spiegarlo a suo padre.

Dopo un quarto d’ora arrivò a casa. I suoi erano ancora al lavoro e lui si diresse subito in cantina. Si tolse le scarpe e aprì il rubinetto della lavanderia. Le mise sotto l’acqua e cominciò a pulirle. Prese una spazzola trovata sul pianale vicino alla lavatrice. Fregò con forza, gridando e piangendo. “Dai, dai, maledette.” In un primo momento sembrò che le scarpe stessero tornando alla loro antica purezza. “Daiiii, daiiii…” gridava come un invasato. Poi cadde in ginocchio e si sedette contro il muro. La spazzola gialla aveva grosse setole di plastica dura e le scarpe ora erano tutte rigate. Pianse fino alla disperazione nel vederle orribilmente mutilate nel vellutato camoscio che le ricopriva. Ora sembravano stiva¬letti da vachero, macchiati e duri, gli mancavano solo gli speroni.

Geremia non cedette allo sconforto, perché pensava di avere sette vite. Avrebbe cercato una scusa con i suoi genitori. Sapeva che avrebbe dovuto fare l’attore, interpretare un ragazzetto che, spaventato alla visione di qualche piccola macchia, aveva cercato di pulire e così facendo aveva combinato un bel guaio. Avrebbe dovuto essere pronto nel simulare l’angoscia che aveva provato pochi minuti prima. Doveva guardare negli occhi i genitori, sì, lo sguardo innocente di un povero disgraziato che ha commesso l’errore e cerca perdono. Senza chiederlo però, avrebbe dovuto essere una cosa naturale. Per quanto concerneva il giubbetto, era più semplice, avrebbe detto che glielo avevano rubato.
Si accese una sigaretta e gettò il cerino nello scarico del lavello. A piedi nudi, con le calzette azzurre a far bella mostra, sorrise e cominciò a pensare all’incendio. Era stata una giornata disastrosa e, per il momento, nessuno lo sapeva. Doveva studiare tutti i piani prima che tutto il mondo ne fosse venuto a conoscenza e lui l’avrebbe cercato di sfangarla. “Domani sarà un altro giorno!” gridò a voce alta nella lavanderia e tutto rimbombò.

Ora non sapeva che fare. Non poteva rimanere fermo ad aspettare. Si rimise gli stivaletti modello vachero e riprese la bicicletta. Uscì a testa bassa per non dover incrociare lo sguardo con nessuno e ritornò sulla strada principale. Cominciò a pedalare di buona lena, come impazzito, con il sudore negli occhi, con lo sguardo fisso verso le campagne poco distanti.
In dieci minuti percorse quasi tutto il tragitto fino al campo sportivo. E vide le fiamme, e udì il rumore silenzioso del fuoco che ingoiava il bosco.
Proseguì e incontrò un signore che conosceva di vista.
“Che è successo?” chiese con il cuore in gola.

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