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Stupratore occasionale
Scritto da vecchioautore
Categoria: Narrativa - giallo/noir
Scritto il 26/10/2018, Pubblicato il 26/10/2018 22.05.40, Ultima modifica il 26/10/2018 22.05.40
Codice testo: 2610201822540 | Letto 111 volte

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Nota dell'autore vecchioautore:
Un uomo di successo, tutto lavoro e famiglia, combatte contro il suo io malato. Buona lettura.

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Stupratore occasionale

«Mi sembra un sogno… non finirò mai di ringraziarti. Ti sarò eternamente grata» diceva una commossa Gabriella, abbracciando Aldo.
«Mi sono speso, sai, per farti avere il posto da direttrice di filiale…» ribadì il concetto Aldo, tamburellando con la penna sopra ai fogli. «Ora manca solo la mia firma.» Indicò il divano in pelle nera nell’angolo dell’ufficio. «Sediamoci un attimo» aggiunse alzandosi dalla scrivania.
Gabriella tentennò, osservandolo con sguardo fra il timoroso e l’interrogativo.
Aldo le prese la mano. «Non avere paura» la rassicurò con tono e sguardo da lupo affamato.
In quel preciso istante nella mente di Gabriella scorsero le immagini delle battute a sfondo sessuale scambiate con il potente dirigente dell’istituto bancario nel corso di tre lunghi anni di lavoro gomito a gomito. E allora comprese che, quello che per lei era sempre e solo stato un divertente e stuzzicante gioco delle parti, per Aldo lo era stato, forse solo all’inizio. «Ti prego, Aldo… non lo fare… non voglio» lo implorò con voce tremula.
«Non vuoi, cosa?» domandò sorpreso Aldo. «Avanti, siediti!» aggiunse imperioso, trascinandola verso il divano.
«Potrebbe entrare qualcuno» provò a giustificarsi timidamente.
«Non dire cazzate!» proruppe Aldo lasciandole la mano. «Lo sai benissimo che ho chiuso l’ufficio a chiave e ho dato ordine di non disturbarci!»
Gabriella si limitò ad abbassare lo sguardo.
Aldo sbuffò, indicò la scrivania. «Senti, Gabriella… manca solo una firma; la mia, su quelle carte. Ora, se come hai detto: mi sarai eternamente grata. Dimostrami la tua gratitudine... Ti sto chiedendo solamente di concludere quello che desideriamo entrambi da un bel po’.»
Gabriella sgranò gli occhi stupefatta. «Desiderato cosa… non comprendo… forse hai mal interpretato…» biascicò.
«Non trattarmi come uno stupido!» la interruppe alterandosi. «Ho interpretato benissimo i segnali che mi mandavi.» Si tacque un attimo, giusto il tempo per recuperare un tono pacato e proseguì: «A meno che… non ti stessi prendendo gioco di me, quando ci dicevamo quello che avremmo voluto fare. La qual cosa potrebbe mutare irrimediabilmente il mio giudizio, sino a spingermi a non mettere la mia firma su quel benedetto foglio. Cerca di capirmi, non lo farei per un fatto personale; ma bensì perché tradirei i miei principi, autorizzando la promozione di una persona verso cui nutrirei soltanto disistima.» Alzò un sopracciglio e le domandò: «E’ così? Mi stavi prendendo in giro?»
«Ma no. Che vai pensando…» provò a interloquire Gabriella.
«E allora basta chiacchiere! Vieni qui!» sbottò lapidario interrompendola, battendo la mano sul divano dove si era nel frattempo accomodato.

Gabriella, seduta con la schiena dritta, rigida e fredda come un pezzo di ghiaccio, avrebbe voluto urlare mentre lui le accarezzava le cosce. Avrebbe voluto, ma non lo fece; travolta da una smodata ambizione di successo, consapevole che da quell’incontro sarebbe dipeso il suo futuro, soffocò una volta di più vergogne e timori in fondo all’animo e accettò supinamente, come aveva sempre fatto, le avances a sfondo sessuale del suo superiore. Solo che quella volta, a differenza delle precedenti, non si trattava di frasi più o meno esplicite, ma di mani sudaticce da lumacone che esploravano il suo corpo.
Ora quello che annusavano le sue narici non era più il gradevole aroma del dopobarba al sandalo; ma il ferino afrore di un rito selvaggio.
“Cinque minuti… devi resistere altri cinque minuti e poi sarà tutto finito” pensò chiudendo gli occhi stesa nuda sul divano, forzando lo schifo che provava sentendo il corpo caldo e sudato di Aldo adagiarsi sopra il suo.
«No! Non ce la faccio!» proruppe spingendolo via, mentre Aldo si apprestava a penetrarla.
«E’ no, bellezza! Ora non puoi tirarti indietro» ringhiò Aldo digrignando i denti, spingendola con la schiena contro il divano. Poi, tenendola ferma con il peso del proprio corpo, usando le mani le allargò le cosce e portò a compimento lo stupro.
Serrando palpebre e labbra, Gabriella sopportò l’afrore di quel corpo sudato che si muoveva eccitato sopra di lei, pregando che tutto finisse al più presto.

«Visto, non è stato poi ‘sto gran sacrificio, fare l’amore» commentò rivestendosi un soddisfatto Aldo.
«Fare l’amore?» si domandò con voce rotta, senza guardarlo, mentre si rivestiva dall’altro lato del divano. «Neanche: fare sesso, si potrebbe definire. Tecnicamente, quello che hai fatto si configurerebbe come stupro! Non ti vergognare di chiamare le tue sporche prestazioni con il loro giusto nome» aggiunse in tono schifato.
«Beh, non esagerare adesso…» fece Aldo sorridendo a mezza bocca, portandosi dietro la scrivania. «Se non gradisci che lo chiami fare l’amore, e nemmeno fare sesso…» appose la sua firma sul foglio e, mostrandolo a Gabriella, concluse sarcastico: «Chiameremo quello che abbiamo appena concluso: un contratto chiuso con piacevole soddisfazione da ambo le parti.»
«Piacevole un corno!» saltò su Gabriella incendiandosi in volto, avvicinando lo sguardo fiammeggiante a quello irridente di Aldo. «Tu ti devi far curare! Potenzialmente sei uno stupratore seriale… dammi retta: fatti vedere da un bravo psichiatra.»
Aldo la guardò allibito: una simile reazione non se la sarebbe certo aspettata. Riordinò le idee e replicò con il solito tono sarcastico: «Stupratore seriale, non mi sembra consono… caso mai: stupratore occasionale. Visto che è stata la prima, e temo anche l’ultima volta che mi adoprerò per aiutare un’amica.»
Gabriella piegò la bocca schifata. «Non esistono stupratori occasionali… ma solo luridi maiali» sentenzio, prima di avviarsi verso l’uscita.
«Allora non mi rimane che darti il benvenuto nel club dei maiali! Ora che sei una donna in carriera, sono lieto di comunicarti che sei ufficialmente entrata a far parte del nostro porcile.» Corrugando la fronte fece correre lo sguardo lungo il tubino nero e poi sulle lunghe e sottili gambe ambrate da fenicottero. «Non rammento il nome della femmina del maiale… potresti delucidarmi, Gabriella?» le domandò ghignando, sventolando il foglio che certificava la sua promozione a direttrice di filiale; il primo scalino per raggiungere l’Olimpo dell’alta finanza.
Gabriella, stringendo la maniglia della porta si voltò. «Si chiama… scrofa» rispose mestamente, trattenendo a stento le lacrime. Poi uscì sbattendo la porta.

Prendere una donna con la forza aveva, risvegliando la bestia sopita nel suo io, procurato ad Aldo un godimento diverso, strano ma molto piacevole. Un piacere da non potere sicuramente esplicitare con la propria moglie che, fra l’altro, era anche in dolce attesa del secondo pargolo. Così si acconciò a esercitarlo con professioniste del sesso, definiamolo estremo, che accettarono di fingersi stuprate. Ma nonostante le suddette interpretassero splendidamente la loro triste parte, non riuscirono certo a esprimere tutto l’orrore che porta seco un vero stupro. Consapevole che per loro, se non routine, quello sarebbe stato solo uno sporco lavoro che qualcuno, per la vile pecunia, lo doveva pur fare, il ripiego escogitato non lo soddisfece. E quello contribuì, dopo un paio di stupri o presunti tali a pagamento, a far sì che riuscisse a contenere la bestia scalpitante dentro il proprio recinto mentale; dandole in pasto solo fantasticherie su avvenenti ragazze incrociate per strada piuttosto che in ufficio o in qualche locale.

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Erano trascorsi ormai più di dieci lunghi anni, e il recinto mentale dentro il quale aveva rinchiuso il suo inconfessabile erotismo malato, pur con qualche preoccupante scricchiolio, era riuscito a contenere la scalpitante bestia.
Ora Aldo era un cinquantacinquenne soddisfatto della posizione sociale raggiunta. “Cosa desiderare di più dalla vita?” si domandò osservando con sguardo amorevole la figlia, Marisa, spegnere le dieci candeline sulla torta il giorno del suo compleanno. Figlia che, unitamente alla moglie quarantacinquenne, Susanna, e al figlio quindicenne, Arturo, era giunta a completare un quadro famigliare praticamente perfetto.

«E’ buio, c’è nebbia e fa pure freddo; faresti bene a rimandarla, la tua corsetta» lo consigliò l’apprensiva Susanna, osservando il parco dalla finestra dell’attico.

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