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ALLA PERIFERIA DEL BOOM
Scritto da doctor
Categoria: Narrativa
Scritto il 26/01/2018, Pubblicato il 26/01/2018, Ultima modifica il 26/01/2018
Codice testo: 261201894446 | Letto 186 volte

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ALLA PERIFERIA DEL BOOM


ALDO ZECCA



Veniva giù così, da Scarpatetti, come ogni mattina, le mani in tasca e quella canzone tra i denti, che trovava spazio tra la gomma americana e la nazionale senza filtro. “Non c’è più niente da fareee….è stato bello sognaree…”. Teneva la voce profonda, come Bobby Solo, e le braccia tese verso le scarselle, il passo ondeggianteancheggiante, alla Maurizio Arena povero ma bello.
Che fosse inverno o estate, cantava sempre quel motivo catastrofico, e forse anche lui pensava che no, non c’era più niente da fare, e che sì, era destinato a restare lì, in quella città di confine, accontentandosi di essere il bullo del quartiere vecchio e di vedere gli attori e i cantanti alla televisione, di sera, sul primo.
Passando da piazza Quadrivio si specchiava nella vetrata della macelleria Del Zoppo, allisciandosi i capelli indietro, le dita aperte come un pettinone, e tagliava attraverso i giardini Sassi, buttando sempre un’occhiata verso l’orologio del campanile.
Nei mesi caldi si sentiva più James Dean che d’inverno, perché i risvolti dei gins e quelli delle maniche corte della maglietta bianca lo facevano sembrare appena uscito da “Gioventù bruciata” e ringallendosi per questa parodia spostava il mozzicone verso l’angolo destro della bocca, fermandosi davanti ai vetri, i pollici nei passanti per la cintura s-cinturati, testa piegata, occhio semichiuso, (d’inverno collo del chiodo all’insù), molleggiamento da un piede all’altro (dentro le vecchie Adidas), e provava frasi truci tipo “Hai voglia di scherzare?.....”, “Hei, tu, ce l’hai con me?....”, “Occhei, ti aspetto all’angolo tra la quinta e la settima….”, “Regoliamo i conti fuori…..”. Se pronunciava questa minaccia, lo faceva con un lento spostamento della testa verso destra, fermandosi di profilo a sbirciare l’effetto hollywoodiano nel vetro, con lo spicchio finale dell’occhio sinistro.
In quei casi si sentiva pericolosissimo, e dopo una pausa studiata di tre, quattro secondi, riprendeva il cammino, lasciando l’omino dell’Antonetto mica più tanto sorridente, o, a seconda della vetrina, Gino Bramieri, col catino moplen tra le mani, piuttosto spaventato.
Lungo la via Trieste accelerava il passo, perché a furia di provini, prove e minacce, si erano fatte regolarmente le sette. Aveva ammaliato, affascinato ed impaurito tutti i personaggi dietro i vetri, e poteva alfine guadagnare la via Fiume soddisfatto per avere ricordato alla città chi era, lui.
Con una certa qual aria soddisfatta copriva le ultime centinaia di metri, come dentro a un film, praticamente convinto di essere James.
Tutto tronfio imboccava la via Chiavenna come se fosse il viale con le impronte delle mani dei divi per terra, e si può dire che in quel suo completo immedesimarsi nel personaggio ci fosse un vero professionismo, persino sprecato, visto che si esauriva in quelle pantomime.
“Alura? Svoda chi el lacc”.
No, non era Hollywood, e nemmeno in America.
Quello non era un set.
Anche quella mattina si trovava a Sondrio, Lombardia, Italia, e lui era un droghiere del premiato biscottificio Domeneghini, incaricato di portare il latte dalla stalla del padre alla sciura Gandossini, tacitamente incaricatasi a sua volta di ridestarlo impietosamente dai sogni di gloria, ogni mattina.
Imboccava deluso e con passo strascicato la via Caimi.
Lui era ancora e sempre il Palmiro Pelosi, detto Pelo, giovane dal bell’aspetto ma dagli orizzonti chiusi, aperti solo nella sua fantasia.

Correva l’anno 1965.

















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