Cari autori, stiamo riscontrando problemi con l'invio delle email dal sito. Al momento sono quindi sospesi gli invii email delle notifiche di commenti e testi. Nel caso non riceviate l'email di conferma di iscrizione, potete scrivere a staff@alidicarta.it per la conferma manuale.




Ultimi pubblicati  |  Ultimi modificati  | Cerca un testo | Archivio degli autori  | Ricevi il feed dei testi di Alidicarta.it  Feed Rss dei testiRegistrati come autore!

Il twitter degli autori

Caricamento twitter... (reload in caso di blocco)
Fai il login per twittare
mostra/nascondi twitter degli autori


La cosa giusta
Scritto da Simona Antares
Categoria: Altro
Scritto il 26/04/2015, Pubblicato il 26/04/2015, Ultima modifica il 22/05/2018 16.47.51
Codice testo: 264201515246 | Letto 350 volte

Attendere caricamento dei dati...(reload in caso di blocco)

Nota dell'autore Simona Antares:
La cosa giusta

1/1

Quando si svegliò quella mattina, gli sembrava che la testa stesse quasi per spaccarglisi in due dal dolore.Non sapeva perché quel battito forte e persistente stesse così a mettere a dura prova il suo gracile cranio.
Eppure, fin dai primi anni trascorsi alla facoltà di medicina all’Università Politecnico delle Marche ne aveva viste di cose così, come quando era andato a lavorare in quella clinica, ma quel dannato mal di testa lo minava nel corpo e nella mente come mai gli era accaduto prima.
Ormai erano anni che aveva scelto quella vita, una di quelle scelte che vanno fatte con un pizzico d’incoscienza da una parte perché avere a che fare con i malati di ogni tipo metterebbe a dura prova banche il più esperto dei medici, dall’altra perché sapeva di aver abbandonato per sempre la sua vita.
Il padre l’aveva messo in guardia, glielo aveva ripetuto più e più volte ma invano, lui era stato sempre un tipo risoluto, nonostante fosse all’apparenza pallido e di costituzione delicata.
Se ne era andato da casa all’età di diciotto anni; aveva scelto di cavarsela da solo, di abbandonare quella vita agiata che lo aveva soffocato per tutto quel tempo.
Suo padre era stato con lui molto affettuoso, ma conservatore e padrone, uno di quelli “vecchio stampo”; suo padre, il suo amato padre...sapeva che abbandonarlo sarebbe stata molto dura, tuttavia mai avrebbe immaginato di dover combattere contro il suo inconscio per così tanto tempo.
Sua madre non c’era più da tanti anni. Morta? Magari. Peggio, molto peggio, aveva avuto un terribile incidente.
Continuava a non darsi pace per quello che era successo quel giorno di metà Luglio, eppure sapeva che non aveva alcuna colpa per quello sfortunato destino che proprio quel giorno, proprio sua madre, proprio la moglie di suo padre, aveva cercato di portarla via per sempre.
Aveva cercato? O c’era riuscito? Difficile a dirsi, ormai erano quasi quindici anni che quella splendida donna giaceva su quel freddo letto. Un coma profondo, irreversibile, così avevano detto i medici; in verità avevano detto tante altre cose ma tutte parole per quello che all’epoca era poco più che un adolescente. Mai avrebbe immaginato che avrebbero poi acquistato un senso molti anni dopo.
Si era lasciato alle spalle il padre in lacrime. “Tornerò”, gli aveva detto. Sembrava così deciso e lo era.Arrivò in quella città di porto da solo, eppure non ebbe difficoltà ad abituarsi a quella strana sensazione di solitudine che un po’ accomuna tutte le città portuali.
L'aereo delle sedici atterro' a Falconara con pochi sussulti, un atterraggio perfetto, accompagnato dai soliti applausi. Non riusciva a capire perché quei chiassosi italiani applaudissero così dei piloti. Che diavolo avrebbero dovuto fare, schiantarsi? Sbagliare pista? Non seppe mai darsi una risposta.
Quella città era davvero strana, chiusa tra due promontori in una conca naturale come se fosse stata un neonato stretto in un abbraccio troppo vigoroso da parte della madre, ma nonostante ciò gli sembrò ai suoi occhi più viva che mai, nutrita dalla brezza del mare, con quel porto che si estendeva quasi verso l’infinito.
Gli anni trascorsero in fretta. Tutto passò con una sola costante, l’abitudine di recarsi ogni mattina, prima di andare al lavoro, all’antemurale ad aspettare il sorgere del sole. Non era un gesto patetico dettato dalla sua profonda solitudine, ma soltanto il suo saluto verso quella terra che soffriva patimenti inauditi al di là dell’Adriatico.
Non gli sembrava vero di essere diventato un medico, lui, un povero croato emigrante che era riuscito in ciò che per molti italiani era solo un sogno, quello di diventare un medico stimato e fiero della sua professione. Questo però non gli interessava, lui aveva in mente soltanto lei, supina da ormai quindici anni su quel letto d’ospedale.
Aveva perso ogni speranza quando lei, un giorno, aprì gli occhi. Proprio così, dopo quindici anni di coma, si svegliò. No, dannazione! Era solo un sogno, un sogno irrealizzabile. Lei era lì, ancora lì, per sempre schiava delle macchine.
Con quel pulsante mal di testa, dopo l’ennesimo sogno illusorio, aveva deciso di farla finita. Si chinò verso la macchina che la teneva in vita, così dicevano i suoi colleghi e la disattivò.
“Click”
Fu quello l’unico suono che riuscì a percepire, l’unico suono che il suo cervello, ancora stordito da quel maledetto mal di testa, riuscì a metabolizzare.
Un banale “click” aveva separato per quindici lunghi anni la madre dalla morte.“
Ho fatto la cosa giusta” Questa era l’unica cosa che riusciva a ripetere ai carabinieri mentre lo arrestavano.

1/1



Menu

Home Page
Iscriviti come autore
Scrivi il tuo testo
Forum
Cerca


Pubblicità

Su di noi

Strumenti

Help

© 2001-2018 - Layout, grafica e contenuti sono protetti da diritto d'autore
Vietata la riproduzione - PI:02102630205 Hosting www.dominiando.it