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BRONX SUBALPINO
Scritto da doctor
Categoria: Narrativa
Scritto il 27/12/2017, Pubblicato il 27/12/2017, Ultima modifica il 27/12/2017
Codice testo: 27122017154655 | Letto 575 volte

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BRONX SUBALPINO

Pensare alle parole dette,
pensare alle parole non dette.
Cammina oleoso il tempo e solo poche,
poche ore distillate
consentono annunciazioni,
anche solo farfugliamenti.
Prego, signori,
lasciate che sotto questa nuvolaglia,
sotto bagliori variopinti,
dica qualche spiritosaggine,
tra vene varicose e debita misura
lasci segni di passaggio sulla terra.
Funambolico e clownesco o rattrappito e sfinito,
vorrei dire.
Nel delirio febbrile la pietra si fa legno,
e dal relitto lascio scivolare una coda
di mi ricordo che…..



Lotta urbana


Vivo in una città sotto controllo. Si potrebbe parlare di un controllo monolaterale ed esercitato da un solo individuo che staziona all’entrata ovest quasi permanentemente. Ed è appunto una permanente che lo caratterizza: appoggiato mollemente sulla ringhiera del suo vasto terrazzo, egli esibisce da trent’anni una capigliatura irreprensibile, il suo voluminoso e impeccabile scalpo farebbe invidia ai divi della televisione e richiede annualmente litri e litri di lacca. La sua eleganza anni settanta è curata con un’attenzione non inferiore rispetto a quella destinata al cappello.

Io sono nato a Sondrio, il sei marzo 1957. Nascere e crescere a Sondrio significa vivere in una città chiusa, stretta tra le montagne, attraversata da quell’unica strada statale che divide in due tutti i centri abitati che trova lungo il suo percorso. Sonnecchiosa e pulitina, cementificata ma verde ancora un po’, nutre velleità da vero centro urbano, ma da dietro le finestre si osserva, si tiene d’occhio qualcosa che non succede mai. Almeno: in apparenza. Da noi c’è poca delinquenza, un po’ perché tra polizia, carabinieri e guardia di finanza, in rapporto al numero degli abitanti, vedi in giro talmente tante divise che ti viene da dire “ma poi dove mi nascondo?”, un po’ perché quella strada a due corsie è la sola via di fuga, per cui una persona inseguita o ricercata ha poco da fare: o resta in Valtellina o passa da lì. Un po’, forse, anche perché siamo proprio isolati e se uno sgarra lo sanno subito tutti, quindi è difficile passare inosservati, farla franca, non cadere vittime di un sospetto.
Questo è un posto in cui entri in un negozio e di quello davanti a te dici: “Mmh, questo non è di Sondrio”.
Lo capisci così, un po’ a naso, un po’ da come parla, un po’ da come si veste: se è un milanese che sta facendosi preparare un panino con la bresaola per una camminata di un’ora, stai tranquillo che ha addosso un’attrezzatura da attraversata artica. I meno esibizionisti si accontentano di scarponi a tenuta stagna su calzettoni di lana, calzoni alla zuava di fustagno, o velluto, camicia scozzese Carlo Mauri, giacca antipioggia, cappello con piuma e piccozza, contapassi e siero antivipera per andare alla Porro, quaranta minuti a piedi da Chiareggio. I livelli del turista in montagna vanno dall’accettabilmente bardato al clamorosamente attrezzato, tipo “sono pronto per affrontare il polo nord”.
Il sondriese non è abituato al forestiero. Può fare il liberale, il moderno, l’aperto, ma se sente una parlato non lombarda già storce il naso.
C’è chi racconta di essere partito a piedi da qui (da qui? Da Sondrio? E perché cacchio non sei andato in macchina almeno fino in Valmalenco?), avere fatto il pizzo Scalino, tremilatrecentoventitremetriditorridasalitapiùghiacciaioeroccettefinali, ed essere ridisceso in giornata. C’è ancora chi racconta queste prodezze. Figuriamoci come possiamo guardare i milanesi che si portano dietro mezzo negozio di articoli sportivi per andare a mangiare il brasato con la polenta e il Sassella in un “rifugio”.
Ma torniamo alla fine degli anni cinquanta.
Sondrio fu invasa dai “terroni”, che spesso, diplomati o laureati, occupavano posti di lavoro per cui occorrevano titoli di studio adeguati e di cui gli indigeni facevano difetto.
In via Ercole Bassi abitavano molte famiglie di meridionali con le quali sono cresciuto, ed erano persone simpatiche. Al quarto piano c’erano i Cannizzaro: papà, mamma, due figli, maschio e femmina. Io ero molto amico del Rocco, un bambino coi capelli folti e crespi, e le cosciotte che si distendevano placide sulla panchina verde del cortile: me le ritrovavo lì, sotto il naso, e siccome sono un malato rompiballe, giù una manata, s-ciac, e lui a rincorrermi come un bufaletto infuriato.
Loro mettevano i pomodori sul davanzale, a seccare, e c’imbottivano i panini per la merenda.
Papà Cannizzaro disinfettava ogni sera con lo iodio le ginocchia del Rocco. Il Rocco era buono. Nel nostro cortile c’erano due gruppi: le sorelle Battisti, col Marco Gurini, l’Enzo Lazzaro e la Franca Cannizzaro che giocavano a Monopoli o Risiko o ad altri passatempi del genere; io, l’Alberto Bianchi, il Colturi e altri infiltrati delle case vicine, tipo Ciampini o Franzetti, occupavamo il tempo in attività violente, cioè costituivamo una banda dedita all’aggressione a mezzo bastoni di noce o archi con frecce o cerbottane con biscugìn. Il Rocco stava un po’ di qua e un po’ di là. Lui, bello cicciotto e pacifico, con i suoi occhiali dalla montatura nera, se ne sarebbe stato volentieri a pescare la carta degli imprevisti o delle probabilità o a vendere la stazione nord o a comprare alberghi in Parco delle Vittorie con gli altri, ma noi lo tiravamo dentro e dopo, per forza, suo padre doveva medicarlo, la sera.
Pericolosissimo nemico nonché confinante era il Pozzino. Il Pozzino era un individuo, macché dico, individuo, era un’arma letale, un distribuiscimazzate, ma di quelle dure.
Interessante potenziale oggetto di studio per il Lombroso, racchiudeva in sé le sembianze, lo spirito, la forza, l’efferatezza di chi oggi non ci stupiremmo se scoprissimo che è un serial killer. Noi organizzavamo diuturnamente spedizioni suicide nel suo territorio.
Ora, è difficile anche per me capire oggi perché lo facessimo. Le ipotesi sono varie. Ho pensato che forse volevamo proprio essere convinti del fatto che sì, in effetti, c’insaccava tutti, e di brutto, da solo, cinque o sette o dieci che fossimo, pur esseno un nostro coetaneo e non più grosso della maggior parte di noi.
Questa è la congettura “dell’atto autolesionistico a scopo di convincimento di fronte ad una realtà dura e umiliante da accettare”.

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