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Il Maracanà
Scritto da athos
Categoria: Narrativa
Scritto il 27/12/2017, Pubblicato il 27/12/2017, Ultima modifica il 27/12/2017
Codice testo: 27122017161112 | Letto 125 volte

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Nota dell'autore athos:
Il gioco di un bimbo nella cantina, come se fosse il più grande stadio del mondo

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Il Maracanà

Il tiro fu fortissimo. Su un rinvio corto del portiere l’attaccante colpì il pallone di collo pieno, in leggero contro balzo. Giobbe, il portiere, si rese conto della sfera che si avvicinava pericolosamente alla sua testa quando questa già rimbalzava contro il muro. Gli aveva mancato l’incrocio tra la stanghetta degli occhiali e le lenti per un paio di centimetri. Fiu... sorrise, guardando il giovane attaccante. Era abituato ai tiri forti di Rolando. La distanza solitamente era sei o sette metri, e Giobbe aveva sempre avuto il tempo di vedere il tiro partire, controllare la direzione ed eventualmente coprirsi il volto con le mani, per ripararsi il viso. Questa volta però era stato colto di sorpresa e, doveva riconoscerlo, gli era andata bene. Gertrude rimase impressionata e sgridò Rolando “Non si tira così, te l’ho detto mille volte!”. Rolando rideva un po’ impaurito, perché sapeva che avrebbe dovuto trattenersi almeno un poco, ma a otto anni Giobbe lo capiva e gli accarezzò la nuca.
Quegli incontri calcistici avvenivano una volta la settimana. Giobbe andava a cena a casa di sua cugina Gertrude. Con loro c’erano anche Ardelio, il marito di Gertrude. Sin dai primi tempi si unì anche Rolando, che era il loro nipotino. Un bambino sveglio, curioso e tremendamente appassionato di calcio. La serata cominciava con la cena, sempre dei piatti prelibati seguiti da un dolce e dal caffè. Rolando aveva cominciato a partecipare alle cene quando non aveva ancora compiuto sei anni. Già seguiva le vicende calcistiche, e con Giobbe si dilettava a parlare dei grandi campioni, soprattutto Messi e Cri¬stiano Ronaldo. Già prima del caffè fremeva per iniziare gli allenamenti e le partite. A volte Giobbe rinunciava al caffè per non far aspettare Rolando. Dopo la gara tornavano sempre in cucina dallo zio, stanchi e sudati. Il bambino era sempre attorniato da tanto affetto e rimaneva lì a dormire la notte. Dormiva nel lettone matrimoniale, con lo zio, mentre la zia si sacrificava sul divano della sala.
Il campo da calcio era situato in cantina. Si trattava di uno stanzone quadrato di circa sette metri per lato. Intorno vi erano armadi, scaffalature e lunghe aste di ferro che utilizzava suo zio nel lavoro di fabbro. Tutti gli spigoli erano ricoperti con gommapiuma, rendendolo sicuro e abbastanza grande per l’età di Rolando. I primi tempi utilizzavano una piccola porta, con basi e pali di plastica e giocando con un piccolo pallone a spicchi bianconero, leggero e volatile. Era un giocattolo per bambini di cinque o sei anni, ma dopo un po’ fu superato dalla forza del piccolo Rolando, che cercava qualcosa di più simile al Maracanà. Allora si cominciò a utilizzare bastoni di scope, scarpe dismesse o palloni inesorabilmente sgonfi a mo' di palo.

Una volta scesi in cantina, Giobbe e Rolando cominciavano a scaldarsi, a compiere esercizi ginnici, scimmiottando i calciatori che vedevano alla tv. Poi si passava agli allenamenti. Palleggi, tiri e colpi di tacco. Quest’ultimo è forse uno dei gesti tecnici che più colpiscono i bambini. Per Giobbe, e in generale per tutti gli adulti, il colpo di tacco è un grande gesto estemporaneo. Raramente se ne vedono perché è un gesto difficile e raramente utile. Per copiare De Gregori potremmo dire che non è dal colpo di tacco che si vede un calciatore, ma per i bambini è un sogno, un gioco di prestigio che li affascina. Più avanti negli anni dimenticheranno questo gesto per ripiegare verso tiri al volo e rovesciate. Poi, quando la cultura calcistica crescerà di pari passo con l’altezza, scopriranno altre doti, diverse per ogni calciatore.
Dopo un po’ arrivava zia Gertrude, Aveva rassettato la cucina, lavato tutte le stoviglie e trionfalmente scendeva in campo. Accolta da un boato di Rolando, si metteva subito a disposizione per la partita. L’incontro non aveva un tempo predefinito, come nel tennis si fissava un punteggio da raggiungere. Solitamente era il ventuno con due gol di scarto in caso di pareggio. Le regole erano ferree: Giobbe faceva il portiere, suo unico compito era difendere la propria porta e servire assist a Gertrude. Non poteva segnare. Il piccolo Rolando era solo in squadra, era portiere e attaccante contemporaneamente. Queste importantissime regole erano state redatte dopo un po’ d’incontri. Giobbe era troppo grande per partecipare direttamente alle azioni, e Rolando troppo piccolo per poterlo contrastare, Zia Gertrude era quindi in mezzo al campetto a ricevere palla da Giobbe e cercare di segnare con la punta delle ciabatte. Eh sì, Zia Gertrude aveva solo quel tipo di calzature durante gli incontri. Rolando invece passava da guanti e cappellino da portiere, a scarpe da calcio con tacchetti, difficili da indossare sul pavimento della cantina. Ma i bimbi, beati loro, si abituano a tutto. La partita era sempre molto accesa. Tecnicamente il piccolo Rolando era velocissimo, correva come un forsennato, tirava da tutte le posizioni e si gettava senza timori per parare le bordate di zia Gertrude, la quale spesso si faceva prendere dal fuoco agonistico e di punta tirava delle sassate mica da ridere. Giobbe si limitava a fare il portiere e a “illuminare” il gioco, con ficcanti passaggi verticali sui piedi di Gertrude. Le regole erano precise, ma ogni tanto erano modificate a favore del piccolo Rolando. Con il passare dei mesi, e con l’inizio della prima elementare, il piccolo era sempre più battagliero e meno capriccioso. I grandi, che ridiventavano bambini come lui, volevano vincere ma soprattutto desideravano che il piccolo capisse le regole della vita, dove non sempre è possibile. La cultura della sconfitta era un elemento importante da trasmettere ai bambini, pensava Giobbe. Gertrude, che era stata maestra elementare, conosceva le tecniche d’insegnamento di questa importantissima forma di educazione civica.

Ogni giovedì Rolando aspettava impaziente il suo amico. Ardelio, lo zio, rideva bonariamente. Raramente partecipava agli incontri essendo di grossa costituzione e con problemi alla schiena. A volte faceva l’arbitro, utilissimo per sedare le proteste del piccolo Rolando.

L’inizio della seconda elementare costituì per Rolando un cambio d’interessi. Il calcio fu sostituito dal basket. Faceva due volte alla settimana allenamenti con bambini della sua età con questo nuovo sport. A questo punto la cantina cambiò aspetto. O meglio, rimase quasi la stessa, ma fu la visione che ave¬vano i protagonisti che cambiò. Non più campo di calcio, il mitico Maracanà, ma un moderno palazzetto dello sport. I canestri erano costituiti da una pila di quattro pneumatici. Le regole furono così decise, con l’approvazione di Rolando: Giobbe faceva l’arbitro e il piccolo e zia Gertrude si affronta¬vano in una sfida all'ultimo sangue. Al fischio d’inizio l’arbitro lanciava in aria il pallone, proprio come nelle vere gare di basket. Spesso era Rolando, anche se molto più piccolo di zia Gertrude, ad accaparrarsi il pallone. E cominciava la partita, veloce e vibrante, con tiri da tutte le posizioni e schiacciate. Vi era anche la regola dei passi, gestita in maniera strana e arbitraria da Rolando. Giobbe eseguiva.

Passò un po’ di tempo, e le partite erano sempre lo status quo del giovedì. Rolando aveva soppiantato il basket tornando al calcio, il primo amore. Giobbe si ricordava di quando aveva la sua età, molti anni prima. Non aveva tutte le informazioni che hanno i bambini di oggi. Loro conoscono tutto, i nomi delle squadre, i calciatori, gli allenatori, gli schemi e addirittura la campagna acquisti e le polemiche che circolano nel web. Le partite si erano arricchite di tanti elementi. Prima del fischio d’inizio c’era l’entrata in campo in rigoroso ordine di altezza. E poi era cantato l’inno di Mameli, con la mano sul cuore. D’estate si era cominciato a uscire nel giardino di casa. Il campo era molto più grande, e i tiri potevano essere molto forti, perché c’era più spazio per la rincorsa. Rolando era cresciuto, e le bordate che sparava a volte piegavano la mano di Giobbe, tanto erano potenti. Zia Gertrude inizialmente faceva fatica ad adattarsi al nuovo campo da gioco, soprattutto per le solite ciabatte che utilizzava e che mal si adatta¬vano al terreno. Con il tempo si abituò, e divenne un centravanti dal tiro facile. Faceva dei rasoterra che attraversavano tutta l’area e terminavano la loro corsa in gol all'angolino della porta. Rolando vinceva spesso. Capitava però che qualche volta perdesse. Ormai era un bambino grande e riconosceva in quel caso la superiorità degli avversari. A volte però. Ogni tanto s’incazzava come un serpente e abbandonava irato la compagnia!

Con l’avvicinarsi delle vacanze, lo zio Ardelio accusò dei problemi alla schiena. Aveva visitato vari specialisti, e per un po’ dovette patire dolore perché non si trovava la cura giusta. Era un problema che andava risolto, perché la schiena è la base portante del nostro corpo, e lo zio non riusciva a camminare e spesso doveva rimanere sdraiato a letto.
Rolando lo aiutava a salire le scale. Era commovente vedere il bambino che aiutava lo zio grande e grosso tenendolo per mano. Era un’immagine cinematografica d’effetto, perché sembrava proprio che lo zio si appoggiasse al piccolo nipote.
Al rientro delle vacanze la situazione non migliorò e il bambino non dormiva più in casa la sera. Anche la zia si era molto stancata per quella situazione, e non giocava più a pallone. Il piccolo, con la sensibilità che spesso difetta ai grandi, aveva capito il problema e non aveva eccepito. A volte vagava con la palla per la casa, un po’ smarrito. Era desideroso di giocare, ma consapevole che non era il momento di farlo.
Le cene del giovedì continuavano, discorrendo un po’. Il piccolo Rolando a volte rimaneva a casa sua, perché lì non avrebbe potuto dormire.
Una sera Giobbe lo trovò nella casa e parlarono di calcio. La grande differenza d’età scompariva quando trattavano quest’argomento. Inter, Juve, Milan, Napoli, Ronaldo, Higuain, Messi, gli allenatori, gli schemi e le tattiche non avevano segreti per i due calciofili. Il campo da calcio, il Maracanà, giù in cantina, era in disuso e il pallone mestamente riposava in un angolo. Era stato di nuovo riempito di attrezzature da lavoro e altre cose. Dopo cena Giobbe si stava accomiatando quando vide Rolando al computer, e accarezzandogli il capo, gli domandò “Ma tu ti alleni ancora? Io è tanto tempo che non mi alleno”. Rolando si arrestò, si girò e disse in tono serio e triste “Ma giù è tutto occupato, come facciamo... ” Giobbe ne fu colpito, capì che dentro di sé il piccolo aveva metabolizzato tutto, anche se la memoria delle partite era sempre vivida. Sarebbero passati tanti anni e Giobbe, vecchio, si sarebbe ricordato del piccolo campione di otto o nove anni, dei tiri, dell’impegno, dell’orgoglio che ci metteva negli incontri. Rolando invece molto probabilmente si sarebbe dimenticato di quei momenti, attratto e assorbito dal mondo che sarebbe venuto. A Giobbe venne in mente quel fantastico libro di Molnar, I ragazzi della via Pal, dove un gruppo di scolari combatté valorosamente per la difesa del loro campo da gioco, che era tutto quello che possedevano. La storia finì con la morte del piccolo soldato semplice, e con il campo che fu chiuso per costruire dei palazzoni. Per quei ragazzi fu la fine di un sogno, e il monito che la vita che avevano davanti avrebbe loro riservato, oltre a tante gioie, anche tanti addii.
Giobbe ne fu rasserenato. La ruota della vita girava regolarmente.
Batté il cinque al suo piccolo amico e ritornò a casa.

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