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Cammina tre lune nelle mie scarpe - Cap.1
Scritto da Raffreefly
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 27/04/2018, Pubblicato il 27/04/2018 10.27.45, Ultima modifica il 27/04/2018 10.27.45
Codice testo: 2742018102745 | Letto 53 volte

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Nota dell'autore Raffreefly:
Breve saggio autobiografico

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Parte prima:RINASCITA



Nel 2000 accadde qualcosa che mi segnò profondamente.
Per una serie di cause, incomprensioni, raggiri, macchinazioni di una persona a me molto cara, mi ritrovai senza lavoro. Il sangue che scorre nelle mie vene, è lo stesso sangue di chi mi ha ferito intimamente. Ma alla fine, nulla accade per caso. Io non dimentico (purtroppo) e provo immensa pena per questa persona che non ha voluto conoscermi fino in fondo, non ha voluto comprendermi, accettarmi, amarmi. Pena e sicuramente molta delusione, che mi ha segnato, marchiato a fuoco. Indelebilmente. Il mio carattere dunque gira intorno a questo fatto, nel bene e nel male. La corazza che ci si costruisce è di cemento armato e non cade quasi mai. La rabbia che si prova viene col tempo diretta verso altri lidi, viene plasmata dalla vita, viene cosparsa di fiori profumati e incanalata nel miglior modo possibile, ma c’è, è presente comunque. Ed è proprio da questo che rinasco. Che riemergo in qualche modo; quando per anni t’inculcano nella testa che sei un fallimento, che grazie al tuo carattere ti farai terra bruciata intorno, alla fine ci pensi seriamente e scopri così, di avere delle qualità. Ti sorprendi, perché la verità è così palese da farti rimanere interdetta. Se negli anni sono riusciti a farti sentire uno schifo, è solo perché tu, sei migliore di loro. Mi hanno sempre temuta. Avevano paura della mia intelligenza, per questo cercavano di soffocarla. Diffidavano della mia mente perché non la conoscevano e non intendevano approcciarsi per non sentirsi inferiori.

Questo ho capito, dopo molto, molto tempo.
Da titolare d’azienda, dunque a zero tondo.
Con due figli piccoli da crescere, tutto si spostò di colpo, sulle spalle di mio marito. Avevo 38 anni, la crisi nel tessile stava facendo le prime vittime, lasciando a casa centinaia di persone. Le ditte “sane” quelle più prestigiose, iniziarono a ridurre il personale. Le aziende artigianali o relativamente piccole, chiudevano i battenti tristemente. Biella, la città del tessile per eccellenza, iniziava così una triste agonia che ancora oggi perdura. Iniziò con il tessile, per poi spostarsi ad altri settori, inesorabile avanzava come un cancro. Un’onda anomala , uno Tzunami che devastò ogni cosa, con tale forza, con tale impeto da lasciare tutti esterrefatti. La nuvola nera della depressione invase la mia città, i suicidi presero forma e negli occhi di chi restava, lo sgomento era sconfinato.

Cercai un’occupazione ogni mattina, dopo aver accompagnato i figli a scuola, con scarsi risultati. Nel pomeriggio, quando i ragazzi tornavano a casa, mi trovavano allegra e comunicativa, nonostante tutto. Preparavo loro la merenda, ascoltando il resoconto della giornata scolastica; controllavo i compiti dati dalle insegnanti mentre gli sbarbatelli si distraevano giocando. Poi, trascorsa un’oretta, ci si sedeva in cucina e mentre io stiravo o preparavo la cena, loro studiavano e mi dicevano la lezione per il giorno successivo. Piano piano tutto questo si trasformò nella quotidianità; il mio lavoro dunque, era badare ai miei figli a tempo pieno e in fondo, ne andavo fiera, perché i risultati, già più che positivi, migliorarono ancora di più, portando spesso le insegnanti a farmi personalmente i complimenti per l’educazione e l’impegno costante che i ragazzi tenevano scuola.
Ero e sono molto orgogliosa di loro.

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