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I MEI MONDIALI DEL 1982
Scritto da Nigel Mansell
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 01/01/2018, Pubblicato il 27/05/2018 12.12.06, Ultima modifica il 27/05/2018 12.12.06
Codice testo: 275201812125 | Letto 147 volte

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I MIEI MONDIALI DEL 1982

La prima volta che sentì parlare degli imminenti mondiali fu alla fine della terza media...

Il prologo

A quattordici anni non avevo una precisa cognizione del mio posizionamento nella realtà che mi circondava, di ciò che era il passato, di quello che accadeva, né tanto meno del futuro: il tempo pareva dilatato, quasi immobile e la vita reale lì intorno era indecifrabile. Mi sarei poi accorto, passati i diciotto, che il tempo avrebbe iniziato a correre inesorabilmente. Tutto si sarebbe palesato sempre più lucidamente, come quella grande fregatura che è in realtà la vita. Quell'assurda kermesse a cui era stato iscritto a mia insaputa, senza essere fornito di istruzioni, né di un regolamento a cui attenermi per affrontarla. Soprattutto, per arrivare poi a scoprire tragicamente, che non c'era una via di uscita, una sorta di “andate in prigione senza passare dal via”, se non la soluzione più estrema e definitiva.

La scoperta dei mondiali avvenne infatti quando al mio compagno, un certo Concetto Indelicato, venne concesso magnanimamente il privilegio, in sede di esame, di poter disquisire, con il personale docente esaminante, degli accoppiamenti dei gironi preliminari che avrebbero poi designato le finaliste del Mondiale.
Lo ricordo tutto sommato come un bravo ragazzo, ma assolutamente completamente alieno alle costrizioni scolastiche. Oramai aveva sedici anni e rispetto a noi era un adulto con tanto di barba. Potrei descriverlo fisicamente come un Abbattantuono delle prime ore, solo più basso. Indossava sempre un paio di stivaletti a punta, scamosciati, che non levava mai, neanche quando andammo in gita: pare che anche in quelle tre notti passate a Venezia non se ne separò mai. Si spostava su di un rombante fifty nero, con grasso ovunque. Lo si distingueva per via della sella e delle copri manopole di pelle di coniglio, (potremmo dire anche lapin per essere più à la page, ma nel suo caso stonerebbe...), conciata personalmente da lui. Ai tempi ne eravamo ammirati, oggi, se ci ripenso, la trovo una cosa raccapricciante. All'intervallo, in maniera bonaria, mi tiranneggiava per avere qualcuno dei cracker che mi portavo da casa, nel dubbio non osai mai andare oltre alla prima richiesta benevola.
I professori comunque apprezzarono la sua esposizione. Fummo tutti promossi, lui compreso: ci preparammo quindi per andare al mare. Al ritorno la vita sarebbe cambiata per tutti, chi alle superiori, a Omegna o a Verbania ed io mi ritrovai alla Ragioneria; chi direttamente a lavorare (e noi stupidamente li invidiavamo), ai tempi era molto facile trovare un'occupazione.
Concetto non l'ho più visto, pare che sia tornato in Sicilia, suo paese d'origine, me lo riferì suo fratello un certo Santo (suo nome di battesimo), la negazione della locuzione latina “Nomen Omen”

Loro erano e sono ancora bellissimi.
Non li puoi dimenticare nella classica foto, accasciati e in piedi. La maglia è azzurra, come il cielo e chi se ne frega dei Savoia. I pantaloncini, che in realtà e più prosaicamente non erano che dei grandi mutandoni, sono bianchi, come le nuvole nel cielo azzurro delle casacche, sul cuore lo scudetto tricolore dell'Italia. Lui no, Dino Zoff, il più vecchio e sempre di poche parole, il portiere, la nostra sicurezza, quella più estrema, indossa la seriosa maglia grigia, l'unica dalle maniche lunghe, i pantaloncini sono neri. Per tutti i calzettoni azzurri.
Erano, sono, e rimarranno i nostri eroi. Già così inevitabilmente uomini, nonostante i vent'anni, escluso Dino naturalmente, che ne aveva già quaranta. E la cosa appare ancora più evidente se si prova a sovrapporre le foto dell'epoca con quelle dei giocatori attuali.

Di calcio non ho mai capito nulla, però sono essenzialmente un gran tifoso, della Nazionale ma soprattutto della mia squadra del cuore: il Cagliari. Mi distraggo spesso nel guardare le partite, non sono mai così attento come si dovrebbe, confondo i giocatori e mi perdo le azioni. Però non posso guardare i calci di rigore perché soffrirei troppo. Nelle fasi cruciali e nei minuti finali mi sudano le mani e mi viene la tachicardia, non parlo e divento abulico. Ma è una droga di cui non posso fare a meno. Mi piace guardarlo in televisione, ma ancora di più, ascoltarlo alla radio. “Tutto il calcio minuto per minuto” rimane per me la migliore e più appassionante trasmissione radiofonica mai realizzata, che ancora coinvolge, nonostante gli anni passati e lo spezzatino di partite, divise su più orari e giorni a cui oggi dobbiamo assistere inermi.

Tanto meno lo so giocare il calcio: che poi noi si diceva il pallone e basta, calcio è già fin troppo forbito e serioso.
In cortile finivo sempre per fare il portiere, nei migliori dei casi era volante, il che mi consolava evocandomi i poteri di un supereroe, oppure se proprio girava male, mi calavo nelle vesti dell'arbitro. Quando i due capitani designati per acclamazione, sceglievano i giocatori per formare le squadre, rimanevo inesorabilmente sempre l'ultimo, oppure venivo scambiato con altri per fare massa, andando a pareggiare la bravura di qualche fuori classe dell'altra squadra. Non potendo poi portare in dote quei bei palloni di cuoio tipo il “Tango”, ma solo dei “Supertele” coloratissimi, famosi per la loro traiettoria farfallina, tristemente finì per dedicarmi alla bicicletta.
Ma il calcio rimane un gioco molto coinvolgente, facilissimo da comprendere ed appassionante alla prima occhiata, che va a stuzzicare i nostri istinti più atavici, il sesso e la combattività. Non per niente i termini per commentarlo finiscono sempre ad andare a parare lì: penetrare, infilare, bucare, eliminare, fare male, aggredire, difendere, combattere, aggredire, schiacciare l'avversario, ecc. ecc.

E poi è un gioco semplice, basta un prato, un cortile o un pezzo di strada; due giacche buttate a terra per segnare la porta ed un qualcosa di sferico, meglio se un pallone, ma va bene anche un fagotto di stracci, della carta arrotolata tenuta insieme con lo scotch o una lattina abbandonata, raccattata chissà dove e poi schiacciata ad arte.
Il calcio è una metafora della vita, anche più forte della vita stessa, e così a volte sopravvive solo la metafora. Il calcio è un'idea, un sogno, a volte una tragedia per i suoi tifosi, un mezzo per redimersi o per venire esiliati. E' una liturgia fatta di appuntamenti costanti ed inflessibili, di un calendario perpetuo. C'è il pre-partita, la partita e il post-partita, il giorno delle polemiche, il momento della moviola e il sospetto del complottismo.
E quando tutto sembra finalmente terminato ed arriva l'estate, inizia il sogno più grande: il calciomercato! E' per me il momento più bello dell'anno, quello che preferisco. Si viaggia sulle ali della fantasia. Si promettono sogni impossibili, acquisti incredibili, bomber da trenta gol per campionato, difensori granatici, e centrocampisti dotati di intelligenza da strateghi napoleonici.
Poi si ritorna a terra, ed arriva settembre. I migliori giocatori sono stati venduti, gli acquisti più roboanti si rivelano dei bidoni, e quello che si prospetta è il solito campionato di frustrazione e sofferenza.

L'ouverture

Noi partimmo tutti schiacciati nella nostra Alfasud blu procida. La nostra era la 5M con cinque marce appunto, che ai tempi era una macchina grintosa, peccato che si dissolse nella ruggine come del resto tutte le Alfasud assemblate a Pomnigliano d'Arco, dove, dicono i detrattori, gli operai disertassero le catene di montaggio per dedicarsi ad altro, per esempio quando era di stagione, alla campagna dei pomodori.
Si stava stretti lì dentro, il libretto di circolazione diceva che c'era posto per cinque, ma specialmente dietro, in tre, non si stava benissimo. Non c'era l'aria condizionata e come radio si portava quella a transistor di casa, che emetteva più che altro distorti suoni gracchianti. Mio padre usava le cartine solo quando era troppo tardi. Non era raro che ci perdessimo e che quindi fossimo costretti ad inversioni a U o a improbabili tratti in retro marcia in autostrada, per riagganciare lo svincolo fallito. In un modo o nell'altro a Genova ci arrivammo e ci imbarcammo per la Sardegna. Allora il porto non era quella meraviglia di adesso, ma uno scalo maleodorante separato dalla città da alte mura. Non so perché ma noi il biglietto non ce l'avevamo mai, così finivamo per sfinirci in enormi code, sperando, a volte supplicando, che ci facessero salire su quelle enormi navi bianche e blu della Tirrenia.

Scendemmo ad Olbia e costeggiando la costa prima di inerpicarci sul Gennargentu per raggiungere Tonara il paese originario di mio padre. Papà ebbe l'intuizione di fermarsi in quel paese che si allarga come un liquido sversato sul tavolo, nella pianura alluvionale creata dal Cedrino: Orosei.
Parlando in sardo, mio padre ci mise poco a trovare una sistemazione, proprio entrando in paese. Si stava in una casa affittata dalla gente del posto, come usava ai tempi. Io e mio padre dormivamo nella cucina/soggiorno in una sorta di dependance della casa principale, mia mamma e le mie sorelle in una camera della casa dei proprietari, nella quale, al piano terra, avevano anche un sorta di emporio. Ci vendevano di tutto, senza che avessero frigo o metodi ortodossi di conservazione dei cibi. Ci potevi trovare anche le uova delle loro galline, che allevavano in una sorta di campo di lavoro per pennuti, allestito nel retro della casa: a volte l'odore era insopportabile.
Di notte, nel buio, sui muri caldi apparivano numerosi i gechi, fosforescenti come la madonnina che troneggiava sul comodino di mia nonna. Non li avevo mai visti e li trovavo raccapriccianti, e siccome si dormiva con la porta aperta per il caldo, avevo paura che nella notte qualcuno di loro si potesse intrufolare nel mio letto.
Orosei ai tempi era un paese agricolo, che ancora non aveva capito l'importanza della sua costa, infatti la Marina distava tre o quattro chilometri da percorrere in un lungo rettilineo diviso in due tratte, che solitario attraversava i campi per raggiungere finalmente una sconfinata spiaggia sabbiosa.
Ma alla spiaggia, però, ci potevi arrivare solo attraversando una sorta di terrapieno a più gobbe, che permetteva di ovviare ad una sorta di stagno che separava il mare dalla Marina di Orosei.
Passavamo le ore lì, sdraiati sotto il sole nell'aspettare che scadesse il termine inflessibile e perentorio delle tre ore, fissato dal quel carabiniere che all'epoca era mio padre. Dopo il pranzo scattava il countdown, ma lo scorrere del tempo era lentissimo, così mi perdevo nell'osservare, che è ciò che ancora adesso so fare meglio.
Tutt'intorno a noi una galassia eterogenea: mucche allo stato brado; famiglie con le donne in costume tipico; sparuti gruppi di avventurieri tedeschi; bellimbusti dall'età indefinita che cercavano di destreggiarsi con palloni che il più delle volte il vento si portava via lontano, fin dove l'orizzonte del mare diventava di un blu notte; ragazzini neri come il carbone; signorinelle nelle loro prime estati di pubertà, irrequiete come una bottiglia di gazzosa appena stappata; emuli della Paris-Dakar che percorrevano in velocità la battigia con vecchie Toyota o con moto chiassose e fumanti; indigenti ragazzini, magri come esuli di campi di prigionia, che dai paesi limitrofi, si stabilivano lì in baracche che loro stessi erigevano ai primi caldi; a volte un cavallo con il suo cavaliere in gambali, più spesso qualche asino con un uomo in berritta; tanti sardi che tornavano dal continente, dalla Francia, dal Belgio o dalla Germania; un nostro amico che faceva il sub, che amava il reggae (all'epoca non sapevo che cosa fosse) e che diceva che come radio-amatore parlasse con il mondo intero, anche con il Brasile; degli altri ragazzi che avevano un gatto che si chiamava Cosmonauta; un cane spelacchiato, in lontananza qualche gabbiano che sgranchiva le zampe, passeggiando sulla sabbia; pensionati che coi nipotini giocavano alle bocce di plastica; mia mamma seduta sulla sua sedia di plastica sotto l'ombrellone, assisa come toro seduto, guai a farsi raggiungere dal sole, l'avrebbe ustionata; noi tre fratellini nati in fila, frugali e disciplinati come solo allora si era da bambini; mio padre già abbronzato e nerboruto, matto e testardo, come solo un sardo può essere... c'era davvero spazio per tutti e comunque la spiaggia appariva lo stesso come vuota e desolata.
Con lo sguardo, in quei giorni di vento che rendeva terso l'orizzonte, potevi abbracciare l'intero Golfo di Orosei.

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