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TRE UOMINI E...
Scritto da Nigel Mansell
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 01/01/2017, Pubblicato il 27/05/2018 12.14.40, Ultima modifica il 27/05/2018 12.14.40
Codice testo: 2752018121440 | Letto 75 volte

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TRE UOMINI E... (set.17)

E' stata dura convincere papà. Ma grazie soprattutto al duro e incessante lavoro ai fianchi di Giacomo (mio e suo nipote), che non per niente a calcio gioca nel ruolo di difensore, siamo riusciti, nel suo 78esimo anno, dopo diciassette anni dall'ultima volta, a riportarlo nell'isola natia.
L'abbiamo a fatica strappato dai suoi mille impegni, molti reali, come la mamma malata, la nipotina Zelda ecc. ma anche altrettanti inventati, come quello di andare ogni giorno a fare la spesa, nella sua amata Ipercoop, per poi ritornarci a bere il caffè... tutti lacci e laccetti che non gli permettono di allontanarsi neanche per mezza giornata.

Tre uomini, tre generazioni, tre figure eterogenee però legate dal filo del sangue: così diversi, ma così uguali.

Non nascondo a Vanessa, la mia compagna, che la buona riuscita del viaggio mi preoccupa alquanto. Saranno sei giorni, di cui due notti in nave, (mio papà non ne ha voluto sapere dell'aeroplano), che spenderemo per andare a rievocare i luoghi più importanti che hanno segnato la vita di mio papà in Sardegna.

E davvero non mi dispiace, tornare nella terra delle mie origini. Io che mi definisco sardo pur non capendo la lingua, essendo nato ad Aosta da madre piemontese e avendo sempre vissuto al nord. Ma come si fa a non considerarsi orgoglioso discendente di quella che ormai è dimostrato fu la mitica Atlantide, a non ostentare radici nella profonda Barbagia, terra che non ha mai avuto dominatori?
Diventa allora naturale idolatrare la bandiera con i quattro mori, ora non più bendati sugli occhi, ma sulla fronte (perché il popolo sardo guarda avanti, pienamente responsabile ed artefice del suo futuro: lo ha decretato una legge della Regione Sardegna), belli fieri, lì in campo bianco con al centro la croce rossa; ma anche tifare sino allo stremo la squadra del Cagliari; e poi diventare appassionato ed incuriosito da tutto ciò che è sardo, da ogni cosa che ha a che fare con questa isola al centro del Mediterraneo, con un passato misterioso, non ancora del tutto svelato.

La Panda di Anna, mia sorella, ma anche la mamma di Giacomo, sarà il nostro destriero, o forse asinello vista la meta, per raggiungere Livorno, dove ci imbarcheremo.
Mario, mio papà e nonno di Giacomo è pronto nella sua tenuta da viaggio: sandali, anche se siamo a settembre, ma per sua stessa ammissione, i piedi ritornarti allo stato selvaggio nella lunga estate di quest'anno, non ne vogliono sapere di essere domati e ricondotti in un paio di ordinari mocassini; pantaloni e camicia, ambedue di jeans che vanno così a fare pendant; gilet da pescatore; e stretta nella morsa della sua mano destra ancora forte, una ventiquattrore, una di quelle degli anni settanta, stile narcotrafficante, quelle per trasportare mazzette di banconote o sacchetti di eroina; ma sì quelle che i loschi figuri nei “polizziotteschi” recano sempre con sé, a volte assicurate con lucide manette d'acciaio ai polsi, negli appuntamenti che si danno in moli abbandonati, o meglio in fabbriche in disuso, dove con alle spalle le rispettive oldsmobile o buick, con i fari accesi, si guardano in cagnesco, a debita distanza, prima di fare l'affare.
Così abbigliato ed accessoriato, deambula nella sua camminata ormai simile a quella del Dottor Robinson o a quella del Leader Maximo, nei suoi ultimi anni, quando si aggirava fasciato dalla sua tuta frusta dell'Adidas.
Com'è normale che sia, è difficile da convincere o persuadere, la sua visione delle cose è per lui comunque la migliore, essendo maturata in una lunga vita tra la Sardegna, Torino, la Valle d'Aosta e le sponde del Lago Maggiore: così dopo pochi chilometri in autostrada, testardo ed impossibile da riportare alla calma, ci costringe ad una sosta per rivoluzionare la disposizione dei bagagli.

Ci chiama con lo stesso nome, io sono Francesco ma anche Giacomo e lo stesso vale per mio nipote. Mia mamma è ormai definitivamente la nonna, anche per me.
Per tutto il viaggio saranno frequenti le telefonate e le video-chiamate per sentire come sta mia mamma/nonna. Andrà tutto bene, anzi la nonna parrà molto più intraprendente ed energica di come l'aveva lasciata: lei e la piccola Zelda, la sorella di Giacomo, se la caveranno benissimo!

Papà non lo sa, ma abbiamo programmato di fermarci a Rapallo per incontrare uno dei suoi quattro fratelli, il secondo: Michele. Così quando arriviamo, vedendolo affacciato alla finestra, dobbiamo placcarlo, affinché non si getti dall'auto per andargli incontro, scongiurando così che venga schiacciato da un autobus di linea.
Si commuove, una volta non sarebbe accaduto, ma è passato tanto tempo per tutti e due. Ma veramente tanto dall'ultimo incontro, ancora di più da quando hanno lasciato l'Arma per andare in pensione (tre dei quattro fratelli erano Carabinieri), e ormai un'eternità da quando poco più che bambini si arruolarono per lasciare la Sardegna.
E intanto, mentre parlano, io ricordo zio Michele quando era più giovane, più attivo... ma se faccio i calcoli, se cerco di capire quanti anni avessero ai tempi dei miei ricordi, realizzo che papà e lo zio erano più giovani anagraficamente di quanto lo sia io oggi: ma ugualmente li ricordo già vecchi, già così calati nei loro ruoli e ingessati nelle loro responsabilità da adulti. Intorno a noi quei quadri di Novella Parigini dagli occhi felini, molti altri oggetti e suppellettili di antiquariato conservati con cura, che zio mi mostrava con orgoglio quando andavamo a trovarlo, ognuno con una storia ricca di aneddoti da raccontare, forse inventati, talmente erano curiosi ed avvincenti, ogni volta più lunghi nel rievocarli ancora.
Michele racconta, a volte si interrompe per ricordare altro, ma poi torna su persone, fatti e accadimenti condivisi... poi ci aggiorna su sua figlia, mia cugina Alba, e riguardo i soliti, così sempre inevitabilmente tutti uguali, rapporti tra generazioni: tra padre e figlia, suocero e genero, nonno e nipoti...
Dice che non gli manca la Sardegna, ma non è vero. E' rimasto e rimarrà sempre un emigrato in terra straniera. Dice che avere una casa è importante, che vuol dire legarsi ad un territorio, forse perché ha paura di essere rigettato dalla Liguria che non è la sua terra, proprio come se fosse un corpo estraneo ed il fatto di avere una proprietà lo rassicura che ciò non potrà accadere. Allora io dico che invece mio padre pensa ancora in sardo e poi traduce in italiano. Anche zio dice che lo faceva, ma da poco ha iniziato a pensare in italiano: sarà così, ma tanto io non ci credo. E infatti con mio padre, senza preavviso, passano dall'italiano al sardo e dal sardo all'italiano, senza neanche accorgersene. E io lo capisco, ed è bellissimo. Sì perché i ricordi di quella bellissima lingua che sentivo nelle estati della mia infanzia, dai suoni a volte un po' spagnoli e altre un po' latini, riaffiorano inaspettatamente. Poi Michele parla di zia e si commuove, allora lo abbraccio.
Per non farsi prendere dalla tristezza, infine si brinda: Salude e Trigu! Che vuol dire salute e grano, grano come abbondanza, ricchezza... Bello: da proprio l'idea di un augurio fatto da gente che non dimentica le sue origini, del suo attaccamento alla terra, perché i sardi sono più pastori e contadini che pescatori o marinai.

Il porto di Livorno è un casino incredibile, tra Darsena est ed ovest, la puzza di idrocarburo, i container e la viabilità modificata a causa della recente tragedia dell'alluvione, ci perdiamo almeno per tre quarti d'ora. Mario dai sedili di dietro si lascia andare alle previsioni più catastrofiche, tra l'altro evocando l'epilogo finale della tragedia, che si materializza con l'immagine di una nave, ormai irraggiungibile, che salpa senza di noi.
Grazie ad un cantoniere, che ci fa fare inversione ad U per ben due volte, ce la facciamo finalmente a raggiungere l'imbarco.

Giacomo è molto servizievole con il nonno: io non riesco. Sono appena riuscito ad abbattere il despota che ogni padre diventa per il figlio nell'adolescenza, che ancora non riesco a vederlo oggi più debole e bisognoso, come giustamente lo avverte Giacomo, ma per lui è il nonno! Forse è perché non ho figli, e quindi sono rimasto ancora figlio io stesso.
Anche io adoravo i nonni materni. Amavo moltissimo le loro consuetudini, i loro orari inflessibili, quella loro ritualità che mi infondevano tanta sicurezza, in un mondo che improvvisamente, lasciando l'infanzia, mi si parava di fronte improvvisamente sconosciuto ed ostile. Ora tutto questo mi innervosisce e mi rende ancora più insofferente, riconoscerlo negli atteggiamenti ripetitivi e metodici di mio padre.
Ma è una ruota che gira e si finisce per assomigliare ai propri genitori proprio in ciò che più si destava. Ricordo i miei che criticavano i nonni per certe loro abitudini che hanno finito per assumere loro stessi in vecchiaia.
Infatti, in questo viaggio, mi accorgo pure io, di essere molto più simile a mio padre di quanto credessi, anche fisicamente e molto più permeabile alla commozione.

In nave, pur avendo sbandierato in ogni occasione e per anni che non dorme, mio padre passa tutta la notte a russare: così unitamente al fatto che il mare è molto agitato; dormo solo per poche ore.
Le indicazioni all'interno del traghetto della Grimaldi non sono molte chiare, ne chiedo il motivo ad un uomo dell'equipaggio. Mi risponde che la nave era in passato un enorme casinò galleggiante che incrociava nei mari dei Caraibi: curioso!
Qualche giorno più tardi, mio padre parlando con mio zio, (ha fatto sempre così), pur di tenere la parola, inizia a spararle grosse, a dire fandonie, come gli dicevamo noi figli da piccoli. Arriva così a sostenere, per una delle più facili associazioni, che la Grimaldi sia di proprietà dei Grimaldi del Principato di Monaco: ma figuriamoci!

Tagliamo per Nùoro che come un paese afghano è appollaiata sulle montagne, al centro di aride ed apparentemente inospitali, quanto brulle e desolate vallate. Andiamo poi ad Orgosolo che è sempre suggestiva, con i suoi murales emblema di quella Barbagia che si vuole vedere refrattaria, anarchica ed indomabile, impossibile da assoggettare a qualsiasi sorta di imposizione che non sia quella delle sue ataviche tradizioni.
In un bar dove mi sorprendo per il costo estremamente basso del caffè (il barista risponde, non mi posso micca approffittarre, il tutto con largo utilizzo di doppie consonanti), mio padre stringe amicizia con un avventore che ci offre un altro giro di un ottimo Cannonau, che loro chiamano bianco, ma in realtà è rosé. Avrei voluto rimanere lì a ricambiare l'offerta, e raggiungere così un buon tenore alcolico, ma l'interessante ristorante etnico che abbiamo prenotato, ci aspetta per il pranzo. Mangeremo veramente molto bene.

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