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La stirpe dei Barbotti: capitolo1
Scritto da vecchioautore
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 28/10/2018, Pubblicato il 28/10/2018 18.19.41, Ultima modifica il 28/10/2018 18.23.39
Codice testo: 28102018181940 | Letto 92 volte

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Nota dell'autore vecchioautore:
La saga della famiglia Barbotti abbraccia circa un secolo di storia, dal risorgimento ai giorni nostri. Il racconto è molto lungo, per questo ho deciso di dividerlo in 10 capitoli più l'incipit, e di pubblicarne uno al giorno. Buona lettura.

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LA STIRPE DEI BARBOTTI

INCIPIT

Danilo Barbotti venne alla luce, senza preavviso, mentre sua madre era intenta a sollazzare due soldati austriaci della piccola guarnigione, venti uomini, dislocati nella caserma del paese.
Il suo tempo Teresa, questo era il nome della donna, lo dedicava in gran parte agli uomini della guarnigione, rare volte le capitava di appartarsi con qualche compaesano: la moneta sonante per soggiacerle accanto scarseggiava fra i villici, mentre gli armigeri ne erano sempre ben forniti.
E lei, nonostante il pancione, se c’era da guadagnar qualche moneta d’argento, non si tirava certo indietro.
E i soldati erano ben contenti di sganciare qualche soldo in più per montarla da dietro, accarezzandole il pancione o stringendo fra le mani le mammelle gonfie.

Fu così che quella notte, quando le doglie si fecero più frequenti, uno dei due soldati a cui stava vendendo la sua merce, dovette correre a chiamare il medico del paese, mentre l’altro rimase ad assistere la partoriente.

Il medico arrivò giusto in tempo per aiutarla a partorire, assistito da due improbabili levatrici.
«Come lo vuoi chiamare tuo figlio?» chiese il medico seduto al tavolo intento a redigere l’atto di nascita; mentre Teresa, stanca e sofferente, osservava con sguardo rapito il neonato piangere fra le sue braccia.
«Non lo so» rispose lei. Rifletté un attimo, guardò i due soldati in piedi davanti a lei. «Tu, come ti chiami?» chiese a quello che lei giudicò essere il più bello.
«Caporale, Danilo Moroder!» rispose prontamente il milite scattando sull’attenti, strappandole un sorriso.
«Danilo… lo chiamerò, Danilo», annunciò guardando il piccolo con sguardo rapito.
«Danilo, figlio di, Teresa Barbotti, e…» scandiva il medico mentre redigeva l’atto di nascita. Sospirò e concluse: «E di padre ignoto».
«Ignoto per lei!» ribatté contrariata Teresa, continuando a guardare il suo bambino.
«Sai chi è il padre?» le chiese sorpreso il medico.
Teresa annuì. «Un soldato austriaco». Rispose sicura.
«Il suo nome?»
«Non lo conosco… Ne scelga uno a caso fra quelli della guarnigione», rispose serafica Teresa.
«Mah! Sei impazzita? Mica posso prendere un nome a caso e metterlo sul certificato di nascita, passerei dei guai seri. Se non sai chi può essere il padre, devo mettere: figlio di padre ignoto», replicò sconcertato il medico.
«Cosa vuole che me ne importi, metta quello che vuole. Io so che mio figlio è di stirpe guerriera, per questo avrà un futuro radioso», ribatté con distacco Teresa, mangiandosi il pargolo con gli occhi.
«Contenta tu», fu il laconico commento del medico, mentre riponeva i ferri del mestiere dentro la borsa.

Il futuro di Danilo non fu né radioso né tantomeno onorevole.
Danilo scelse di vivere facendo un lavoro ignobile agli occhi dei suoi compaesani. Un lavoro utile ma disprezzato anche da chi ne risultava beneficiato: l’esercito austriaco che occupava la Lombardia.
Danilo esercitava il mestiere di spia, denunciava ogni azione, ogni gesto di scherno, ogni parola pronunciata dai suoi compaesani contro gli austriaci; molti di loro assaggiarono, oltre alla frusta, la sbobba gentilmente offerta agli ospiti dai carcerieri austriaci: qualche giorno di cella era il minimo sindacale garantito, grazie alle frasi riportate da Danilo al capitano della guarnigione.
Il suo, chiamiamolo lavoro, non si limitava alla delazione; essendo lombardo poteva attraversare il confine con una certa facilità e riferire eventuali movimenti sospetti delle truppe piemontesi.

“L’austriaco”, così i paesani apostrofavano in tono dispregiativo l’odiato Danilo, ripromettendosi di fargliela pagare alla prima occasione.
Lui non se ne curava, non si sentiva un traditore, ma la quinta colonna dell’esercito austriaco; questo perché sua madre l’aveva cresciuto nel culto, falso, di un padre ufficiale dell’esercito austriaco caduto in un’imboscata tesa da ribelli lombardi.
Nonostante l’odio tracimante, l’austriaco riuscì a far innamorare una ragazza del paese e, nonostante la contrarietà dei genitori di lei, decise che sarebbe stata comunque la madre dei suoi figli.

1 L’AUSTRIACO

«L’austriaco mai! Piuttosto ti ammazzo con le mie mani!» urlava il padre, e giù legnate sulla schiena della poveretta rannicchiata in un angolo.
Angelica piangeva e imprecava pietà, ma l’imbufalito genitore non voleva sentire ragione; bestemmiando e maledicendo l’austriaco, continuava a menar fendenti roteando il bastone.
Lo sguardo della poverina cercò aiuto negli occhi spenti della madre. La donna, pallida e macilenta, seduta accanto alla stufa, continuò a mescolare la povera cena dentro la pentola, disinteressandosi delle urla imploranti della figlia.
Menar legnate urlando come un ossesso, a lungo andare si rivelò un esercizio fisicamente stancante. Approfittando di un momento di pausa, Angelica sgattaiolò via sotto il naso del padre e, arrampicandosi velocemente sulla scala a pioli, andò a rifugiarsi nel soppalco: zona notte del minuscolo, umido e insalubre locale, dove l’attendevano spaventati i suoi quattro fratelli.

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