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Geena
Scritto da athos
Categoria: Narrativa
Scritto il 28/11/2017, Pubblicato il 28/11/2017, Ultima modifica il 28/11/2017
Codice testo: 2811201710213 | Letto 353 volte

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Nota dell'autore athos:
Geena era un'impiegata modello e in tutto ciò che faceva ci metteva il cuore

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Geena
Geena, me la ricordo come fosse ora. Piccola, i seni sodi che quasi avrei voluto sfiorarli, e i lunghi ca¬pelli biondi che incorniciavano un viso dalle labbra rosse come il sole al tramonto. Quando la chiamava Piccion, si alzava dalla poltroncina, si lisciava i vestiti, e scattava verso il suo ufficio. Era talmente improvvisa la sua rincorsa, che ogni volta mi aspettavo si catapultasse verso di lui con una serie di gira¬volte tipo Daryl Hannah in Blade Runner. M’immaginavo i suoi boccoli rivolgersi verso il pavimento e poi verso l’alto, in un moto perpetuo.

Io spesso le canticchiavo una canzone di Bennato e lei mi sorrideva.

E’ tutto scritto
catalogato
ogni segreto
ogni peccato
Saprai perché,
quando saaaarai grande, saprai perchèeee

Era giovane Geena quando fu assunta alla Divanite, forse non aveva ancora vent'anni. Già impalmata in un matrimonio che sarebbe durato solo qualche mese e la cui fine non provocò strascichi. Libera era la ragazza, e affamata di vita. Cominciò come addetta all'archivio, migliaia di fatture da inserire in un ordinato esercito di raccoglitori. Lavorava con piacere, con un sorriso che rasserenava tutto l’ufficio. Era impareggiabile mentre si destreggiava sicura tra le fazioni e le antipatie reciproche, non facendosi incastrare in giudizi di parte e continuando rimanere fedele a se stessa.
Ora, che di anni ne aveva quaranta, stava ancora seduta alla stessa scrivania, sempre bella, forse solo un po’ appesantita. Andava d’accordo con gli uomini e con le donne dell’ufficio ed io, guardandola, pensavo che se il mondo fosse stato governato da persone come lei, avrebbe una velocità tripla rispetto a quella attuale.
Le conseguenze delle tantissime ore di lavoro, dei pasti saltati o smangiucchiati velocemente e dei caffè bevuti tutti di un fiato perché chiamata in direzione, si leggevano nelle rughe e nei movimenti veloci degli occhi, votati a cogliere ogni movimento del mondo esterno, come una sentinella che temesse di essere sorpresa. Geena conosceva tutte le documentazioni aziendali, e ogni giorno Piccion la chiamava anche fino a cento volte. Mi ricordo una sera, tanti anni fa, uscì un poco prima dal lavoro; dei superiori, come cortigiani medioevali, gli concessero il permesso di farlo, scherzandola sottilmente, dicendole di non prendere l’abitudine. Lei, come un soldato prima di una licenza, timoroso di aver mancato una qualsiasi consegna, quasi batté i tacchi per far capire loro che aveva compreso l’ordine. Ci rimasi malissimo, e prima che uscisse dalla stanza, gli feci l’occhiolino. Sapevo che quelle battute erano degli uncini che le avevano rigato la schiena, facendola sanguinare.

Un mattino vidi Geena molto preoccupata. La direzione al gran completo era molto nervosa, tutti cercavano di capirne il motivo, ma le notizie erano frammentarie. Molti facevano a gara per dimostrare di saperne di più, per darsi una patetica importanza, senza nessun fondamento plausibile. Lei aveva subodorato qualcosa, perché aveva un sesto senso innato, ma non era ancora certa di cosa fosse realmente accaduto. Partecipe ed empatica com'era, si trovava già in fibrillazione. I boatos di corridoio, con il passare dei minuti, raccontavano di documenti trafugati e consegnati a una società concorrente. Roba da far venire la pelle d’oca. Qualcuno aveva osato l’inosabile. Le sue colleghe come autentiche pasionarie cominciavano a infuriarsi, mentre Geena provava nel cuore una profonda tristezza. Quel giorno Piccion era riunito con Giovanni e Giacomo, i capi del management. Fuori, agitato e pensieroso, sostava Aldo Trombetta. Avrebbe fatto carte false per essere presente al vertice aziendale ma questo gotha non faceva per lui. Si doveva accontentare solo di essere abbastanza vicino al centro del problema. Si senti¬vano le urla trapassare le pareti di cartongesso. “Perché non vi siete accorti? Per cosa io vi pago? AAAAHHHHH… io lo sapevo, l’immaginavooo. Riderà tutta la Brianza.” Urlava come un ossesso Piccion. Aldo fremeva, avrebbe voluto sfondare la porta, entrare, stracciarsi le vesti e gemere “Siii, è vero, anch'io lo pensavo, ma non mi hanno fatto parlareeee.” E invece doveva rassegnarsi a essere solo uno spettatore, un guardiano pittoresco alle porte del potere.
Geena quel mattino mi venne incontro e bisbigliò “Dio mio, chissà cosa è successo, tremo tutta. Lo sai come sono, basta poco.” Io le dissi di non preoccuparsi, che a breve avremmo saputo la verità.
Prima di mezzogiorno Piccion la chiamò. La vidi involarsi a folle velocità nel suo ufficio. Le chiese la pratica Divanilandia. Lei uscì, prese il faldone con mani sicure e ritornò. Chiese al suo padrone cosa fosse successo. Lui la guardò e non rispose. Poi, come spesso accadeva, le disse di rimanere in ufficio durante la pausa, perché forse avrebbe avuto ancora necessità. Un altro pasto saltato e, nono¬stante ciò, Geena uscì rinfrancata da quella conversazione.

Il giorno dopo Geena fu la prima ad arrivare in ufficio. Era nervosa e non se ne spiegava il motivo. A metà mattinata Piccion tenne una riunione con Giovanni e Giacomo. Erano già due ore che confabulava animatamente con i suoi due manager, che ascoltavano in silenzio e a capo chino. Prese il telefono e chiamò Geena. Io le feci l’occhiolino.

“Geena, ecco la pratica Divanilandia, la può mettere al suo posto, non ne abbiamo più bisogno.” Disse Piccion. Lei ci rimase un po’ male, non capiva tante cose della vicenda; si fece coraggio e con voce tremante chiese “Scusi Dottor Piccion, se qualcuno ha trafugato dei documenti, ha commesso un atto grave verso lei e, di conseguenza, verso tutti noi. Dovrebbe essere denunciato e licenziato, vero signor Giovanni e signor Giacomo?” I due si guardarono mesti e attesero Piccion. “Geena, va bene così, sappiamo chi è stato, però le ripeto che va bene così. Non faremo nessuna denuncia, perché… perché ci sono tanti segreti da custodire.” intervenne Piccion.
Geena lo guardò e Piccion continuò ferito come una belva.
“A me non interessa, non è mai importato nulla di ciò che è giusto o di ciò che è sbagliato; e ora, boh, la penso sempre così, anche peggio. E si ricordi Geena, cane non mangia cane.”

La donna lo guardò, un lampo immaginario sorto dal nulla la investì, una luce che s’irradiava dall'alto illuminava un cuore nero, nero come la pece.
“Va bene” disse e uscì dall'ufficio.

Le girava la testa, traballava insicura sulle scarpe dal tacco alto, il rossetto si era sbavato sulle labbra umide e gli occhi bruciavano. Si rifugiò in bagno, chiuse la porta alle spalle e vi si appoggiò per respirare a fondo. Il suo piccolo corpo tremava al cospetto delle menzogne del mondo. Vi rimase qualche minuto con lo sguardo assente e il respiro pesante. Poi si sistemò, si rimise il rossetto e uscì per ritornare al suo posto, accompagnata dal brusio delle colleghe.

“Non so cosa dire, pensavo che anche in un arido deserto potesse nascere un fiore.”
Questo Geena mi disse, un giorno di aprile.

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