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La mia amica mattutina
Scritto da ANDREA OCCHI
Categoria: Narrativa - erotico/romantico
Scritto il 28/03/2018, Pubblicato il 28/03/2018 14.38.12, Ultima modifica il 29/03/2018 21.51.50
Codice testo: 2832018143812 | Letto 494 volte

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Nota dell'autore ANDREA OCCHI:
Non è pensata...alcune correzioni apportate dopo alcuni consigli

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Mi ero svegliato con una energia inusuale che mi percorreva l’inguine come da anni non mi accadeva. Ne fui stupito, non perché tali episodi fossero oramai rari, ma proprio perché ne avvertivo la estraneità al consueto, come se fosse una comunicazione premonitrice di ciò che quella giornata mi avrebbe porto e che quella sera stessa, scrivendo a posteriori, ne avrei compreso il significato, ma esponiamo con ordine, senza anticipare alcun evento, altrimenti scemando la curiosità, scemano pure i lettori.
Sbadigliando e con le palpebre che non si decidevano a scollarsi, accesi la fiamma sotto l’ottagono della caffettiera. Mentre sollevavo la tapparella, il campanello della porta di ingresso trillò due volte: due brevi pressioni. Era qualcuno che conoscevo: non so quale sia il senso ordinale, ma anche dalla modalità con cui si preme l’interruttore, sono in grado di stabilire se il dito oltre la porta appartenga ad una mano amica ovvero sconosciuta.
“Buongiorno!” – mi travolse una voce cinguettante. Era Francesca, la mia vicina con indosso un abitino leggero color giallo chartreuse, corto a mezza coscia, che lasciava nude le braccia e le spalle tatuate: una montagna da cui discendeva un fiume tra soffi di vento e un sole. Il colore ramato dei capelli aveva subito un recente e drastico taglio. Sul lato destro era quasi rasata, un piercing a forma di spada le perforava il sopracciglio sinistro.
Ricambiai la cortesia con un mezzo grugnito. Sino a che l’infuso non mi sbatte sulle papille, io, al mattino, non parlo e lei lo sapeva bene: irrompeva di tanto in tanto sempre nel momento in cui ero meno presentabile e ospitale. Ci piacevamo, lo sapevamo, ma mai avevamo approfondito il nostro rapporto. Ci piaceva così.
“Buongiorno anche a te!” – augurò alla mia erezione che, evidente, non si era ancora sopita, sollevando la stoffa scozzese dei pantaloni del pigiama sotto i quali non indosso mai le mutande; per eliminare ogni domanda pruriginosa.
Il gorgoglio della caffettiera mi piace; detesto quelle macchinette caricate a pallettoni colorati.
Posai due tazzine sulla tavola e il latte freddo. Ci sedemmo. In silenzio, per alcuni minuti, gustandoci l’aroma che dal naso scendeva giù liquido. A Francesca piaceva senza zucchero.
Mi alzai per andare in bagno.
“Eh! Però fai qualcosa, curati!” Esclamò con ironia, strabuzzando gli occhi verdi.
L’erezione era ancora lì come un dito proteso ad indicare un qualcosa che ancora risultava invisibile.
Doccia veloce, jeans, camicia di lino bianca, “New Balance” grigie e rosse, e uscimmo in direzione dello studio di Max, il tatuatore. Francesca aveva idee per un altro tatuaggio: un uomo ed una donna nudi sotto fiocchi di neve discendenti.
L’aria era strana aveva come un suono diverso, anomalo. Camminavamo l’uno di fianco all’altra. Francesca mi raccontava di una delle sue notti brave; era una stimata e ricercata flairbartender e non c’era notte senza che si ritrovasse, dopo il lavoro, avvinghiata a qualcuno ovvero qualcuna, dei quali non ricordava neppure il nome.
Oltrepassata di poco l’officina del fabbro, mi fermai all’istante e tornai indietro strattonandola.
“Che stai facendo?” – domandò sorpresa.
“Lo senti?” – domandai, quasi balbettando, indicando il cane all’interno del cortile da cui non usciva se non con il padrone.
“E’ un cane: abbaia!” - replicò quasi stizzita.
Ripetei la domanda e mi guardò con maggior stupore e attenzione, balbettando una risposta negativa.
Il cane benchè stesse abbaiando non produceva alcun suono.
Poco oltre all’interno della chioma di un alto platano stormivano decine di storni, solitamente chiassosi. Nessun cinguettio proveniva dall’albero. Nessuno dei bambini che giocavano al parco si accorse dell’anomalia.
“Vieni con me!” – intimai a Francesca la quale mi seguì con lo sguardo preoccupato.
Scendemmo sull’argine del fiume che attraversava l’abitato, proprio nel punto in cui su un piano erboso si ergeva un antico salice. In quel tratto, il corso d’acqua saltellava su ciottoli e piccoli massi, ma il fluire era muto. In una pozza poco distante gettava la propria lenza un pescatore, il quale fissava l’acqua davanti a sè, come nella normalità in cui era immerso sino a mezza gamba.
“Ma solo noi due non sentiamo?” – ci chiedemmo quasi contemporaneamente.
Ci dirigemmo alla piccola cappella eretta nel punto esatto in cui un fulmine, secoli prima, precipitò dal cielo schivando come per prodigio la scolaresca che si era riparata dalla grandine sotto i rami di un’ampia quercia.
Raccolsi alcune ghiande da terra e le scagliai contro la campana al centro del campanile. Udimmo i soffusi rintocchi del bronzo.
“Quindi non sentiamo i suoni della natura. Cioè non sentiamo ciò che non è umano. Le voci, i rumori come lo sbattere di una porta, il rintocco di una campana lo sentiamo. E’ la natura che è divenuta muta!” – disse Francesca. La voce aveva un timbro ovattato sull'ultima frase.
“E ora? Che facciamo?” – le chiesi.
Mi fissò pensierosa e con tono grave:
“Io lo so! Seguimi!”
Trattenendomi la mano mi condusse al cimitero, percorremmo il vialetto di ghiaia vigilato da due teorie di cipressi argentati e giungemmo nella parte più interna di quell’abitato funebre, quella più antica e sconosciuta poiché, forse, anche i discendenti dei defunti che ivi dimoravano erano morti ovvero anche se ancora in vita non se ne curavano. Tuttavia notai che le sepolture non apparivano abbandonate agli sfregi del tempo. Anzi, i fiori erano freschi, parevano balconcini di una ridente cittadina di montagna: non dalie e gerbere, bensì gerani multicolore, che circondavano una piazzetta al cui centro si ergeva una sepoltura stravagante. Era un ottagono di ghisa nera alto circa un metro e mezzo. Su ogni lato, della lunghezza di circa due metri, era impressa un’immagine, non sacra, come si poteva prevedere.
Percorremmo il perimetro di quella costruzione. Francesca lo seguiva con la mano, accarezzando le incisioni: un fiume, una montagna, il vento, il sole, un uomo, una donna entrambi nudi, la neve che scendeva dal cielo.
L'ottavo lato era aperto: una ripida scala conduceva all’interno della cripta sottostante illuminata da minuscole luci incastonate in un lampadario di vetro nero.
Il passo di Francesca era sicuro, il mio affatto: mi lasciavo trascinare.
Tra le gambe ritornò l’erezione mattutina.
Oltre una parete, in cui le radici di alcuni cipressi fungevano da stipiti ed architrave si svolgeva un cunicolo ben mantenuto dal cui fondo baluginava un luce tenue tenue ed un brusio sommesso.
Percorsolo integralmente ci ritrovammo in una vasta stanza ove i morti sembrava ci attendessero. Non provavo timore e nemmeno Francesca.
Colei che doveva fungere da loro guida, alzò la falange del dito indice della mano destra e fu silenzio.
“Madre - esordì Francesca – la natura sta morendo…è divenuta muta e presto smarrirà anche i propri colori, come mi avevate sempre raccontato anche se non volevo credervi. Ora sono qui per chiedere il tuo, il vostro aiuto”.
Si alzò un vociare sommesso.
“Figlia mia – la voce era piacevole, musicale, dolce – l’unico rimedio lo sai. La causa di tutto ciò che sta accadendo sei tu. Tu hai voluto sfidare la natura, rinnegando il regno mortale la cui regina ti ammonì trent’anni or sono. Anche se un solo minuscolo tassello non dovesse collocarsi nel proprio alveo naturale, il mondo sia dei morti sia dei vivi subirebbe enormi danni, ti disse”.
“E’ vero madre, ma pose una condizione a tutto ciò che io mi innamorassi. Solo il mio innamora…”
E qui si interruppe. Mi lasciò la mano, volse il suo sguardo sul mio viso, si avvicinò e mi baciò.

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