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Quando la guerra ha gli occhi verdi
Scritto da ivan
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 29/05/2018, Pubblicato il 29/05/2018 22.24.48, Ultima modifica il 29/05/2018 22.24.48
Codice testo: 2952018222448 | Letto 264 volte

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Un campo profughi, una guerra nata quasi tra l’indifferenza, una delegazione umanitaria. Un’esperienza che ti segna per sempre.

Uno sguardo pulito, occhi verdi bellissimi che mi guardavano senza particolare curiosità. In piedi, immobile in attesa di capire cosa avessi in testa. Non chiedeva spiegazioni era abituata a subire, ad aspettare che fossero gli altri a decidere. Ero arrabbiato, sorpreso, imbarazzato. Un cocktail che si trasformò ben presto in un forte malessere, vista annebbiata, improvviso blocco allo stomaco, dovetti mettercela tutta per non vomitare. Per fortuna le porte dell’ascensore si aprirono.
“Quanti anni hai?” La voce era acida come la mia bocca, un sapore acre quasi insopportabile.
“Diciotto.”
“Da quanto tempo fai questa vita?”

Ma che cazzo te ne frega, chi sei suo padre? Domani riparti, non la vedrai mai più, di che ti impicci?

“Dal giorno del mio compleanno. Tre mesi.”

Ti sei fatta un bel regalo.

Chiedere perché, sarebbe stato grottesco. Anche se era difficile pensare di potermi sentire più ridicolo di quanto già mi sentissi. L’avevo notata al campo profughi, troppo bella per passare inosservata, stringeva un bambino, lo teneva in braccio quasi fosse un giocattolo, Non l’aveva mai lasciato. Seguiva il cerimoniale un po’ in disparte, non sembrava infastidita ma nemmeno interessata. Mi era sembrata l’unica persona normale di tutto il campo, noi compresi.

Aveva lo stesso atteggiamento, anche davanti alla vetrina dove l’avevo rivista. Al posto del bambino la borsetta, guardava la gente che affollava la piazzetta senza sottrarsi ma senza mostrare particolare interesse. Capelli biondi, quasi rossi, luminosi nonostante i troppi lavaggi e il pessimo shampoo. Era bella, molto bella, senza un filo di trucco, vestita in modo dimesso, pulita, niente che lasciasse trasparire il mestiere.

Non mi sarei accorto di niente se non avessi visto il soldato allungare la banconota e prenderla sotto braccio. Il mio era stato un gesto istintivo, ero intervenuto senza pensare alle conseguenze che per fortuna lei riuscì ad evitare, fornendo spiegazioni che non compresi perché la conversazione era avvenuta in inglese. L’americano sembrava perplesso, indeciso, alla fine però tra occhiatacce e imprecazioni si allontanò dopo essersi fatto restituire il denaro.
“Mi scusi, non avevo capito che volesse la mia compagnia.”
Aveva pronunciato la frase in un italiano quasi perfetto, prendendomi il braccio. Mi spostai bruscamente, l’avrei presa volentieri a schiaffi ma seppure a fatica riuscii a controllarmi. Non ero arrabbiato con lei, non sapevo nemmeno con chi prendermela, con la guerra, con gli americani, con quegli stronzi che si illudono di mettere le cose a posto con pacchi dono e qualche banconota.

E adesso? Posso pagarla e rimandarla al campo ma cosa cambia? E domani?

“Come ti chiami?”
“Nadia”.
Attraversammo il grande atrio dell’albergo, tutti gli sguardi erano puntati su di noi. Intuivo i sorrisini dei miei compagni di viaggio, la disapprovazione delle donne e l’odio di tutti gli altri: inservienti, ospiti, militari. Puntuale anche il cenno d’intesa e il sorriso idiota del direttore.

Maledetti imbecilli, siete talmente meschini, da non concedervi il benché minimo dubbio, pensate di aver capito tutto. Mi fate schifo, talmente schifo che il vostro disprezzo allevia la mia sofferenza.


Spinsi il bottone. Un inserviente in divisa chiese se avessi bisogno di aiuto. Davvero anacronistico, nonostante la situazione apprezzai il lato comico.
Quella che avrebbe dovuto essere una camera singola era quasi un appartamento. Attaccapanni a muro sulla destra, una cassapanca di legno al centro dell’entrata che introduceva in una specie di salotto con tanto di poltrona, divano e un tavolo. Il reparto notte comprendeva due armadi, un letto a due piazze, un divano e un tavolino fissato al muro. I dipinti appesi alle pareti ritraevano paesaggi e nature morte. Definirli brutti era quasi un regalo. La porta del bagno era aperta, una stanzone enorme, una vasca eccessivamente grande, un box doccia sicuramente, aggiunto di recente e un lavandino. Come d’abitudine constatai la mancanza del bidè. Sorrisi, era ormai diventata una mia fobia, un pensiero che mi aveva accompagnato in tutti i viaggi. L’arredo era di dubbio gusto, stile tipico del regime ma per lei era il paradiso. “Posso fare un bagno?” La vidi sorridere per la prima volta. Tanto entusiasmo era motivato, il campo ospitava circa duecento persone, soprattutto donne e bambini, quattro baracche enormi, inospitali, gabinetti e docce esterne. Uno spiazzo ampio che la mancanza di vegetazione faceva sembrare ancora più deprimente. Gli unici alberi all’entrata, due pioppi, sembravano finti. Non c’era filo spinato ma non avrebbe aggiunto niente, tanto nessuno sarebbe fuggito e comunque, nessuno l’avrebbe rincorso.

Nella città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone; le stanze non areate puzzavano di polvere marcia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell’umido dei piumini e dell’odore pungente e dolciastro di vasi da notte. Dai camini veniva puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo di solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati; dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti, dagli stomaci un puzzo di cipolla e dai corpi, quando non erano più tanto giovani, veniva un puzzo di formaggio vecchio e di latte acido e malattie tumorali. Puzzavano i fiumi, puzzavano le piazze, puzzavano le chiese, c’era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l’apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra, sia d’estate sia d’inverno. Infatti nel diciottesimo secolo non era stato ancora posto alcun limite all’azione disgregante dei batteri, e così non v’era attività umana, sia costruttiva che distruttiva, o manifestazione di vita in ascesa o in declino, che non fosse accompagnata dal puzzo.

Patrick Süskind, si sarebbe sorpreso di non riscontrare nessuna attività umana, sia costruttiva che distruttiva, o manifestazione di vita in ascesa o in declino.

Vedevo i bambini giocare, urlare, rincorrersi ma le loro grida sembravano mute. Due uomini erano seduti in un angolo all’esterno della baracca, guardavano senza vedere, silenziosi, quasi immobili, passandogli vicino mi accorsi che si tenevano per mano, lo facevano in un modo che non destava curiosità, i loro visi non avevano espressione e non accennarono neppure un gesto. Le donne, vere padrone del campo, facevano il possibile per far apparire tutto normale, sorridevano, mostravano i figli, offrivano il caffè alla delegazione esibendo tazzine di ceramica. Sembravano marionette animate per l’occasione. Avevo l’impressione che tutto sarebbe stato smontato non appena ce ne fossimo andati e i “manichini” conservati in attesa dell’esibizione successiva.

Non c’erano odori, né profumi né puzza, sono sicuro che nemmeno il cibo avesse sapore. Anche i colori finivano per assumere una tonalità smorzata, quasi neutra. Solamente il nero delle baracche si distingueva dal contesto.

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