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La stirpe dei Barbotti: capitolo 3
Scritto da vecchioautore
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 30/10/2018, Pubblicato il 30/10/2018 10.11.48, Ultima modifica il 30/10/2018 10.11.48
Codice testo: 30102018101147 | Letto 74 volte

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3 ADDIO ANGELICA

Giuditta aveva chiesto a Francesco Giuseppe di accompagnarla in paese. Gli operai erano andati in un cascinale a sostituire la ruota di un carro. Altero stava misurando una grossa trave adagiata nel cortile quando Angelica, affacciandosi alla finestra, lo invitò a salire.
Altero annuì sorridendo, pregustando il piacevole momento abbandonò metro e squadra e corse da lei.
Angelica lo attendeva in piedi nella sua camera, accanto al letto. «Sono incinta!» lo informò come lo vide.
«Mio Dio, cosa ho fatto!» esclamò Altero fissando con sguardo incredulo il ventre di Angelica. Sentendosi mancare si appoggiò alla spalliera del letto, si sedette, prese fiato e le chiese: «Sei sicura? Potrebbe trattarsi di un ritardo».
«Ne sono certa. Avrò un altro figlio… e sarà il tuo», confermò lei, illuminandosi di felicità.
«Lo abbiamo cercato per anni, io e Giuditta, abbiamo pregato… e ora Dio, punisce così il nostro tradimento», diceva scuotendo il capo Altero.
«Un bambino non è una punizione divina, è un dono», lo corresse Angelica, rattristandosi. «Dovresti essere felice per questo regalo che il Signore ha voluto farci», aggiunse posando le mani sul ventre.
«Dovrei, ma non lo sono… Quando Giuditta lo scoprirà, le si spezzerà il cuore.»
«Giuditta ama i bambini, capirà!»
Altero scosse il capo. «Proprio non riesci a capire… non potrà mai perdonare il mio tradimento; ci amiamo praticamente da sempre, non avrei dovuto tradire la sua fiducia.»
«Però lo hai fatto, e non una sola volta. E non mi sembravi così contrito quando mi montavi!» sbottò stizzita Angelica.
«Ti prego…»
«Ti prego cosa?!» lo interruppe Angelica incendiandosi in volto. «Ora che hai combinato il guaio, trova tu il modo per risolverlo! Avanti, sto aspettando!»
«Devo riflettere», mormorò lui stringendo la testa tra le mani.
Trascorsero due lunghi minuti prima che Altero si riavesse. «Devi andartene lontano». disse sommessamente guardando il pavimento.
«Cosa stai dicendo, sei impazzito?! E guardami in faccia!» urlò Angelica.
«Calmati e ascolta…»
Ma Angelica lo aggredì verbalmente senza lasciargli il tempo di concludere la frase: «Non mi calmo e nemmeno ti voglio ascoltare! Dopo che hai combinato il guaio, ora vuoi buttarmi fuori di casa assieme a mio figlio! Ma non ce l’hai un cuore?!»
«Non è così, se ti degni di starmi ad ascoltare, vedrai che non è come pensi», provò a spiegarle Altero, mantenendo un tono pacato.
Angelica si appoggiò alla parete. «Ti ascolto», fece incrociando le braccia.
«Per il denaro non dovrai preoccuparti; ci penserò io. E ti troverò anche la casa… a tuo figlio, penseremo io e mia moglie.»
«Dovrei lasciarti mio figlio, e scappare con il tuo in pancia?!» proruppe Angelica puntandogli contro due occhi fiammeggianti. «Ma che razza di uomo sei?!»
«Ragiona, con noi avrebbe un futuro, imparerebbe un mestiere. E quando sarà il momento, gli lascerò la falegnameria.»
«Faresti questo per mio figlio, e mi cacceresti da casa con il tuo di figlio… perché?»
«Perché in Francesco Giuseppe mi rivedo da giovane; la stessa grinta, la stessa voglia d’imparare, di migliorare nella vita. E’ lui il figlio che avrei voluto, gli voglio bene come se fosse mio.»
«E di questo? Che ne sarà di questo?» chiese Angelica indicando il ventre con lo sguardo.
«Lo terrai con te. Ogni mese ti verserò una somma congrua perché possiate vivere degnamente; ma non dovrà mai sapere di chi è figlio.»
«Perché?»
«Perché se lo si venisse a sapere, perderei la mia onorabilità. E questo non posso permettermelo.»
“Allora è così: conta più l’onore da mostrare agli altri, che l’amore per tuo figlio. Mi fai schifo, Altero!»
«Non posso rovinare la mia onorabilità, Giuditta ne morirebbe… cerca di capire, ti prego», la implorò con voce accorata.
Angelica serrò la mascella, la rabbia montante si fece incontrollabile, staccò la schiena dalla parete, si avvicinò ad Altero e schiaffeggiandolo ripetutamente gli urlò in faccia: «Sei un bastardo senza onore! Cerchi d’impietosirmi mettendo di mezzo quella povera donna!»
Improvvisamente si arrestò, respirò a fondo e concluse con un tono di sfida: «Appena torna Giuditta, le racconterò tutto, vedremo cosa ne pensa», poi si voltò e uscì dalla camera.
Altero si sentì perduto, la rincorse raggiungendola mentre si apprestava a scendere la scala, afferrandola per un braccio cercò di trattenerla. «Non farlo, ti scongiuro, non puoi farmi questo», la implorò nuovamente.
Lei si divincolò dalla presa. «Lasciami!» fu l’ultima esclamazione, seguita da un urlo agghiacciato e da una serie di tonfi provocati dal corpo che rotolava giù dalla scala. Dopo essersi divincolata, voltandosi di scatto Angelica aveva messo un piede in fallo.
«Mio Dio, Angelica!» urlò Altero precipitandosi ai piedi della scala.
Il corpo di Angelica giaceva piegato in modo innaturale. Altero, piangendo, cercò di rianimarla. Ma quando vide il sangue uscire dalla tempia che aveva battuto contro lo spigolo di un gradino, si mise le mani fra i cappelli. «Mio Dio, cosa ho fatto… perché! Perché!» gridava.
Si avvicinava al corpo, la guardava sbigottito e piangendo tornava ad allontanarsi. Passarono cinque minuti prima che, ritrovando una parvenza di normalità, elaborasse un piano per non essere associato al tragico fatto.
Lasciò la poveretta ai piedi della scala, tornò nella falegnameria, con l’animo in subbuglio sistemò una tavola di rovere sul banco, si asciugò le lacrime, strinse fra le mani mazzuolo e scalpello e, guardando fuori dalla finestra, rimase in attesa pietrificato nell’atto di assestare il primo colpo di mazzuolo sullo scalpello che avrebbe inciso il tenace rovere.

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