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CANTO PRENATALIZIO
Scritto da Domenico De Ferraro
Categoria: Poesia - D'amore
Scritto il 30/11/2018, Pubblicato il 30/11/2018 15.55.24, Ultima modifica il 30/11/2018 15.55.24
Codice testo: 30112018155524 | Letto 38 volte

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CANTO PRENATALIZIO

DINO FERRARO

Sere di dicembre vedrai nel tempo trascorso il senso della poesia negli occhi dei fanciulli , il giulivo slancio dei concetti le meste conclusioni letterarie ed i molti affanni che han mietuto tante vittime cosi illustre. Di tanti anni spesi in ragionamenti e conferenze, d’indagine cliniche e altri varie intendimenti che ci hanno condotto in una fossa insieme a tanti dubbi . E s’ agogna nella menzogna e s’ acconcia la veste poi di slancio sensuale al suono delle trombe egli si desta dal suo lungo letargo. Di tanti anni passati insieme , piccole virtù fanno ammenda di cosa voglia dire nell’ augurare ogni bene nell’onda tra ordini e disordini , reflussi gastroesofagei . Sentire le pene entrare con forza nella fulva vagina. Giorni , mesi ed anni di mie virtù fallaci , fatti di baci , di carezze critiche di meste ancelle sedute sopra un tetto declamante l’invitto verbo il bello il buono di questa esistenza.

Migranti gesuiti , solcheranno le terre conosciute , verranno giorni cupi senza peli sulla lingua e si chiamerà destino o forse una bugia, un dolce ritornello. Ti possa essere lieta la terra e sugli allori decantare le mitiche spoglie di Galatea e Aci alle foce d’un fiume di parole disperse in mezzo ad un mare di rime . Son reo , felice , lesto et deste sono rimaste in sette senza denti o legami certi, ogni cosa stringe il cuore ed impaura.

Ora di molte notti , trascorse in questo ossesso, sono io la forma che rimanda ad una incerta conclusioni o son dannato di mia ventura? In presagi infantili agli antipodi di ogni conoscere le mitiche verghe s’alzano al suono di cornucopie solitarie. Suoneranno nell’eco del vento che entra da ponente e s’inabissa per abissi marini per mondi sconosciuti . Gioia non vedo e rimango in bilico a trovare l’antidoto . Di morte certa in grandi amori ho recitato la mia parte e nel mio animo ho coltivato l’invitta vittoria dei padri. Ora mesto , volgo il capo e grande la mia pena, grande il mio dolore.

Morire per mano ignota con un capello in testa in un giorno di festa con te che canti gli idilli marini davanti ad una finestra nelle meste ricorrenze dei messi . In miraggi lubrici , visioni infernali, intendimenti vani che volano nei canti a notte. La morte ed il suo delirio. Per vie solitarie ed oscure al fato ti spingi con coraggio in cerca di un amore carnale. E la pioggia verrà a bagnarti il viso , verrà a lavare le caduche natiche ed i capelli sparsi sulle toste spalle.

Mi regalerai questo amore immaturo e sarò contento di ritornare bambino giocare con te per meriti e metri sulle note prosaiche , sulle note di un canto che sale piano , piano con l’amore di un popolo, con l’amore di un vecchio clarinetto che suona in un angolo perduto il suo triste blues. Quantunque mirai a capire l’ossesso mi spogliai dei miei misfatti di quanta pace avevo in corpo dei tanti perché funesti che erano un tempo sorsi in me . Mirai ed affrontai il nemico senza indietreggiare con l’animo di chi vive una vita tutta sua. Non ebbi pace , certo non di tanto amore ne di delirio con pochi soldi , cercai di avere e caddi dentro un senso di sazietà. Mi spogliai , corsi , quando compresi d’essere morto alzai lo sguardo e vidi tutto il mondo indietro. Dolce immenso un mondo senza inganni nella gaia illusione che mi sollevava dal male . Rubai il fuoco degli dei e vidi Anchise lavarsi i capelli senza sciampo, ignudo con la sua spada penzolante tra le agile gambe.


Fui il tuo destino, sarò il tuo inganno , sarò quell’amore che mai si flette , fermo , tosto , citrullo più becero di un gatto stonato . Seme piantato con forza dentro un teschio . Quando sarò lesto nell’intendere e capire questa mia rovina, questo discendere dal fato dalla forma avulsa in mille strani sentimenti. Vagando in ore perse segni di un vivere che si disperdono ed impiantano in noi l’accidia . Di vario passo nel silenzio Ermione tu sognasti e vagasti per le corsie dell’ospedale in cerca di un amore per rime . Incredula nell’eco della voce di un paziente morente . Ogni cosa era tutt’uno con le luci di natale. Brillanti ,luccicanti ,luci natalizi , delizie del palato ed il pensiero si tramutava in un lupo cattivo. Correre ancora per monti e valli innevati , giungendo fin vicino alla povera grotta del bambino innocente, nudo tra la paglia e nel canto si smorza l’ansia in mezzo a tanta bellezza a tanta tenerezza.


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