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La mia porta chiusa
Scritto da serbasciu
Categoria: Narrativa
Scritto il 30/01/2018, Pubblicato il 30/01/2018, Ultima modifica il 30/01/2018
Codice testo: 301201891753 | Letto 101 volte

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La mia porta chiusa, la mia piccola, timida, maldestra, modesta, dignitosa porta sul mondo.
Chiusa.
In fondo all’andito la mia piccola rugginosa, sgangherata, sudicia porta sull’anima grinzosa, asfittica, al centro di una pianura di lingue di gesso e di mitiche ali di crocefisso crepitanti senza eco.
Chiusa.
La mia dimora. La mia casa ? la mia culla ? il mio edulcorato sepolcro ? la mia sentenza acuminata ?
Un cubo di alabastro cangiante di mille colori intrappolati nelle sue vene anguste di luce intermittente automatica tra le antiestetiche colature del buio.
Un corridoio per fare due vasche della stessa aria velenosa, senza incontrare nessuno, al massimo qualche maschera di Innsmouth scampata a qualche abisso.
Dappertutto un disordine inimmaginabile e visionario.
Poi due stanze.
Una stanza del tempo che cammina e si consuma, alla rincorsa, dove accadono mutamenti climatici del cuore imprevedibili, e nascono e spariscono nuovi desideri, nuovi affanni, sorrisi, sguardi, nuove lacrime, nuove meraviglie, e nuove abiezioni.
Qua, a volte corro, corro, corro, in tondo, fino a prendere la direzione dell’arsura e dell’asfissia della mia anima di Rattrappiteco, si, proprio quella razza di anime rattrappite, vergini, rugose, chiuse, lontane, avvolte con carta stagnola intorno a una luce senza sbocco.
Qua si raccoglie infelicità, gratis, sboccia spontanea oppure arriva nell’aria, leggera, copiosa, ad effetto immediato.
Si trova anche qualche rarissimo esemplare di felicità a quattro foglie, ma è sempre faticosa da raggiungere, da cogliere, fragile, gracile, un rimbombo di gioia all’orizzonte, un rullare festoso, poi tutto tace, vuoi mettere con l’altro fiore tenace che ti redime mentre ti condanna.
L’altra stanza è quella del tempo che non cammina, dove tutto è già scritto, visto, detto, pianto, riso, stupito, ma dove è possibile ripetere tutto l’accaduto ancora, tutto, ancora, tutto, ancora, tutto, ancora, terreno impossibile per la nuova felicità, fertile invece di rimpianti, amarezze, nostalgie, vergogne, dolori, dove anche i sorrisi si tingono di singhiozzi.
In questo nascondiglio, in questa tana che chiamo casa, lontano dalla voce dei giorni, vicino ai bisbigli sottili dell’onda instabile, mobile, aggressiva, carezzevole, sensuale, profonda, insondabile e ai brontolii della terra solida, calma, piena, calda, sicura, inestinguibile, senza merito e senza demerito, riesco perfino, incredibilmente, oltre a tutto il resto, a riempirmi di bellezza, a inciampare nell’amore.
SB 30/1/2018

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