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Scritto da Eli Arrow
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 30/03/2018, Pubblicato il 30/03/2018 17.48.37, Ultima modifica il 30/03/2018 17.48.37
Codice testo: 3032018174837 | Letto 122 volte

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Erano i giorni del disgelo. L’aria era ancora molto fredda e stavo cercando qualcosa che placasse la mia fame.
Fu allora che la vidi. Frugava il terreno scuro e brullo spostando le foglie del sottobosco con dita veloci che spuntavano da sotto il mantello.
Mi nascosi dietro a un albero a guardarla rovistare e scavare, immobile e stordito, trafitto fra stomaco e nuca da un brivido di eccitazione e paura. Era trascorso così tanto tempo da quando me ne ero andato, che non avrei saputo dire quando avevo smesso di contare gli anni della mia solitudine.
Le pozze d’acqua, d’intorno, fumavano vapori e basse nebbie, le stesse che di notte s’addensano, nemiche, in cristalli spinosi e taglienti, ma che di giorno si cangiano in veli lattiginosi e, amiche del cacciatore, lo celano, furtivo, alla preda. Così mi celai io nella nebbia, scivolando silenzioso fra le rocce e i licheni e per un po’ la spiai frugare fra gli alberi, respirando il vento che mi portava l’odore di fango e muschio dei suoi vestiti cenciosi.
Unico fulcro della mia coscienza, il mondo si avviluppò su di lei, ma l’eco sorda di qualcosa che si sgretola dentro risvegliò il dolore e con lui la ribellione. Mi rivelai, allora, ben visibile, coraggioso. Avanzai verso lei di qualche passo.
Preconizzando la sua fuga, m’apprestai a chiudere emozioni e pensieri: sarebbe scappata da me come gli altri, non era diversa, erano tutti bacati.
Ma lei mi sorprese.
Rimase immobile e mi guardò, e anch’io la guardai. Sotto il cappuccio i suoi occhi erano grandi e scuri e scrutavano i miei trascinandomi in mondi che avevo dimenticato. Affondai, e in quell’abisso i nostri cuori si inseguirono fra le spire d’una stessa vertigine.
Le tesi la mano, lei vi mise la sua e i nostri giorni e le nostre notti si fusero in un unico tempo.
Da allora scaviamo insieme tra foglie e terriccio, le orecchie attente a cogliere il rumore dei predatori, i piedi lesti a fuggire dai pericoli e dall'orrore. Di notte dormiamo rannicchiati l’uno nell’altra, l’altra nell’uno, dentro alberi cavi o in grotte o sotto coltri di foglie inospitali. Fuggiamo l’infida luce della luna e quella pallida e malata del nostro misero sole. Ma quando arrivano i mesi cupi della luna nuova, sfidando il freddo, i nemici e gl’incubi, ci strappiamo di dosso questi stracci informi e dispieghiamo le nostre ali maestose e fiere, levandoci in alto e sempre più in alto, oltre le cime degli alberi, oltre le vette delle montagne, oltre le croci delle loro chiese e finalmente, insieme, scrutiamo la notte.

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