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La stirpe dei Barbotti: capitolo 4
Scritto da vecchioautore
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 31/10/2018, Pubblicato il 31/10/2018 08.48.10, Ultima modifica il 31/10/2018 08.48.10
Codice testo: 311020188488 | Letto 90 volte

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4 IL TESTAMENTO DI ALTERO

Altero si lavò l’anima dai peccati lasciando la falegnameria, con annessa segheria, a Francesco Giuseppe. Persino la casa lasciò a lui; ma a una condizione: che la dividesse con Giuditta prendendosi cura di lei sino alla morte.
Francesco Giuseppe, che considerava Giuditta la sua seconda madre, non ebbe difficoltà ad accettare la clausola testamentaria.
All’amata Giuditta lasciò solamente dei beni mobili: oro, gioielli e denaro. Molto denaro, raccomandandole di non scialacquare e di usarne con parsimonia solamente lo stretto necessario per vivere modestamente il breve o lungo solitario intermezzo, nell’attesa, a Dio piacendo, del definitivo ricongiungimento.
Infine, forse per essere certo di guadagnarsi il paradiso, Altero lasciò una cospicua somma anche al parroco: da usare per sistemare il tetto e restaurare la fatiscente facciata della chiesa.

Francesco Giuseppe, coadiuvato dall’esperta Giuditta per la parte fiscale, assunse la guida dell’azienda; e lavorando duramente, concedendosi solamente la pausa domenicale per farsi vedere a messa in compagnia di Giuditta, riuscì a incrementare il giro d’affari.
Nonostante la sua strategia tendente a farsi ben volere dai compaesani: vedi le parate domenicali lungo le navate della chiesa sottobraccio a Giuditta, davanti agli sguardi di buona parte dei paesani lì convenuti per la santa messa, o le generose offerte a curia e scuola; per la gente rimase il figlio dell’austriaco, rampollo di una stirpe bastarda e traditrice.
Francesco Giuseppe conosceva la scarsa considerazione che avevano di lui, e questo lo feriva nel profondo dell’animo. Non sapendo in quale altro modo reagire lo fece dedicandosi al lavoro, convinto che l’agiatezza economica e le generose offerte avrebbero alla fine convinto tutti della sua sincera bontà d’animo.

Nel milleottocento-novanta, i binari della nuova linea ferroviaria erano giunti alle porte del paese. Francesco Giuseppe stava osservando gli operai intenti a posare le rotaie a pochi metri dalla sua falegnameria, quando udì una voce: «Mi scusi, è lei il proprietario?»
Francesco Giuseppe volse lo sguardo alla sua destra, e si trovò davanti a un gran cappello nero dal quale spuntava una lunga barba bianca. «Prego?» esclamò.
L’uomo si avvicinò allungando la mano. «Ingegner, Roberto Corda» disse presentandosi.
«Francesco Giuseppe Barbotti», scandì stringendogli la mano.
«Stavo chiedendole se era lei il proprietario della segheria.»
«Sì, della segheria e anche della falegnameria.»
«Molto bene! Avrei da proporle un affare.»
«Di che si tratta?» chiese mostrandosi interessato Francesco Giuseppe.
«Dove possiamo parlare?»
«Nell’ufficio della falegnameria, venga.»
L’ingegnere seguì Francesco Giuseppe nell’ufficio; uscendone un paio d’ore più tardi sorridendo.
«Tornerò fra tre giorni. Pensa di poter sciogliere la riserva prima d’allora?» gli chiese l’ingegnere.
«Sicuramente!» rispose Francesco Giuseppe, dopodiché si salutarono.

La sera stessa, Francesco Giuseppe riferì a Giuditta dell’incontro. «Non lo so, è una bella somma», disse lei, mostrandosi perplessa.
«Lo so, ma un’occasione così non capiterà più. L’ingegnere mi ha garantito che mi farà avere un contratto quinquennale per la fornitura di legname alle ferrovie.»
«Quello che non riesco a capire, è perché si sia rivolto a te, e non ai soliti fornitori.»
«E’ stato un colpo di fortuna. Le rotaie passano accanto alla segheria, il legname potrà essere caricato direttamente sui carri merci con un risparmio cospicuo sui costi di trasporto. Il treno è il futuro, le strade ferrate porteranno il progresso e il benessere nell’Italia del nuovo secolo; chi saprà cogliere l’attimo, cavalcherà il novecento da protagonista. Gli altri, tutti gli altri, saranno costretti a subirlo. Io non resterò fermo, come un asino nel campo a guardare il treno del nuovo secolo passarmi davanti al naso. Io ci salterò sopra e vivrò il novecento da protagonista; costi quel che costi!»
«Sei giovane, la tua brama d’inseguire il futuro la comprendo benissimo… Ma quello che non riesco a farmi entrare nella testa, è il motivo per cui dovresti dare del denaro a quel signore.»
«Giuditta! E su, non fare l’ingenua!» sbottò Francesco Giuseppe.
«Francesco Giuseppe! Che modo di rispondere è questo!» esclamò lei redarguendolo.
«Scusa, Giuditta» disse abbassando il tono. Poi stringendole la mano proseguì: «Per muovere i carri, si devono ungere le ruote. Io non ho tutto quel denaro, ti sto chiedendo un prestito, se mi vorrai aiutare, ti ringrazierò… se non te la sentirai… pazienza; rinuncerò all’affare e ti ringrazierò ugualmente. Tutto quello che ho, lo devo a te e Altero… Grazie Giuditta, qualunque sia la tua decisione, grazie lo stesso».
Giuditta si commosse fino alle lacrime, accarezzò il volto del bambino che aveva visto diventare uomo, e con un filo di voce gli comunicò la sua decisione: «Ho settant’anni, fra poco mi unirò al mio Altero. Allora il denaro che mi ha lasciato sarà tuo… In verità, l’ho è già da ora; mi considero solo l’amministratrice di una somma che Altero ha deciso di affidarmi, come riserva nel caso gli affari ti fossero andati male. Questo non è accaduto, ti sei dimostrato accorto nelle scelte lavorative. Ora, se ritieni che questo denaro ti permetterà di allargare il giro d’affari, è giusto che lo abbia, è tuo!»
Francesco Giuseppe la strinse forte a sé. «Oh, Giuditta, Giuditta ti voglio bene. Non ti deluderò», sussurrò baciandola con il trasporto di un figlio.

Cinque anni dopo, l’azienda di Francesco Giuseppe aveva triplicato le dimensioni e dava lavoro a trenta operai. Ogni settimana un treno merci scaricava i tronchi, dai quali la segheria ricavava tavole e traversine da caricare sui carri merci vuoti.

Tre anni prima, Giuditta aveva visto dalla sua finestra il primo treno merci scaricare i tronchi. Orgogliosa per aver contribuito al successo dell’impresa, si era sdraiata sul letto, guardato il soffitto e sospirato: «Hai visto, Altero? Lo abbiamo cresciuto bene il piccolo Francesco Giuseppe… Anche tu, Angelica, che non hai potuto vederlo crescere, chissà quanta felicità stai provando in questo momento».
Poi aveva chiuso gli occhi, si era addormentata, e se n’era andata serena.

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