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Smiling Jack
Scritto da HowardVeidt
Categoria: Narrativa - horror/thriller
Scritto il 03/11/2018, Pubblicato il 03/11/2018 13.18.40, Ultima modifica il 05/11/2018 11.54.01
Codice testo: 3112018131840 | Letto 66 volte

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Nota dell'autore HowardVeidt:
Lasciate che il professor Veidt vi racconti la leggenda alle origini della tradizione delle zucche (o delle rape) con un lumino all'interno.

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Osservo la pallida fiamma di una candela, da solo nello studio, vagamente consapevole del tremolio delle mie mani. Non è per il gelo, ormai alle spalle in questa primavera inoltrata, quanto per l'opprimente immagine che mi assale dalle ombre danzanti sulla parete. Mi è impossibile abbandonare l'idea che la candela possa non spegnersi mai. È una fobia insensata, eppure, giù per Dùin Street, quella sera, io la vidi distintamente. Non posso essere sicuro di cosa fosse, ma era lì, che scendeva lungo la strada, come granelli di sabbia nell'imboccatura della clessidra.
Mi ero precipitato alla finestra, con Tristan alle mie spalle che mi guardava sconvolto. Guardava me, non oltre il vetro - ma di questo mi sarei reso conto più tardi. Io, invece, non potevo staccare gli occhi dalle lunghissime gambe, secche, immonde, e dalle mani corrotte che inesorabilmente si avvicinavano alla villa, trasportando la fiammella. La lanterna che la conteneva ciondolava meccanicamente, stridendo passo dopo passo. Irradiava una luce così flebile, così diversa dalle altre lanterne, intagliate e lasciate sulle soglie delle case dagli abitanti. Si erano rintanati come topi nelle proprie tane, protetti da quattro mura e una speranza accesa. Loro sapevano e, senza ancora volerlo ammettere, anche io ormai avevo fatto mia la speranza di non essere scelto da Jack.
Fu in quel momento che mi accorsi della nostra fiamma guardiana: la rapa intagliata era spenta. Un filo di fumo chiaro fuoriusciva dalle orbite grottesche dell'immagine che io stesso avevo scolpito. Spalancai la bocca, terrorizzato.
Mentre voltavo la testa, per sfuggire alla disperazione che mi cresceva dentro, rividi la croce sulla gola di Tristan. Distorta, come tracciata in fretta e furia, una cicatrice meschina, che avevo creduto priva di ogni significato. Solo allora capii, sentendomi come l'uomo che al buio sale le scale e, arrivato in cima, crede di avere ancora la sicurezza di un ultimo scalino. Invece il passo cade inesorabilmente nel vuoto.
La prima volta che gli chiesi di parlarmene eravamo seduti a un tavolo, in compagnia di amici, a bere il tè. Chiusi fra i caseggiati, nella Upper Marrion Street, il cielo trasudava umidità. Il mio amico Randal mi riprese con un imbarazzato sorriso, cercando di convincermi che una simile domanda, a un uomo di cui avevo appena fatto la conoscenza, appariva eccessiva. Tristan Auberdine, invece, tono colto e posato, mi rispose gentilmente.
«Un'incomprensione» disse lui, mentre al suo fianco Antoinette reagiva stranamente irritata a un gesto innocente del cameriere. Era una ragazza graziosa, eppure col volto scavato dai pensieri. Randal, che l'aveva accolta nella facoltosa famiglia Bacon come sua sposa, le strinse la mano. Avevo sorvolato sull'episodio considerandolo privo di interesse e continuando la discussione. Lasciai intendere a Tristan che avevo immaginato uno scontro fra gentiluomini come causa della cicatrice e lui rispose con un educato sorriso, prima di portarsi alle labbra la tazzina. Non potevo essere più lontano dalla verità. Quanto è amaro il sapore della consapevolezza giunta troppo tardi, quando ormai il passato è inchiostro su carta. Se avessi compreso all'epoca la natura di Tristan, della sua meschinità, dei malsani motivi per cui non si separava mai da una lama intarsiata nascosta sotto il panciotto, avrei potuto essere pronto a ciò che mi aspettava. Appresi molto in ritardo del suo passato nebuloso, della sua sparizione, improvvisa quanto il ritorno. E l'amicizia epistolare – avrei cavato fuori dalle voci rotte di Randal e Antoinette mesi dopo - l'avevo intessuta sì con loro, ma con lui nell'ombra. Quante volte si era mostrato interessato alla mia attività di ricerca, quante volte mi aveva chiesto di raggiungerli!
Pensavo di trovarmi con amici a un tavolo per il tè delle cinque, sotto il cielo a specchio di ottobre. Mi sentivo rilassato ed entusiasta. Oggi, invece, con la coscienza dei mesi successivi, rabbrividisco nel ricordare con quale terrore isterico Antoinette spense, a mani nude, la fiamma del lumino al centro del tavolo.


жжж Salto la palizzata e sono in città. Non è come la ricordavo, ma non lo è più ormai da molti anni. Ai lati degli occhi vedo ombre sfocate. Si muovono senza requie, danzano, mi deridono. Quando provo a stringere le palpebre, a osservare meglio, più in profondità e con più attenzione, svaniscono in un'accozzaglia indistinta di bianco e nero.
È sempre tutto bianco e nero, a tratti grigio, quando i due estremi si confondono. Accade la maggior parte delle volte, a dire la verità. Ci ho fatto l'abitudine, unica àncora di salvezza dall'angoscia del nulla che mi attanaglia le viscere. Ho il voltastomaco.
Solo il fuoco mi da conforto. Per qualche motivo, le fiamme ardenti ancora mi si rivelano per quello che sono realmente: soltanto punte di giallo e arancione in una notte senza fine.
Come l'ultima volta, sto cercando il posto giusto, per lasciare la soglia con una figura al seguito. È strano, non lo comprendo fino in fondo. È sempre una sola, mentre le altre cadono a terra, costantemente distorte dal vorticoso incendio nero che a malapena le delinea. Anche a loro mi sono abituato. Prima o poi ci si abitua a tutto. A fumare, a bere, a camminare.
Un tempo mi importava solo di sentire la testa leggera. Ed ero bravo a riuscirci, un bicchiere dopo l'altro. Poi è arrivata anche l'abitudine all'imbroglio e al gioco. Infine, dopo aver vinto troppo, ho cominciato a dovermi abituare a camminare. Un passo dopo l'altro.
Quante miglia ho fatto, per quanto tempo. Le gambe mi fanno male. Le sento... stiracchiate. Ero un buon camminatore, una volta. Raggiungevo Fellow Road a piedi, coi suoi bar e i suoi bordelli. Mi sentivo tranquillo.
L'odore di una birra.
Il bacio di una puttana dalle labbra rosse.
Un uomo solitario non dovrebbe essere giudicato con gli stessi occhi degli altri. A casa non c'è mai stata una minestra calda ad aspettarmi. Né un letto per dormire. Né carne calda da stringere.
Portavo la croce del peccatore, ma non facevo male a nessuno. Non avrei mai voluto farne, una volta.
Sei cambiata, Dublino mia. жжж


Ero arrivato in città sulle tracce di antiche epistole, convinto di seguire le orme d'inchiostro di San Patrizio. Mi era stata spedita della documentazione stimolante, ottenuta da Randal al Garlan Institute, o così credevo. Il 16 di ottobre avevo trovato una camera in affitto non distante dalla biblioteca nazionale, che mi aveva procurato non poca gioia. Così mi trasferii definitivamente una settimana dopo, carico di una valigia di effetti personali e due custodie rigide piene di appunti sulle mie ricerche alla Baia di Clew. Randal e Antoinette furono i primi e gli unici a farmi visita nella nuova sistemazione. In città conoscevo solo loro, interessati amici di penna, amanti delle mie ricerche. Avevo ancora le camicie piegate sul letto quando mi domandarono della zucca.
«Non ne hai portata una?» chiesero quasi all'unisono. Mi raccontarono che in certe zone d'Irlanda le festività dei giorni a venire sarebbero state particolarmente sentite, almeno quanto il Natale e la Pasqua. Probabilmente anche di più. «Bisogna attrezzarsi per la notte del capodanno celtico, Howard. Mi sorprende che un letterato come te l'abbia dimenticato.» In realtà le mie preoccupazioni andavano a ben altro che dolcetti, bambini e ortaggi intagliati. La carnevalata a cui si era ridotta la ricorrenza antica, la radice di All-Hallows-Eve. Avrei sorvolato con un sorriso anche questa volta, se non fosse stato per l'espressione di Antoinette. La pelle del volto era talmente tesa che avrebbe potuto spaccarsi come cuoio stracciato. C'era qualcosa di incomprensibilmente inclinato in lei, come una trave storta, una finestra dagli angoli incongruenti. Così accettai l'invito ad accodarmi a loro per la doverosa cerca e scendemmo per le vie del mercato.
Il giorno di Ognissanti era alle porte. Da quando i popoli gaelici avevano traghettato le proprie tradizioni nel nuovo continente, le zucche erano diventate un bene preso d'assalto durante i mesi autunnali. A chiazzare le città alla fine dei giochi, la polpa ormai marcia, color del rigurgito, sarebbe stata un'obbligata sopportazione. Essendo però un ortaggio sconosciuto agli europei prima della colonizzazione, scoprii ben presto che faceva da sostituto a un parente d'oltreoceano che per secoli ne aveva svolto le veci: la rapa. Dovendo adempiere, con i miei amici, agli obblighi della festività, pensai di optare per una scelta più tradizionale.
«Più piccola e meno spettacolare, di certo» commentò Randal, ruotando nella mano la sfera bitorzoluta, «non sorprende che gli americani abbiano scelto qualcosa di più, come dire, scenografico. Ma questa, amico mio, sarà più efficace. Almeno è la stessa che porta Jack.»


жжж La domenica, seguivo l'opera evangelica di un certo padre Amory. Pace all'anima sua. Quel vecchio obeso sermoneggiava nella piazza della chiesa, con una voce capace di far crollare a terra le stelle. Io stavo seduto al bancone del Bolton's, ma anche da lì sentivo. Ottobre, novembre, dicembre: stavo lì e bevevo. La carrozza di miss Marie Louise passava di fronte al pub alle dieci, ogni santa domenica. Bella e ingenua.
Una volta ho anche pregato. Un tentativo disperato di illuminare la via oscura che avevo di fronte. Una rapa di Ognissanti avrebbe fatto una chiarezza maggiore. Poi non lo feci mai più; di sicuro, non in quel modo.
Che piova, tiri il vento del demonio o cada tutta questa notte infinita sulla mia testa: non c'è preghiera che mi possa salvare! Posso contare solo sulle mie gambe. Loro, anche se stanche, vanno avanti. Gli uomini-ombra stanno nelle loro pallide case-ombra, corrono alle mie spalle lanciando grida inascoltabili. Mi colpiscono. Sparano. Piangono.
E muoiono.
Questa mi seguirà senza fare storie. Ogni tanto capita. Sembrano morti che camminano, delle marionette violente che cercano di farmi del male. Ne ho viste innumerevoli, ne ho avuto paura. Ho tremato a causa loro, spaventato nel coricarmi, temendo che mi potessero essere più vicine di quanto credessi. Loro però non sanno nulla di tutto questo. Mi sento invisibile. Riesco a raggiungerne poche, troppo poche. Sono anni che cerco una via per espandere il mio orizzonte.
Non vedo bene, dannazione, non vedo altro che buio. Dov'è il sole? Dove sono finite le stelle? È sempre una notte senza luna, quaggiù. Senza la mia lampada, lo giuro, avrei perduto per sempre la strada di casa. Per fortuna, lei è rimasta con me.
L'unica superstite di un mondo che mi ha abbandonato.
Oltrepasso la biblioteca e la sua luce rischiara i corpi ridotti a maleodoranti mucchi di carne, passati per penitenza sotto la lama della mia falce. Non sono io a scegliere, ma loro. Hanno diritto al gioco. In fondo, l'ho avuto anche io, a mio tempo.
Nessuno mi aveva detto, però, che non c'era possibilità vincere. жжж


Me ne parlarono abbondantemente, ma io già conoscevo la leggenda di Stingy Jack, il vecchio ubriacone che aveva ingannato il diavolo. Per ben due volte era venuto meno al patto stretto con il male, ed entrambe le volte salvo. Era riuscito a incastrare il demone con proposte disoneste, che alla fine gli avevano garantito qualche anno in più per i suoi vizi. Rifiutato dal paradiso per la sua vita dissoluta e malvoluto all'inferno per il suo burlarsi della morte, fu condannato a rimanere tra i viventi, continuamente alla ricerca di una via. E per non perdersi, un tizzone ardente proveniente dalla fiamme eterne, ben chiuso in una rapa. Da qui l'usanza popolare. Imitazione, mera imitazione. Almeno credevo che non ci fosse altro.
Passammo i successivi giorni in completa tranquillità. Gli abitanti di Dublino invece erano in fermento e provavo gusto nell'osservarli affaccendati per la festa. Si era unito più volte a noi Tristan, garbato e amichevole. Trovavo interessante la sua compagnia per la mole di informazioni che possedeva sul folklore e la cronaca locale.

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