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vorrei essere un uccello
Scritto da serbasciu
Categoria: Altro
Scritto il 03/11/2018, Pubblicato il 03/11/2018 14.59.28, Ultima modifica il 03/11/2018 21.59.07
Codice testo: 3112018145928 | Letto 84 volte

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Nota dell'autore serbasciu:
Un periodo di crisi nera...scritto allora, vari anni fa.....

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Da qui,
mia intima cuccia, mia strada galleggiante, mio pertugio destinato a me, soltanto a me, così nascosto, sorvegliato, di lato, sopra, davanti, mi racconto, ti parlo di me, chi sono, dove sono, cercami tra le righe.
Sono seduto su un cornicione basso, circolare, un'aiuola, un po' d'erba, un pino.
Si alza un po' di vento, davanti a me un'autovettura celeste, più in là altre auto parcheggiate.
Fuori, sulla strada in salita, ragazzi, ragazze camminano spediti, parlano.
Altri scendono disinvolti, ridono, discutono.
Un po' di sole scivola ; qui, all'ombra, aria fresca e un po' di vento.
Auto partono, arrivano, frenano, la vettura celeste non c'è più ; altre vetture, altri colori.
Asfalto bagnato dopo una notte di pioggia.
Piccole erbe intorno all'aiuola proprio alla base del cornicione, una minuscola margherita, un minuscolo giallo, intorno erbacce, rami secchi, un muro alto davanti, grafiti, per esserci.
Un clacson, un’altra auto, salgono, scendono ragazzi e ragazze. Ridono.
L'asfalto umido si asciuga dove scivola il sole.
Laggiù il muro dell'ospedale, edificio antico, dolente.
Un incrocio, mozziconi, carta, gomme da masticare, sulla strada, e pacchetti vuoti, cartoni.
A destra un cancello chiuso e studenti in camice.
A sinistra tre ragazze sulla strada in discesa.
Lassù l'Istituto di Anatomia.
Dieci anni fa nello spazio immenso e angusto della vita.
Adesso sono qui, un'aiuola, un cornicione, ad ascoltare l'orologio e la sua lingua.
Un po' di fresco, un po' di vento.
Naso piantato nella bava della sera, liquido di terra, di fango, ombra seduta in attesa, scivolo nella melma acquosa delle mie grida vertebrali, beffarda colliquazione che mastica e frantuma la pace.
Anima giudicata nell’aula del buio totale, denti e mandibola e occhiaie senza volto, una maschera davanti, io aspetto.
Aspetto me, aspetto te, nell'ombra presso un'aiuola.
Lontano dalle ferite, dalle domande.
Ronzio, stridore, spalancate urla di gesso.
Seduto, rannicchiato, arrotolato nell'assenza vuota silenziosa.
Si ferma il numero 8, qualcuno scende poi si allontana.
Pioviggina.
Laggiù il carcere, grigio cupo, brande, uomini, numeri.
Per scontare la vita non c’è bisogno di sbarre e alti muri grigi.
Ce li portiamo dietro come tende del deserto, mobili, leggere, tutt’intorno , ci chiudono, ci isolano, ci proteggono, ci ascoltano, ci ingannano, ci seguono fedeli.
Un distributore di carburante.
Gorgogliano gli occhi, il petto si abbassa e si solleva, respira a bolle di nafta!!
l'agonia dell’essere e sprofonda.
Palazzi, case, edifici, strani cubi sparpagliati, balzano su in gorghi forsennati, impazienti di ricordare le forme delle strade, come alberi di longilinea solitudine che si scontrano da secoli e riuniscono le fronde in un rogo primordiale.
A sinistra una discesa, case, pioppi, in fondo l'ospedale.
Qui foglie gialle, dita chiuse a pugno.
Pigri alberi, tronchi immobili muti, piccole scosse di fronde, fruscio, forse racconti,
forse voci smarrite, misteriose, rimproveri, domande.
Sono qui fuggitivo, straniero, frammentato.
A sinistra muro di pietre e le pietre non sono uccelli e io sono forse una pietra, vorrei essere un uccello.

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