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Sensibile come un fanciullo
Scritto da nottesenzaluce
Categoria: Altro
Scritto il 03/11/2018, Pubblicato il 03/11/2018 15.33.13, Ultima modifica il 03/11/2018 15.33.13
Codice testo: 3112018153313 | Letto 80 volte

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Sensibile come un fanciullo




Non c'era niente di male nel desiderare una ragazza di ventun'anni più giovane...o almeno così immaginavo...lo immaginavo solamente... perchè tutte le volte che ci incontravamo non riuscivo a non dirle quanto fosse bella... e non mentivo come quando incontri un conoscente lusingandolo solo per dire... quando a volte rimanevamo a parlare e l'incontro non era fugace, dentro di me qualcosa di viscerale paventava un'assurda ansia verso qualcosa di diverso dal rapporto di lavoro.
Non ero un ragazzino. Dovevo proteggere la mia misera corazza emotiva, umana, fragile al sospiro del dolore.
E' probabilmente molto semplice e naturale mi dicevo. Perdersi nel suono delle sue parole tralasciando il significato annuendo stupidamente con coscienza perso ad assimilare ogni istante del suo viso... una faccia disarmata annuisce, la mia, e non comprende questo il risultato... lei mi guarda e sorride e mi chiede se l'ascolto. Mi ascolti Marco mi ripete e di nuovo sorride. Certo bimba le dico.
Dissimulavo comunque la febbre venusiana che mi assaliva e ostentavo una mendace amicizia paterna, non c'era altro da fare... i miei quarantaquattro inverni erano troppo distanti dai suoi ventitre... ed erano tutti quegli inverni freddi a dividerci e a mantenere il seme pronto a schiudersi... proprio quando meno te lo aspetti.

Dato che le nostre frequentazioni si limitavano a due tre volte al mese, quasi sempre tre devo dire.
Riuscire a reprimere i miei sentimenti empirici non era poi così dura. Lentamente lasciavo scivolare negli abissi della memoria quello che avevo definito “ un dono degli dei “, poter fare l'amore con Bella non poteva che essere un dono tanto inaspettato quanto sperato per me. Ad abbattermi ulteriormente essere senza lavoro e sopravvivere guadagnando lo stipendio di un operaio in quattro mesi , scoraggiava in me ogni possibile approccio con qualsiasi donna. Investivo quei pochi soldi in cibo, benzina e Bella.
Non mi giravano molti soldi nelle tasche, anzi ne entravano pochi raramente e quasi inspiegabilmente si dimezzavano subito riducendosi a poche decine di euro. L'abitudine per me era un innato talento, nello spendere.
Quando entravano quei due soldi la chiamavo ad uno dei suoi due numeri, se non rispondeva al primo tentavo con il secondo. Si faceva attendere come una fidanzata. Solo che non lo era, l'attendevo nei parcheggi, per decine di minuti. Quando notavo un passante o altre auto che posteggiavano mi fingevo assorto sullo schermo del telefono, occhio fisso sopracciglia incurvata a ispirare concentrazione... nella testa solo il ritornello “ dieci minuti e ti chiamo quando sono a casa... ciao caro “... so di esser caro ma porca puttana quanto ti fai aspettare stronza di merda.
Ti amo ma tu non mi ami e lo comprendo quindi nulla mi vieta di offenderti un pochino.... e così passo il tempo nell'attesa. Quando rimango ad aspettarla sotto casa...immagino di attenderla con la trepidazione di un amante... osservo dagli specchietti retrovisore i suoi vicini di casa... qualcuno arriva in auto, posteggia e scarica le buste della spesa, chiude l'auto e si dirige verso il portone d'ingresso della palazzina... un altro porta a spasso il cane, lo vedo che si blocca e alza la testa, al primo piano una signora e' affacciata alla finestra e fuma una sigaretta, si scambiano due parole e per un attimo l'uomo si volta verso la mia auto. Mi sento osservato... o e' solo un condizionamento della mente... immagino di leggere i pensieri di questi osservatori... un uomo che attende una ragazza... la ragazza e' molto più giovane dell'uomo... e' evidente che lei si concede a pagamento... puttana o cos'altro... preferivo non leggere così a fondo nei loro pensieri.
La terza opzione e ultima e peggiore... quando rimango nel bar che dista poco più un chilometro dall'appartamento di Bella e mi faccio un paio di bevute quando va bene... spendo soldi, solo per evitare la strada... e quindi quando Bella poi sale in auto, l'alito forte di tabacco e alcol, ci salutiamo e mentre la bacio sulla guancia trattengo il respiro... per quello che può servire... Una sera d'inverno ricordo di avere sbagliato palazzina, dato che le palazzine sono speculari e adiacenti, ho sbagliato portone e ho sbagliato campanello, meno male che ci eravamo appena sentiti al telefono, vedendo l'auto parcheggiata e non me era scesa a cercarmi. Grazie un po' alla penombra della sera forse non sarei riuscito ad alimentare nuovi pettegolezzi. Così è come va a finire per la maggior parte delle volte... raramente torno a casa dal lavoro e riesco per incontrarla... devo risparmiare sul carburante.
Tutte queste attese per risparmiare sulla benzina... tornare a casa, magari farsi una doccia e essere più presentabile e forse anche più gradevole agli occhi di Bella, potrebbe scombussolare tutti i miei programmi finanziari. I soldi per sigarette e cartine e filtri non possono essere trascurati. Speravo che vedendomi sempre vestito da lavoro, polveroso barba incolta berretto di lana in testa... magari quando gli apparivo rasato barba e capelli, profumato e rivestito se non un colpo di fulmine almeno una lieve scossa elettrica la pervadesse. La parte più razionale di me stesso scuoteva il capo, mi parlava come un buon amico può fare... togliersela dalla testa definitivamente e subito, era stupido volare così in alto con la fantasia. Bella usciva con ragazzi della sua età carini atletici e anche con due soldi in tasca. Pronti a discoteche rumorose e crepuscoli di sesso. Annuivo con la testa davanti a me stesso, lo specchio del bagno adesso la pensava come la mia parte razionale. Distolsi lo sguardo sulla mia pancia del diametro di novantasei centimetri... gelarono le ultime residue barricate della mia parte onirica. La mia era solo una crisi di un uomo di mezz'età... quei fottuti inverni erano trascorsi troppo velocemente e la mia mente non era stata capace di reggere il passo del corpo.

L'estate calda e arida mi aveva messo di buon umore. Complice della mia gioia strano a dirsi era la ripresa anche se minima di un pochino di lavoro in più. Anche se per onestà devo dire che quello che mi interessava era la pecunia. Nonostante le vaticinazioni positive dei politici italiani, riportate da giornali e telegiornali, per me non era cambiato niente, cercavo solo di sopravvivere. Oramai mi ero abituato alla mia vita ritirata, la vita mondana era per me come l'uva che la volpe non riesce a raggiungere perchè troppo in alto... non è matura! quindi sentenzia.
Giugno e Luglio se ne erano andati in bevute e grandi fumate. Le cene del venerdì che ospitavo in casa fra amici beoni e zitelloni, davano un po' di vita alle quattro mura e anche a me. Dopo l'aperitivo al bar salivamo a casa mia. Loro facevano la spesa e io cucinavo. Durante la cena la conversazione pacata subiva piccoli smottamenti, ogni tappo estratto scuoteva le nostre corde vocali, ci ritrovavamo a cercare allegramente di prevaricare l'oratore di turno, i toni si alzavano e protesi in un'unica nuvola di fumo prodotta da sigarette canne e candele alla citronella e da banchi di zanzare ebbre anch'esse per l'aria corrotta nella stanza, sputavamo ragionamenti simil filosofici, con un capo ma senza coda. . Fra parole e questi aliti abominevoli cercavamo di essere vivi, reali... almeno fino a quando il vicino ti urla di fare meno casino.


Avvenne verso la fine di Luglio. Chiamai Bella verso le sei del pomeriggio di una giornata particolarmente calda, era a casa. Pantaloncini maglietta e scarpe antinfortunistiche, la mia divisa da lavoro estiva, era sempre meglio dell'abbigliamento invernale per presentarsi da Bella, tranne per il fatto che mal celava l'addominale gonfio sotto il cotone leggero della maglietta. Spinsi il piede sull'accelleratore e tirai giù i vetri dell'auto, un turbine di aria tiepida sembrava spazzolare via il sudore e la polvere che avevo addosso da tutto il giorno.
Parcheggiai sotto casa di Bella, le mandai un messaggio con il cellulare, l'aspettavo sotto casa scrissi e inviai. Vedendola dallo specchietto retrovisore in pantaloncini e cannottierina ebbi un sobbalzo, anzi, Minchia! Pensai dentro di me. L'abbronzatura la rendeva molto seducente... anche il fatto di essere senza reggiseno influiva, e già iniziavo a capire poco di quello che mi diceva.
Mentre mi raccontava del suo nuovo lavoro, che consisteva nel pulire gli interni di barche di lusso in un cantiere navale dove effettuavano manutenzione, delle sue nuove amicizie, tutte maschili. Mentre seguo e non seguo mi esce fuori con il fatto che si è innamorata di un quarant'enne, che non le era mai accaduto di innamorarsi di un uomo così grande, e che mi avrebbe mostrato la foto sul cellulare. Se prima seguivo e non seguivo le sue parole, adesso la testa mi ribolliva, sentivo una specie di calore che non mi permetteva di pensare, forse ero andato in apnea e non me ne rendavo conto. Bella armeggiava china sul cellulare, appena ebbi un attimo di lucidità pensai di non poter essere io quel quarant'enne, io poi ne avevo quarantaquattro, forse era un operaio del cantiere o forse lo stesso che le aveva trovato il lavoro. Bella non trovò la foto, tornammo agli affari e la salutai come sempre. Ma non era finita, la sera dopo cena come d'abitudine mi accesi una canna, e guardando un telefilm d'azione con inseguimento in motoscafo in un qualche fiume americano, tac! mi ritorna in mente Bella e qui mi parte un arrovellamento di pensieri, dubbi e paure, sono nel panico quando mi focalizzo sul fatto di poter essere io “ l'uomo ” di cui parla... poi piano piano torno a navigare lento, non sono io “ l'uomo”, e quasi ne sono sollevato. Cambio canale ma per tutta la sera il mio stato d'animo rimane turbato. Uhm.. salta come una rana, da una ninfèa di follia a una ninfèa di saggezza... Alla terza canna mi addormento duro, tv accesa ma niente rane.

Mi svegliai al mattino con il chiodo ben saldo al mio cranio... sorreggeva un quadretto senza dipinto... solo parole... provarci con Bella o non provarci con Bella. Per tutta la giornata quel quadretto dondolava davanti ai miei occhi. Il quieto laghetto dei miei pensieri si era increspato in rigide onde, il vento finora serico e tiepido ora soffiava senza tregua quello specchio di serenità. I pensieri sgorgavano impetuosi dal cervello e precipitavano nello stomaco, impattavano e rimbalzavano fino alla gola. Li sputavo fuori, mi liberavo di loro. Ma questi sembravano aumentare il loro flusso, e più li vomitavo e più diventavano grandi, alla fine non uscivano più. Tutti fermi nello stomaco, animosi come duellanti si sbracciavano l'un l'altro per risalire la china della gola e uscire fuori.
Tornato a casa dal lavoro, seduto al tavolo in cucina, senza nemmeno togliermi le scarpe rimasi mezz'ora davanti al telefono, scrivendo sms e cancellandoli subito dopo. Stufo e stanco di me stesso cercai di farmi forza, alla mia età perchè ancora tante ansie verso l'altro sesso. Era il momento di agire, basta pensare e ripensare, contorcersi le budella e strizzarsi il cervello. Ormai avevo deciso l'avrei invitata a prendere un aperitivo, scrissi il messaggio, mancava premere invio, e chiamarla invece... Affrontarla direttamenta con una telefonata, cosa più semplice e logica probabilmente, era stata scartata durante la mattina dopo svariati attacchi di panico. Bastava premere invio, ma la parte di me che temeva solo di fare una figura di merda sollevò il pollice, per un poco mi svegliò come da un sogno, mentre la parte di me che mi diceva sei una merda se non ci provi abbassò di scatto il pollice, così repentina da lasciarmi impaurito supefatto. Ormai era fatta.

Parcheggiai smontai dall'auto e camminando verso il bar tirai su jeans e strinsi la cintura, stirai la maglietta rossa di cotone e inspirando e espirando cercai di risultare più tranquillo e naturale possibile. Appena girai l'angolo per entrare nel giardino, davanti a me sulla terrazza del bar Bella stava in piedi a parlare con due ragazzi seduti ad un tavolo. Appena incrociai il suo sguardo percepii tutta la sua perplessità... non sapevo se svenire a terra come un caco maturo o ingoiarmi la faccia o scappare a gambe levate fino a casa o... quello che accadde. Salii i tre gradini che mi separavano da Bella, la salutai e le proposi di prendere qualcosa da bere. Se ne stava davanti a me in tuta e maglietta stringendo nella mano destra una borsina di plastica piena di vestiti sporchi. Rifiutò garbatamente dicendomi che aveva già bevuto e che doveva passare da sua madre per fare una lavatrice. Entrai nel bar e ordinai da bere, pagai scambiai due parole con il barista e con il drink in mano raggiunsi Bella in veranda. Se la pelle del mio addome fosse stata trasparente avrei potuto notere una strana disposizione dei miei organi interni, lo stomaco vicino al buco del culo l'intestino fino all'esofago, pancreas e fegato a giocare a biglie lungo tutto l'intestino crasso. Finsi serenità mentre lei mi chiedeva il perchè dell'invito, sparai la prima scusa che mi passò nella testa, una fesseria che non stava in piedi. Attendevo un amico per andare a cena e così avevo pensato a lei per ingannare l'attesa. Avevo sbagliato tutto, di nuovo, dannata abitudine innata, nell'essere coglione. Posai il bicchiere vuoto sul tavolo e facendo un cenno a Bella le proposi un passaggio verso casa, dovevo comportarmi come sempre... gentile e coglione. Sotto casa ci salutammo, la baciai sulle guance e distaccandomi da lei nei suoi occhi lessi che aveva percepito a pieno i miei pensieri.

Passai la serata appoggiato al bancone del bar di un mio vecchio amico, ex compagno di scuola, cenai a patatine arachidi e focaccine invendute dalla mattina e riproposte su un vassoio tagliate a quadratini per l'aperitivo, deglutii le prelibatezze con vino frizzante e aperol. Nel bar eravamo solo noi due, così mentre Piero preparava il mio terzo bicchiere mi confidai riguardo a Bella. Lui tutti i miei problemi non se li sarebbe posti, lui si sarebbe già fatto sotto mesi prima. Non siamo tutti uguali a mia difesa soggiunsi, forse misera come scusa. Già.. tu hai la sensibilità di un fanciullo mi replicò sghignazzando. Cambiai discorso svoltando su i suoi figli e sua moglie, dato che conoscevo tutta la famiglia lui prese a raccontarmi di certe giornate pesanti... io ascolto e allo stesso tempo immagazzino nuvole liquide dissipando lucidità mentale. Allento senza coscienza i tiranti ai tendini ai nervi incurvandomi su me stesso. Un burattino di gomma pieno di liquido arancione, una borsa dell'acqua calda fredda e ondeggiante che cerca di soffocare un sogno mal riuscito incubo reale nell'aria tiepida della sera. Dopo alcuni bicchieri o meglio alla chiusura del bar, salutai Piero, l'amicobarista e tornai all'auto.
Entrai in casa e chiusi la porta, mi spogliai in cucina borbottando fra di me bricolage di pensieri. In bagno rimasi immobile a fissare il mio volto riflesso nello specchio, solo per pochi secondi, scossi la testa e spensi la luce. Seduto sul letto con la canna in bocca cercai riparo nella televisione, un film poteva aiutare... uhm uhm...
Nel buio della stanza abbracciai il guanciale, e lentamente senza volonta come quando si starnutisce, o si scivola senza riuscire a trattenersi gesticolando nel vuoto... io piansi e singhiozzai lì solo nel buio della stanza come da anni non mi accadeva.



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