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Gli amici del ponte
Scritto da athos
Categoria: Narrativa - giallo/noir
Scritto il 31/01/2018, Pubblicato il 31/01/2018, Ultima modifica il 31/01/2018
Codice testo: 3112018194538 | Letto 226 volte

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Nota dell'autore athos:
A volte l'arrivo dell'età pensionistica getta nello sconforto. Franco va in crisi, Quarant'anni di lavoro non si dimenticano facilmente, poi con il tempo anche lui troverà qualcosa che lo interessa.

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Gli amici del ponte

Franco Piltelli aveva appena finito di pranzare. Si mise subito a rassettare la cucina e a portar fuori la spazzatura. Poi, come d’abitudine negli ultimi quattro mesi, andò in camera e si mise il pigiama. Ritornò in sala, si sdraiò sul divano, dove cominciò a leggere il giornale. Sapeva che di lì a mezz’ora avrebbe avuto gli occhi semisocchiusi e il fiato pesante; a questo punto avrebbe gettato il giornale sul tappeto, tirato il plaid fin sopra gli occhi e avrebbe cominciato a dormire. Un lungo sonno, che sarebbe stato interrotto dalle grida dei bambini del condominio che rientravano da scuola. Come un automa si sarebbe alzato controvoglia, avrebbe preparato un caffè e atteso la moglie al rientro dal lavoro.

Da quando quattro mesi prima era andato in pensione, la sua vita aveva sempre avuto questi ritmi monotoni. Non si era ancora ripreso dall’abbandono del lavoro di assicuratore che lo aveva tenuto impegnato per quarantadue anni. Era stato un uomo tremendamente ligio al dovere, quasi mai un’assenza e con una correttezza più unica che rara. Negli ultimi anni la sua grande esperienza lo aveva portato a essere amico, confidente e anche confessore. I suoi clienti si fidavano ciecamente di lui, essendo ricambiati con una quantità di consigli che neanche un padre avrebbe potuto dare a un figlio. Purtroppo, sin dal primo giorno da pen¬sionato, non aveva rivisto più nessuno. In città, nella frenesia del traffico, gli era capitato di scorgere qual¬che volto conosciuto, ma aveva desistito dal rincorrerlo o semplicemente strombazzare con il clacson in segno di saluto. Ormai era acqua passata e lui doveva guardare al futuro, anche se non aveva ancora capito in quale direzione.
Luciana, la moglie, lo assecondava in tutto, lo spronava a non abbattersi e a cercare qualche interesse. Lui le rispondeva a monosillabi, conscio della difficoltà dell’impresa, per chi aveva sempre scambiato il lavoro come hobby, divertimento e passatempo.
A volte diceva a Luciana che se almeno avesse avuto un nipotino, lo avrebbe potuto accudire, ma la coppia non aveva avuto figli e anche su quel versante non c’era trippa per gatti. Lei gli diceva che due anni dopo sarebbe andata in pensione, e allora sì che se la sarebbero goduta con dei viaggi o delle vacanze al mare.

Una sera Luciana al rientro da casa lo vide sul divano. Dormiva, coperto dal solito plaid. Neanche il vociare dei bambini lo aveva svegliato. Non gli disse nulla, andò in camera a vestirsi con abiti più comodi. Tornando in sala, lo vide che si alzava stancamente, si stirava e si ributtava sul divano. Il plaid era finito per terra, tutto arrotolato in un angolo vicino al muro.
“Franco, Franco bello, Datti una mossa, non puoi passare le giornate a dormire.” Gli disse.
“Sì, sì. Con la primavera mi muoverò di più.”
“Muoviti Franco, sei ancora giovane. Vai al cinema oppure in palestra, ma muoviti!” insistette.
“Promesso, ad aprile comincio a usare la bicicletta e a pedalare. “
“Sì, amore mio, fino alla cima Coppi!” Lo abbracciò un po’ preoccupata.

Quando arrivò aprile, con le giornate che cominciavano ad allungarsi, Franco mantenne la promessa e prese l’abitudine di usare la bicicletta e fare un giro fuori città. Gli faceva bene pedalare tranquillamente per i lunghi viali, per poi voltare in qualche piccola strada e ritrovarsi nello spazio aperto. Un mattino arrivò vicino alla statale e vide una schiera di operai che si stavano cambiando. Si avvicinò alla zona, appoggiò la bicicletta e s’inoltrò nel terreno prospiciente. C’erano altri uomini anziani che osservavano la strada. Chiese a uno di loro cosa stesse succedendo, e quali lavori erano in corso.
“Devono costruire un ponte che scavalcherà l’autostrada. È un nuovo raccordo che collegherà le tangenziali che vanno alla Malpensa.” Gli disse.
“Una grande opera, dovranno bloccare tutto il traffico per tanto tempo. Chissà che casino.” Gli rispose Franco, affascinato da questa prospettiva.
“Ehi amico, sei rimasto indietro. Adesso costruiscono il ponte a mezz’aria, senza bloccare un bel niente. Lo vedrai nei prossimi tempi, il ponte avanzerà poco alla volta sospeso nel vuoto, fino a quando raggiungerà la sponda opposta.” Gli rispose un altro.
“Addirittura! Incredibile. E voi siete sempre qui a vedere?”
“Sì, io mi chiamo Giuseppe e tu?”
“Io Franco.”
Si diedero una stretta di mano. Anche gli altri arrivarono e si presentarono.
“Piacere Alfredo.”
“Io mi chiamo Luigi.”
Si ritrovarono in quattro, intabarrati e infreddoliti perché l’aria serale soffiava fresca.
“Venite qua tutti i giorni?” chiese loro Franco.
“Tutti i santi giorni, dal lunedì al venerdì. Piove, nevica o tempesta, noi siamo qui.” Gi rispose allegro Giuseppe.
“Allora ogni tanto verrò anch’io. Sono da qualche mese in pensione e la giornata è sempre lunga. A volte non so cosa fare.”
“Bravo vieni con noi, ci troverai sempre.”
Franco quella sera li salutò pensando già a quando li avrebbe rivisti. Gli sembravano brave persone, che avevano trovato il loro hobby nel guardare la costruzione di un ponte. Gli venne in mente un soprannome e sorrise a questo pensiero. Per lui sarebbero stati gli amici del ponte.

Il giorno dopo alle due ritornò. Giuseppe, Alfredo e Luigi erano già lì. Franco lasciò la bicicletta per terra vicino alle altre, e si avvicinò al trio.
“Eccolo il Franco, hai dormito bene? Non c’eri questa mattina, noi invece eravamo qui.” precisò Luigi, mettendogli una mano sulla spalla.
“Ho dormito fino alle nove e poi sono uscito a prendere il giornale.”
“Franco, ti dico che noi siamo qui dalle nove del mattino a mezzogiorno e dalle due alle sei. È la nostra giornata.”
“Bene, ora che lo so cercherò di essere più presente. Vi posso chiamare gli amici del ponte?”
“Bravo, ci mancava questo nome.” Era Alfredo il più tosto del gruppo, con la sua giacca a vento viola e verde. I quattro cominciarono a scherzare e a parlare di calcio.

Intanto l’opera proseguiva. Gli operai avevano iniziato a lavorare su un piccolo moncherino e ora si trovavano già sopra la corsia di destra dell’autostrada sottostante. In tre giorni avevano costruito sei metri di ponte. Era la parte più facile, perché ancora vicina al punto di partenza.
Era venerdì e i quattro si salutarono, concordando l’appuntamento per il lunedì successivo. Lo avvisarono che avevano l’abitudine di portare una bottiglia di vino a rotazione. Il giro sarebbe proseguito normalmente e a Franco sarebbe toccato il turno del giovedì successivo.

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