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Trincee
Scritto da vecchioautore
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 03/11/2018, Pubblicato il 03/11/2018 20.54.18, Ultima modifica il 03/11/2018 20.58.23
Codice testo: 3112018205417 | Letto 72 volte

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Nota dell'autore vecchioautore:
Le commerazioni del 4 novembre si prestano a diverse interpretazioni: grande vittoria, vittoria mutilata, inutile carneficina... questione di punti di vista. Quello che si evince dal racconto, pretende di essere solamente il mio. Buona lettura.

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Trincee

Posando il piede sulla tavola di legno che copriva il gradone di terra ricavato nel parapetto della trincea, issandosi con decisione guadagnò subitamente una quarantina di centimetri in altezza; più che sufficienti a far si che l’imponente busto del generale Alberton (alto di suo ben centonovanta centimetri), incurante dei cecchini appostati a poche centinaia di metri, emergesse dalla trincea.
Un gesto che era solito mettere in atto per stupefare e motivare i soldati, invero non proprio incoscientemente se vogliamo dirla tutta: prima di issarsi come l’asta di una bandiera oltre il parapetto della trincea si premurava di controllare di avere il sole alle proprie spalle.
Tenendo il binocolo ben saldo davanti agli occhi usando entrambe le mani, lo fece scorrere lentamente lungo le linee nemiche. «No! Nessuna tregua, prima di un ultimo assalto… le loro difese sono indebolite, dobbiamo insistere ora!» sentenziò poi, tornando al riparo.
«Mi scusi se insisto, generale; la tregua è stata proposta dal comando austriaco dopo l’ultimo assalto, una carneficina immane. Durante il contrattacco anche loro hanno lasciato un numero considerevole di morti e feriti nella terra di nessuno…» provò ad argomentare sommessamente il capitano Gladio.
«Capitano Gladio!» proruppe il generale interrompendolo. «Lo so bene chi ha proposto la tregua per recuperare morti e feriti! Il più debole! Mi faccia capire, capitano: fino a ieri di lasciare i feriti a rantolare nel fango e i cadaveri a marcire sul filo spinato, non se ne erano mai preoccupati; ed ora che sono in palese difficoltà, che li teniamo in pugno, secondo lei dovrei lasciare loro il tempo di riorganizzarsi?»
Il capitano scosse il capo. «Non sto dicendo questo… li sente?» chiese tendendo l’orecchio, indicando con sguardo agghiacciato il pezzo di terra sopra le loro teste che separava le trincee; poco più di duecentocinquanta metri imbibiti del sangue dei morti e dei feriti gementi.
«La smetta! Capitano Gladio!» urlò con tono roboante il generale corrugando le spesse sopracciglia, grigie come i grassi baffoni risorgimentali vibranti di rabbia. «Se ne freghi della pietà! In tempo di guerra, è un lusso che non ci possiamo permettere. Un soldato che muove a pietà udendo i lamenti dei feriti nel mezzo della battaglia, è destinato a soccombere! Dopo l’assalto, quando avremo scacciato il nemico dalle sue postazioni ci saranno, oltre alla gloria, altri morti e feriti da raccogliere… faremo tutto un conto al termine della proficua giornata. Lei è giovane e inesperto, la sua compagnia è in prima linea da appena quindici giorni, e già da domani tornerà nelle retrovie per il primo avvicendamento. Lì troverete il tempo per piangere i camerati lasciati sul campo di battaglia, per riflettere e temprare il carattere. Quando tornerete, la pietà l’avrete sepolta accanto all’eroico camerata immolatosi per difendere i sacri confini» concluse usando, agli occhi dell’esterrefatto capitano, un’insopportabile retorica patriottica. Poi, tirando indietro la manica del pastrano militare, diede un’occhiata all’orologio. «Tra un quarto d’ora ordinerò all’artiglieria di battere a tappeto le linee nemiche. Quando terminerà il tiro di obici e mortai lanceremo l’assalto finale alle trincee nemiche… venga qui!» ordinò sporgendosi nuovamente dalla trincea.
Il capitano esitò. «Non abbia timore di mostrare il petto al nemico, capitano!» lo redarguì duramente l’impettito generale.
Il capitano sporse timidamente il capo coperto dall’elmetto: a differenza del generale che indossava solo il berretto da alto ufficiale.
«Il suo compito è di mettere a tacere al più presto quel nido di mitragliatrici laggiù. Mi aspetto che faccia un ottimo lavoro… ora vada a motivare i suoi uomini. In bocca al lupo, capitano Gladio!» ordinò, indicando la porzione di trincea nemica assegnata alla compagnia del capitano, prima di tornare al coperto.
«Crepi il lupo! Signor generale!» esclamò il capitano scattando sull’attenti, anche se, in cuor suo, l’avrebbe mandato allegramente a quel paese.

“Contadini, operai, brava gente prestata alla guerra che, impaurita, maledice il patriottismo tronfio di frasi e vuoto di contenuti che ci ha cacciato dentro questo inferno” pensava il capitano Gladio, osservando i suoi uomini rannicchiati nel fango sul fondo della trincea, a respirare miasmi di piscio e merda abbracciati al proprio fucile, mentre l’artiglieria martellava le postazioni nemiche.
“In quindici giorni, quasi un terzo di loro se n’è già andato al Creatore… quanti ne riporterò nelle retrovie domani?” si chiese facendo un rapido calcolo mentale: sottraendo ai duecento soldati inizialmente facenti parte della compagnia i settanta lasciati a marcire nella terra di nessuno.
La guerra, quella vera, anche per lui si era rivelata tutt’altra cosa di quella studiata all’accademia militare; le tattiche messe in atto sulla carta o durante le manovre in tempo di pace, alla prova dei fatti si erano rivelate inconsistenti giochi di guerra tra bambini cresciutelli.
Il capitano Gladio era uscito dal corso ufficiali con le stimmate del predestinato; eppure Il battessimo del fuoco, avvenuto appena due giorni dopo aver schierato la sua compagnia in prima linea, lo aveva traumatizzato a tal punto, da spingerlo a promettere a Dio che se l’avesse aiutato a portare a casa la ghirba, alla fine di quella carneficina mondiale avrebbe gettato alle ortiche la luminosa carriera militare che, in tempo di pace, i superiori gli avevano pronosticato.
Tutta colpa di quella testa, quel volto sporco di fango arrivato da chissà dove e rotolato ai suoi piedi sul fondo della trincea quell’uggioso tardo mattino, che gli si riproponeva ogni notte come un incubo: nel sogno si vedeva intento a raccoglierla incuriosito, a pulirla dal fango e rimanere agghiacciato notando emergere i lineamenti del proprio volto che subitamente si decomponeva, lasciandogli tra le mani un teschio putrescente.
Un tormento senza pari per il povero capitano; eppure, nei giorni a seguire, andando inutilmente all’assalto della trincea nemica, ne aveva calpestati di cadaveri, ne aveva visti di corpi orrendamente mutilati spargere sangue e urla di dolore nella terra di nessuno. Ma quella testa caduta ai suoi piedi il primo giorno che aveva assaporato l’acre sapore della guerra, colto come un gramo presagio, aveva annichilito fin da subito il suo ardore guerriero.

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Di primo mattino, il sette novembre, sotto una pioggerellina leggera, dopo che l’artiglieria aveva martellato per ore le linee nemiche, il capitano aveva dato il segnale d’attacco infilando tra le labbra il fischietto che teneva nella mano sinistra; poi, con la pistola ben stretta nella destra, aveva saltato il parapetto insieme ai suoi uomini e aveva iniziato a correre zigzagando tra i reticolati.
Gli austriaci, uscendo a loro volta dalle trincee, avevano contrattaccato respingendo l’assalto.
Dello scontro, durato una trentina di minuti, era rimasto solo l’odore acre della polvere da sparo e un silenzio irreale; rotto, qua e là, dai lamenti dei feriti di ambo le parti lasciati sul terreno.
Un’atmosfera da brividi, rotta poco dopo dall’artiglieria austriaca che aveva iniziato a tirare sulle postazioni nemiche.
C’era chi pregava, chi piangeva, chi bestemmiava e chi mandava un ultimo saluto alla madre, alla moglie o ai figli, tra i soldati che, appiattiti contro il parapetto della trincea, stringendo il fucile con la baionetta innestata attendeva che il bombardamento cessasse.
Un tiro di mortaio, impattando a pochi metri dalla trincea, aveva lanciato in aria e poi all’interno di questa, insieme a una gran quantità di fango, la testa mozzata di un soldato: probabilmente decapitata dal cadavere di un militare, caduto a pochi metri dalla trincea durante il contrattacco austriaco, dalla bomba di mortaio che lo aveva centrato.
«Capitano! Capitano!» aveva urlato agitandosi un giovane militare, indicando con mano tremante la testa rotolata ai suoi piedi che pareva fissarlo nello sguardo.
«Non è un fantasma, e non è dei nostri! Calmati!» aveva provato a tranquillizzarlo il capitano indicando l’elmetto che, ben allacciato sotto il mento, era rimasto ben calcato sulla testa caduta dentro la trincea. «Qualcuno la prenda e la butti fuori!» aveva aggiunto.
Nessuno dei soldati prossimi al macabro volto dagli occhi sbarrati si era mosso.
Allora il capitano, abbassandosi, lo aveva afferrato con due mani; ma nel mentre lo alzava per lanciarlo oltre il parapetto, gli era parso di vedere il proprio volto cereo disteso nel fango, riflesso nell’iride di quegli occhi azzurri carichi di terrore; per un lungo, interminabile attimo, era rimasto immobile con gli occhi fissi dentro quelli della testa tenuta ferma a pochi centimetri dal proprio volto. Poi, dopo aver derubricato l’accaduto a presagio di morte, l’aveva lanciata con rabbiosa veemenza oltre il parapetto.

Fu il ricordo sempre più vivido di quella visione e del presagio in essa contenuto che, tormentando l’inconscio, lo aveva destabilizzato a tal punto da generare il suo incubo ricorrente.

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Mentre i tiri dell’artiglieria, dopo alcuni colpi sporadici per aggiustare la traiettoria, s’intensificavano, il capitano vide un soldato osservare con sguardo meditabondo la baionetta innestata sotto la canna del suo fucile. “La carnagione chiara e le efelidi da ragazzino sfacciato, mal si accoppiano al ruolo che è chiamato a svolgere, alla paura e ai pensieri di morte che continuano a martellare la sua mente” rifletteva il capitano, rammentando lo scambio di opinioni avuto con lui dopo il primo sanguinoso scontro con il nemico.

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