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La moglie del partigiano
Scritto da vecchioautore
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 03/12/2018, Pubblicato il 03/12/2018 22.18.20, Ultima modifica il 05/12/2018 17.00.08
Codice testo: 3122018221820 | Letto 78 volte

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Nota dell'autore vecchioautore:
Durante l'ultimo, durissimo inverno di guerra, tra un vecchio fascista della prima ora e la moglie del partigiano sta nascendo una bella amicizia. Ma poi, la guerra... Buona lettura.

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La moglie del partigiano

Aprì un occhio e, guardando attraverso una fessurazione nel legno degli scuri, esclamò con il tono tipico di chi è ancor sospeso tra sonno e veglia: «Albeggia!»
Scostò le pesanti coperte, si alzo dal divano e posò le mani sulla grande stufa di ceramica. «E’ fredda. Deve essere spenta da almeno un’ora» sentenziò contrariato.
Infilò i piedi dentro gli scarponi e, dopo averli allacciati, indossò il pesante pastrano nero, il copricapo di lana e aprì gli scuri della finestra. «Stanotte n’è venuta giù un bel po’» constatò, traguardando l’altezza della neve accumulata sulla panca di pietra nel giardino.
Afferrò la cesta di vimini posata accanto alla stufa, uscì sotto il portico, cercò un segno inciso con l’accetta su uno dei ciocchi accatastati contro la parete della casa e da lì iniziò a contare quanti ne fossero rimasti per arrivare in cima alla catasta.
«Bastardo! Altri quattro ne hai fregati!» sbottò digrignando i denti, volgendosi verso il giardino. Notò delle impronte di stivali impresse nella neve fresca e, seguendole con occhio acuto, le vide risalire il declivio in fondo al giardino e perdersi in mezzo alle poche case del borgo. Alzando lo sguardo fin sopra ai tetti si mise ad osservare i camini. «Ce ne sono tre che fumano. Il bastardo deve essere in una di quelle tre» affermò con certezza.
Poi, riflettendo, la certezza sfumò in un leggero dubbio. «E se fosse più furbo di quanto penso? E se per non farsi scoprire non l’ha ancora acceso il fuoco?» si domandava con gli occhi che vagavano da un camino all’altro. Alla fine riempì la cesta di legna e, prima di rientrare in casa, lanciando un’occhiata tagliente ai camini delle case disse, sogghignando. «Stanotte ti prendo a fucilate, brutto bastardo!»
Accese la stufa, mise la caffettiera a bollire e nell’attesa, accomodandosi su una sedia accanto al focolare, immalinconendosi si mise a guardare le fotografie incorniciate appoggiate sopra a un tavolino rotondo accanto alla finestra.
Una fotografia ritraeva una donna: la moglie sessantenne dell’uomo, morta da due anni. Un’altra riprendeva entrambi nel giorno del matrimonio. Una terza, l’uomo in mezzo a un manipolo di camice nere durante la marcia su Roma. La quarta, quella più di grandi dimensioni - direi circa il doppio delle altre -, ritraeva lui e la moglie che teneva in braccio un neonato. E l’ultima, dal bianco e nero non ancora sbiadito, messa in primo piano davanti a tutte le altre, ritraeva Benito: il figlio non ancora ventenne dell’uomo, in posa marziale con indosso la divisa delle Brigate Nere!

Ercole Sparafumo (così si chiamava l’uomo, fascista della prima ora che aveva attraversato l’intera era; dapprima con l’entusiasmo del militante affascinato dalla figura del duce e dalle sue mirabolanti promesse, poi con il disincanto dell’innamorato tradito), viveva quell’inverno del 1944, crepuscolo delle dittature che ridussero in macerie l’intera Europa, con l’intima paura di perdere anche il suo unico figlio; e il rimorso di essere stato lui, anni prima, a inculcargli la fede fascista.
Aveva provato a rimangiarsi i suoi insegnamenti, all’epoca del cupo disincanto, quando il regime aveva emanato le leggi razziali; ma l’allora quattordicenne Benito, inebriato dalle divise e oramai alla fine del suo percorso da Balilla, già pregustava i grandi raduni in divisa da giovane Avanguardista.

La sera, dopo cena, prese gli ultimi ciocchi dalla cesta e dopo averli usati per alimentare la stufa, uscì sotto il portico portandosi dietro la cesta che riempì con altra legna. Poi, gettando uno sguardo soddisfatto lungo il giardino illuminato dal riverbero della luna sulla neve, rientrò, dicendo fra sé: «Con questa luna, stanotte non mi sfuggirai.»
Aprì la fuciliera, prese la cartucciera e la posò sul tavolo. Poi afferrò la doppietta da caccia, l’aprì e v’infilò due cartucce. Infine si sedette sul divano con la doppietta accanto e guardando l’ora sul quadrante del pendolo appeso alla parete rimase in attesa, immerso nel silenzio della gelida notte, rotto solo dai battiti del pendolo.

A mezzanotte spense la fioca luce della lucerna (complice la guerra, l’energia elettrica ormai da un mese non arrivava più, nemmeno a singhiozzo, nel paese ai piedi dei monti), scostò appena gli scuri, in modo da poter osservare una parte di giardino e la catasta di legna: appoggiata sulla parete alla destra della finestra. Poi prese una sedia e si accomodò accanto alla finestra, con il fucile appoggiato sulle cosce e lo sguardo fisso sul giardino e la catasta di legna.
Allungando lo sguardo oltre la pianura, sino alle abetaie imbiancate, un brivido gli corse lungo la schiena, riflettendo sul fatto che se tutti quei disertori che avevano trovato rifugio dentro i boschi fossero scesi a valle, per lui non ci sarebbe stato scampo. Disertori o traditori della patria, così apostrofava, con disprezzo, i partigiani che combattevano per liberare l’Italia dal giogo nazifascista.
Il suo odio non era acceso dalla convinta adesione ai sacri ideali inculcati dal fascismo: quelli oramai, se non del tutto mondati, erano stati molto annacquati dai lunghi e sanguinosi anni di guerra. Ma dalla paura che potessero colpire, non lui, bensì il figlio schierato dall’altra parte.

******************************************

Salendo con lo sguardo sino in cima ai monti che confinavano con la vicina e neutrale Svizzera, la mente era corsa a ritroso, arrestandosi al giorno dell’ultimo incontro, scontro con il figlio.

Un mese prima Benito si era presentato davanti al padre, mostrando inorgoglito i gradi appena ricevuti, appuntati sulla lugubre divisa. E dopo aver esternato la propria soddisfazione per aver ricevuto il comando di una compagnia, indicando le montagne aveva concluso: «Domani, io e i miei uomini, inizieremo a battere i boschi e i monti a caccia di quei bastardi!»
Ercole, guardando i monti, si era immalinconito. «E’ molto pericoloso… molto pericoloso. I boschi brulicano di partigiani» aveva obiettato, preoccupato.
«Non temere. Spazzeremo via quei quattro straccioni dai boschi, in meno di una settimana!» aveva affermato, convinto, Benito.
Ercole, leggendo solo odio nei suoi occhi, aveva compreso che tutto questo non avrebbe portato nulla di buono, né a lui né tantomeno al figlio. «Ascolta, Benito… E’ da un po’ che te ne volevo parlare…» aveva iniziato a dire, tentennando.
«E’ accaduto qualcosa di grave? Dimmi tutto papà!» l’aveva interrotto Benito, appoggiando una mano sulla spalla del padre.
Ercole aveva indicato il divano. «Sediamoci un momento.» E quando si furono accomodati, aveva esternato tutto il suo disincanto. «Benito… la guerra finirà presto. Questione di pochi mesi…»
«Non lo so se finirà così presto. So solo che finirà quando i nemici del fascismo saranno sconfitti!» lo aveva interrotto con baldanza Benito.
Ercole aveva scosso il capo, sospirando. «Finirà presto… E non finirà come speri…»
«Non aggiungere altro! Se non fossi mio padre ti denuncerei per disfattismo!» lo aveva interrotto bruscamente Benito, balzando in piedi.
«Ora basta! Levati per un attimo la corazza da eroe e stammi a sentire!» aveva urlato Ercole, alzandosi a sua volta dal divano.
I due si erano fissati per un lungo attimo a muso duro. Poi Benito aveva sbuffato. «Dov’è finito il fascista della marcia su Roma? L’uomo, il padre che mi aveva inculcato i sacri ideali?» gli aveva chiesto sconfortato, tornando a sedersi sul divano.
«L’uomo e il padre è qui con te. E ti sta dicendo che è stato ingannato, tradito nei suoi ideali… Non dal fascismo, ma dagli uomini che lo applicarono. Gli ideali che andavano affermando, così come io li intesi, erano ben altra cosa da quel che realmente pensavano» aveva risposto in tono sommesso Ercole.
«Quegli ideali che dici di non aver trovato… io li difendo ogni giorno dal barbaro comunismo che alberga la mente di quei bastardi che vogliono farci la pelle!» aveva replicato con rabbia Benito.
Ercole aveva allargato le braccia. «Italiani che vogliono fare la pelle ad altri Italiani, a questo siamo arrivati» aveva ribattuto, lasciandole cadere lungo i fianchi.
«Quelli non son degni di essere chiamati Italiani. Siamo noi, fascisti, il fulgido esempio d’italianità! Noi abbiamo riportato l’Italia all’antico splendore della Roma imperiale. Nonostante le grandi potenze ostacolassero in tutti i modi le nostre giuste rivendicazioni, con le armi in pugno abbiamo conquistato nuove terre e creato l’impero fascista!» aveva declamato con enfasi Benito.
«Un impero di carta pesta. Andato in fumo alla prima scintilla» aveva allora sentenziato uno sconfortato Ercole.

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