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ALL'OMBRA DI UN IPPOCASTANO
Scritto da pennanera
Categoria: Narrativa - erotico/romantico
Scritto il 03/04/2018, Pubblicato il 03/04/2018 23.34.04, Ultima modifica il 03/04/2018 23.34.04
Codice testo: 34201823343 | Letto 147 volte

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ALL’OMBRA DI UN IPPOCASTANO



Non so cos’è. Forse solo un volo di farfalla, un soffio di vento.
Chissà perché proprio adesso cerco con la mente di seguire il ricordo, quasi un sogno ad occhi aperti e rivedo il nostro abbraccio, il bacio che ho voluto e che ti ho ricambiato con la rabbia addosso. Ho sentito la tua voglia contro. Ho avuto paura e ti ho respinto su quella strada ai margini del bosco e ai piedi di una collina. C’era tanto sole e verde e profumo di foglie. Io continuavo a camminare, no, a correre. Respiravo forte, a bocca aperta ma non sentivo la fatica, l’ansia, la sete. L’aria mi sferzava la faccia. Mi piaceva.
Di colpo, come un buio improvviso, tutto sparisce: il bosco, la collina, la strada, il ricordo. Percepisco altre sensazioni più reali, consistenti. Tu sei qui, accanto a me. La tua mano mi stringe il braccio e io guardo le tue dita e mi sembra di sentire il contatto, la carezza lieve sul mio seno. Invece è la tua voce che sento, quella voce che avrei voluto soffocare all’istante per non ascoltare le mille ripetizioni di altrettante preghiere: l’amore desiderato, cercato e poi trovato, goduto e forse già perduto. Cento cose dette di fretta, snocciolate nel crescendo di un eloquente disappunto, qui, adesso, sui sedili di una seicento bianca, parcheggiata all'ombra di un ippocastano. E il silenzio che avvolge l'abitacolo sa di bugie e di carezze, quasi quanto quelle degli amanti abbracciati nel buio di un sentiero dietro al muro del convento delle figlie di Maria.
E nel mio guardare oltre la trasparenza del vetro, l’altra lei, quella che mi ha strappato l'anima e che non riesco a togliermi dalla mente, mi si disegna chiara e sorridente, immagine bella e struggente, di un colore caldo e intenso. Un ricordo che, seppure forte, rimane privo di una qualsivoglia impronta permanente, si confonde, come la sua nudità e il suo vestito afflosciato buttato sul tappeto con quel gesto violento della mano che sa di abbandono e d’indifferenza. Forse solo il segno forzato di un presagio d’addio, che deve rimanere inchiodato alla mente, quasi a maledire quell’ultimo gemito d’amore.
No, non è stato bello. Neppure così dolce il suo sapore. Un sapore che adesso riconoscerei all'istante senza bisogno di forzare la mente e il ricordo, come quello stringere forte le dita sulla pelle, sulla carne, nel pallore delle lenzuola stropicciate. Avverto in me la sensazione dolorosa di una ferita aperta, come se la lingua e la bocca fossero ancora intrise di lei, della sua natura e di quel suo modo di fare, di ferire, di volere andare, volare via, via da me. E poi sento il vuoto dentro, il vuoto che non ti fa dormire e che non riesci a colmare nemmeno con le mille carezze che tu, senza chiedere nulla, senza pensieri diversi che non la passione, mi hai regalato e mi stai regalando.
Così, adesso, le lacrime che indovino solcarti le guance, sanno di un malore sentimentale profondo, lo stesso che anch’io ho avuto modo di provare. Non è per quella sorte di vituperata vendetta che aspetto e non parlo. E come sgusciata via dal sogno, guardo il tronco dell’ippocastano macchiato di un chiaroscuro dai mille giochi d’ombra, i rami protesi, le foglie. Alzo gli occhi, mi giro e finalmente mi specchio nei tuoi: sono belli, grandi, neri, pieni di una sensata malinconia che intenerisce.
No, non sei tu a fomentare nel mio animo il gelo di un ricordo che sembra non volersi cancellare. Non sei tu la ragione di un tormento che non svanisce. È la mia folle indecisione, la mia stupida incoscienza che non mi dà respiro e blocca la voglia che ho di stringerti forte, di dirti che sto lottando, stringendo i denti e lasciando che il cuore impazzi nel buio di una notte che sa ancora di lei ma anche di te. E seppure questo mio lottare non produce emozioni da condividere, so che domani sarò ancora con te, magari con un pezzo di nostalgia in meno e una goccia di speranza in più. Non vedo un disgelo veloce. Il sole scalda, asciuga, scolora ma non cancella. Forse rimarrà una macchia. Forse nemmeno. Così ti guardo ancora e dalla piega e dal pallore delle labbra, dal luccichio degli occhi, dal tu-tum del cuore sotto la camicia bianca, mi accorgo del tuo limite sconfinato e del tuo grandissimo amore.
Il giorno sta morendo. Ti bacio con gli occhi socchiusi, ma non vedo le stelle. Semmai la luce tra le foglie.

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