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LA STANZA DEL VESCOVO
Scritto da Nigel Mansell
Categoria: Recensione
Scritto il 03/06/2018, Pubblicato il 03/06/2018 10.55.43, Ultima modifica il 03/06/2018 10.55.43
Codice testo: 362018105543 | Letto 247 volte

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Nota dell'autore Nigel Mansell:
La mia recensione del romanzo ambientato sul nostro lago

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La stanza del Vescovo, quella dell'immaginaria Villa Cleofe di Oggebio che si affaccia sul lago, da il nome a questo romanzo, il capolavoro di Piero Chiara.
E' lì che il protagonista passerà le notti, ospitato dall'altro coprotagonista, il celeberrimo Temistocle Mario Orimbelli.
Quella stanza è ormai chiamata così perché un tempo frequentata, durante le ferie estive, dal Monsignore Berlusconi, zio della moglie dell'Orimbelli.
Il narratore in prima persona, ma anche alter ego dello stesso autore Piero Chiara, è un giovane trentenne che rimarrà sempre anonimo. Non si saprà mai del suo nome né della sua vera storia o professione, ma quel poco che si apprenderà di lui, ricalcherà fedelmente il vissuto del Chiara, tra l'esilio svizzero ed il successivo immediato periodo post bellico.

L'opera uscì nel 1976, nel periodo più prolifico del Chiara, autore tra i più popolari ed apprezzati della fine del secolo scorso, che ora, a mio avviso, pare ingiustamente dimenticato. Forse sarà anche perché la memoria popolare lo associa agli adattamenti cinematografici, che all'epoca puntavano soprattutto a solleticare la curiosità pruriginosa di un pubblico di massa, che si stava rinfrancando da una censura ottusa e opprimente. Lo stesso Chiara partecipava alle sceneggiature cercando di evitare tali forzature e derive, ma purtroppo le trasposizioni su pellicola sono state ugualmente stravolte in tal senso. A distanza di anni, immagino che fosse anche per andare incontro ai gusti dell'immensa, ai tempi, popolazione di militari di leva, che in libera uscita affollavano le sale per via dei prezzi per loro ridotti: andavano, diciamo, incuriositi; è sufficiente dare un'occhiata alle locandine dell'epoca per farsi un'idea di ciò che sto dicendo...

Piero Chiara ebbe una carriera scolastica poco proficua e quella successiva lavorativa non fece che ricalcare la svogliatezza e la scarsità di impegno della prima giovinezza.
Fu sempre attratto dalla letteratura e da autodidatta, successivamente, si dedicò alla propria formazione. Nel periodo prima della seconda guerra mondiale sognava di cambiare vita, vivendo tra Roma, Napoli e Milano, poi in Francia. Progettò infine di trasferirsi in Bolivia, ma lo scoppio del conflitto mise fine ai suoi propositi.
L'aver irriso il regime lo costrinse a rifugiarsi nella vicina Svizzera, dove riuscì, ma solo infine, a distinguersi per le sue doti letterarie. Finita la guerra iniziò a comporre opere giornalistiche e componimenti vari, con notevoli riscontri ed alternando alla letteratura anche altre attività commerciali, tra le più disparate, e in vero non molto lineari. Ebbe inoltre rapporti non molto chiari con la Massoneria, forse a partire dagli ultimi anni del periodo bellico, che lo portarono a collaborare con lo spionaggio americano. Negli ultimi anni della sua vita si diede anche alla carriera politica, venendo eletto nelle liste del Partito Liberale.
E' indubbio che l'uomo Chiara fosse un individuo molto scaltro e gran conoscitore dell'animo altrui, forse per via della sua passione nell'osservare gli altri, cosa che lo portava con facilità ad intraprendere le più differenti iniziative. Fu anche un grande giocare di carte, dalle notevoli doti, grazie alle quali vinse tra l'altro la barca con cui vagabondava sul lago e non da ultimo grande seduttore ed amante dell'universo femminile.

Ma la svolta, quella che mi interessa maggiormente, avvenne in una sera di inverno, a cavallo tra il 1957 e il 1958. In occasione di una cena, da gran affabulatore, iniziò a raccontare le storie della sua amata città natale Luino, località sulla sponda lombarda del Lago Maggiore. Passò poi dai racconti di gioco a quelli del periodo verbanese sull'altra sponda del lago, includendo i ricordi delle sue avventure, anche passionali, tra la Francia e l'Italia, nonché al periodo svizzero. I commensali ne rimasero incantati, soprattutto il suo amico Sereni che lo esortò a mettere il tutto nero su bianco.
Ne nacque nel 1962 “Il piatto piange” che ottenne un grande successo, un po' meno a Luino, in quanto i protagonisti inconsapevoli, più in negativo che positivo, erano i suo concittadini. Possiamo dire che quelle storie ambientate nel periodo fascista, contenute in quel primo libro, sono la madre di tutti i suoi successivi romanzi. In esse ci sono tutte le idee e gli spunti, che furono poi, in numerose successive opere, adattati, tagliati, ricomposti e modificati per creare altrettanti interessanti racconti.
Chiara indissolubilmente figlio di Luino ebbe in realtà un padre siciliano, doganiere trasferitosi a Luino e una madre piemontese, della zona di Lesa, sempre sul lago. Da questo connubio, nel solco della tradizione verista e realista del sud che si fonde con la discrezione, ma non indifferenza, e la curiosità più lombarda che piemontese delle terre bagnate dal Lago Maggiore, nasce il suo stile narrativo: garbato ma curioso, discreto ma sottilmente ruffiano ed irriverente, che non si compiace di soffermarsi sui particolari più piccanti, ma che velatamente ed in trasparenza non manca mai di tratteggiare. Il suo occhio che porta la nostra attenzione ad osservare le piccole realtà della sonnolente provincia, ci aiuta a scoprire storie appassionanti, gli odi tra concittadini, le truffe, gli amori, il più delle volte proibiti, i crimini efferati, le astuzie e i piccoli delitti di un sottobosco di personaggi tra i più diversi, ma molto ben definiti e caratterizzati.

Nella Stanza del Vescovo Chiara tralascia la sua Luino, il Caffé Chierici e la combriccola di giocatori di carte, per concentrarsi più sulla sponda piemontese del Lago Verbano. Il Lago Maggiore è a pieno titolo il leitmotiv, la colonna sonora sottotraccia che sorregge il canovaccio del libro.

Quindi su tutto il grande lago glaciale, figura neutra ma onnipresente, vero Deus ex machina che darà la risoluzione finale al romanzo con la barca che si allontana verso Luino.
Poi il giovane navigatore anonimo, io narrante che possiamo ormai affermare, essere lo stesso Chiara al ritorno dall'esilio svizzero: figura positiva, ma quasi in trasparenza, sempre così eterea e mai veramente parte attiva nelle vicende; vittima e masochisticamente agnello sacrificale che offre il fianco alle angherie dell'Orimbelli, almeno sino all'acquisita e liberatoria consapevolezza finale.
E l'Orimbelli certamente, la fotocopia in negativo di Chiara. Un mostro creato atteggiandosi da novello Frankenstein, forgiando ed assemblando con la sua penna le sue stesse personali caratteristiche, forzate però con un intento peggiorativo. Un sosia pesantemente caricaturale di se stesso e delle sue proprie deviazioni e perversioni, senza freni inibitori, dedito solo alla soddisfazione dei suoi propri interessi e vizi. Cialtrone e maleducato, ma che risulterà inspiegabilmente simpatico, fisicamente sgradevole ma gran seduttore, e non si potrà che finire per amarlo nel corso della lettura. Nel film di Dino Risi è perfettamente impersonificato dal grande Ugo Tognazzi, tanto da farci credere che l'Orimbelli sia veramente lui. Ed in effetti l'interpretazione del compianto attore è il vero colpo di genio di questa pellicola, che per il resto, come al solito, non rende giustizia all'opera di Piero Chiara.

La Verbania con le sue località limitrofe sono raccontate come ancora frastornate dalla recente e devastante guerra appena terminata. E' un mondo che fatica a riprendersi, poca gente ed ancora meno auto per strada, ed altrettanto pochissime barche sul lago, tra cui quella goffa e sgraziata del giovane protagonista trentenne, ma funzionale alle sue avventure; e quella bellissima di un ricco svizzero, che incrocia tra l'Italia ed il paese elvetico.
Per un amante del lago del ventunesimo secolo quale sono io è impagabile scoprire la visione del lago di Chiara del secolo scorso, è come guardare una vecchia fotografia in bianco e nero. Si legge delle vicende delle persone più famose che qui hanno vissuto, nelle loro splendide ville affacciate sul lago, dei grandi alberghi tra cui il mastodontico Eden che dominava lo specchio d'acqua ma ora tristemente in rovina. Ma anche dell'Oriente Express che allora fermava a Stresa, delle due sponde molte lontane che bisognava percorrere in tutta lo loro lunghezza perché ai tempi non era ancora stato ripristinato il servizio traghetti tra Intra e Laveno. Che dire poi delle descrizioni tecniche della navigazione a vela, dell'Inverna, il vento possente che si alza dalla Svizzera, delle tempeste improvvise, delle bonacce e dei luoghi tristi, che ricordano le tragedie passate, accadute agli sfortunati navigatori lacustri.

La guerra è citata ma lasciata in disparte, non vi è da parte di Chiara alcun giudizio storico. Gli stessi protagonisti, chi più chi meno, ne sono stati vittime rassegnate e stentano a credere in una ripartenza della loro vecchia vita. Rimangono ancorati al loro nido sul lago, che in effetti li aveva aiutati a star lontano dagli eventi peggiori del conflitto e quelli se possibile ancora più cruenti della successiva guerra di liberazione. Unica eccezione Angelo Berlusconi, il marito ritenuto defunto della giovane cognata, che privato della sua virilità, ritiene di crearselo in Etiopia il suo rifugio. Sino a quando irromperà nelle vicende, sul finire del racconto, per niente persuaso e rassegnato alla morte della sorella, coniuge dell'Orimbelli, cercando di risolvere il mistero del suo strano suicidio.

Il romanzo si legge quasi in apnea. La prima parte è sognante con il racconto delle avventure sul lago, dolcemente garbato, e a tratti didascalico. Poi pure libertino e stuzzicante, soprattutto per l'Italia dei tempi, di facciata ancora molto bigotta: sono intriganti e piccanti le conquiste amorose dei due in picaresca navigazione sulla Tinca. Il tutto lascia poi spazio al disincanto, iniziano a dissiparsi i veli sul passato dell'Orimbelli che reticentemente lo stesso aveva cercato di dissimulare o celare. E diventa avvincente grazie al giallo della morte della padrona di casa, che come un coup de théâtre scuote la narrazione: assassinio o suicidio? Chi è quella figura che si allontana in bicicletta dall'albergo in una buia notte a Pallanza? Infine tutto si risolve con un altro suicidio, quello alla Condé dell'ormai smascherato Orimbelli. Il giovane navigatore ignoto potrebbe ora prendersi la rivincita ed avere tutta per sé la giovane ed avvenente cognata che gli si offre incondizionatamente. Decide però di allontanarsi con la sua Tinca, e la sagoma della barca si dissolve per sempre, lentamente, al largo: come il Lago Maggiore, solo un anno prima, aveva portato il giovane navigatore solitario ad attraccare nel porto di Oggebio e a dare l'incipit al libro, così se lo riprende, facendo calare il sipario.

Ma ho già detto fin troppo, il libro è assolutamente da leggere, così come tutti gli altri romanzi di Chiara, che vivrà sempre tra i venti e le onde del nostro lago, mimetizzato nei caffè, tra le vie e i pettegolezzi dei paesini che si affacciano sul Maggiore, ma anche tra le verdi montagne che tanto amava e che fanno da cornice a questo ramo nodoso di acqua inquieta: il nostro splendido Lago Verbano, l'orma di antichi e possenti ghiacciai, che si protende verso sud, in cerca del Po ed infine del mare.

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