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E così nella piazzetta....
Testo segnalato dallo staff Scritto da Pellegrino2
Categoria altro, genere
Scritto il 04/08/2009, pubblicato il 04/08/2009, ultima modifica il 04/08/2009
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Nota dell'autore: .abelardo sostiene che per i numeri del superenalotto basta insistere...bàh, chissà se è vero

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Ora la gente non gli diceva più nulla. S’era abituata a vederlo in quell’angolo di piazza del paesello, seduto al suo scannetto sotto il platano vecchio al suo tavolino portatile, uno di quelli a stecchette di legno con le quattro gambe che s’aprono ad incrocio come i tavoli da stiro. Giungeva sempre al primo mattino con tutte le sue cose e con quella accolita di strani animali che però, nel loro andare disordinato appresso a lui, in qualche modo apparivano consapevoli di non doversi allontanare e di non dover dare fastidio alla gente. Si metteva sotto quell'albero vecchio e nodoso come lui e guardava per qualche minuto il mare al di là della strada che correva lungo la spiaggia ancora deserta, quasi a voler controllare con lo sguardo che l’acqua verde e calma, nel suo lieve scabordio senza schiuma sulla rena trasparente del bagnasciuga, non cangiasse colore. Poi tirava i suoi attrezzi fuori dalla bisaccia e li poneva sul tavolino mentre il caprone, con quello strano unicorno arricciolato, si stendeva di fianco a lui come fanno i cani e subito s’addormentava. Il geco beige trasparente gli saliva sulla spalla e i due uccelli, quello piccolo con la lunga coda e l’altro cicciottello e colorato, si mettevano a piluccare nell’erbetta lì intorno, ma senza allontanarsi molto. I ragazzini erano ancora a letto, a quell’ora, ma anche quando quei picciottelli con le loro piccole bande scorrazzavano nel paese alla ricerca continua di occasioni per scatenarsi, si tenevano alla larga da lui e dal suo posto. Forse per l’ aspetto misterioso o ancor, di più, perché intorno a lui si formava una specie di isoletta d’aria immota, senza vento e senza caldo e dove anche le fronde del platano sembravano immobilizzate in una fotografia dove solo quello strano monaco dalla tonaca grigia ( o sporca? ) si muoveva. Il primo a portarsi verso di lui, quel mattino, fu un tipo smagrito e malvestito che attraversò la strada e la piazza in modo frettoloso, camminando rasente i muri e girandosi continuamente intorno con nervosismo; come se gli seccasse essere visto dagli altri abitanti del paese. Arrivò di fronte al tavolino e, in piedi, aprì e riaprì la bocca afona mentre continuava a saettare gli occhi nervosi di qua e di là, dietro e di lato. Alla, fine quando parlò sbottò tutto d’un fiato:” Sei davvero uno stregone? Un mago? Sono giorni che ti osservo e vedo che molti vengono da te e poi corrono felici via…fai davvero le magìe? Io ho bisogno che tu ne faccia una per me”. Il Viandante lo guardò negli occhi e lesse lutto e disperazione, vide un tunnel di pece così nera da risucchiare qualsiasi cosa limpida, anche quell’aria tersa e serena di quel mattino. Non assentì col capo, né mosse le mani dal tavolo, lasciandole appoggiate sopra i fogli di carta pieni di una strana scrittura fatta di svolazzi, piccola e fitta fitta; poi rispose: “ Io do alla gente quello che serve e se l’ho con me, anche quello che mi chiedono; se per te questa è magìa, allora sono un mago…. Tu cosa desideri ? “ L’uomo dimostrava circa cinquant’anni, con un principio di calvzie che gli apriva la fonte alle rughe; non era basso ma la sua magrezza lo faceva sembrare più piccolo di quanto effettivamente era. Si passò il dito nel colletto, come ad allargarlo per il nervosismo e sbattendo a ripetizione le palpebre disse: “ Mi servono sei numeri per il superenalotto, o almeno per il cinque più uno…e se vinco ti darò la metà! Se sei davvero uno stregone solo tu mi puoi aiutare… sono solo e tutti mi hanno abbandonato: mia moglie, i miei figli, gli amici…Mi accusano di essere stato sempre egocentrico e possessivo, un padre padrone e di non aver mai dato spazio alle loro volontà…mi chiamano meschino…saccente…presuntuoso e prevaricatore… Ma in realtà il mio dramma è sempre stato quello di non aver mai guadagnato abbastanza, col mio lavoro, per permettermi una vita di lusso o almeno più ricca di uno di paese. Sono sicuro che se divento ricco, tutti mi apprezzeranno e ritorneranno da me, anche mia moglie ed i miei figli. Gli amici…gli altri parenti.... correranno tutti a starmi intorno e dio, io…non sarò più solo. Ti prego, regalami questi numeri, sono sicuro che mi daranno quella felicità che non ho mai avuto!”. Il Viandante, che non aveva mai smesso di fissarlo negli occhi, avvertì in quella richiesta tutta la disperazione dell’uomo, il gran dolore che aveva dentro; quello che produce l’aridità dell’essere in una vita senza nessuno. Per un lungo istante tra i due vi fu silenzio. Poi l’uomo con il saio grigio si chinò di lato, allungò la mano e prese qualcosa dal fondo della bisaccia che tese all’uomo di fronte a lui col pugno chiuso. E parlò:” I numeri per farti vinncere i milioni non posso darteli; non li conosco né so prevederli. Ma tieni, prendi questo sogno: se lo saprai vivere, la serenità verrà da te anche da povero e con lei tornerà tutto ciò che ti manca da sempre”. L’uomo lì per lì non seppe come reagire ma l’ amarezza di quella risposta che portava via la speranza gli piegò le spalle in avanti. Involontariamente, con un gesto automatico, allungò la mano a prendere lo stesso ciò che gli veniva teso. Guardò e, con stupore, si avvide che era un uccellino, un esserino tutto colorato con il capino bianco e rosso ed un beccuccio che si muoveva a scatti verso l’alto, verso il suo volto. Ma la delusione gli offuscò la vista e gli occhi si fecero più cupi, mentre lui guardava annebbiato l’uccellino nella smano semiaperta. Un secondo…. dieci: il Sogno sbattè le ali e se ne volò via.

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