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Il club dei medici omicidi
Scritto da Gianmarco
Categoria narrativa, genere
Scritto il 06/11/2017, pubblicato il 06/11/2017, ultima modifica il 06/11/2017
Letto 57 volte

Commenti (2) Riconoscimenti Condividi Altri testi di Gianmarco Codice testo: 611201718376
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Nota dell'autore: insigni medici fanno parte di un club a porte chiuse, confessando errori. Anche un nuovo arrivato...

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C'era spesso aria di mistero intorno alle riunioni semestrali di dottori, al punto che veniva spontaneo domandarsi se la segretezza che circondava queste riunioni non avesse lo scopo di tenere il profano all'oscuro dell'effettivo livello di competenza della confraternita di Mnemone. Per quindici anni il drappello di “oscuri” medici si riuniva a porte chiuse per confessarsi i loro fatali sbagli. Il loro incontro era semestrale, da svolgere in una palazzina esclusiva sita nel cuore di una grande città della Pianura Padana.
In una tetra sera di pioggia novembrina s' incontrarono; destino farà modo per... l'ultima volta. Erano in nove. Tutti presenti perché il convegno offriva un ulteriore interesse: l'accettazione di un neofita, il trentenne dottor Roberto Loy. Questi era il decimo personaggio, ed era stato invitato a far parte del ristretto club composto da autorità nei rispettivi campi.
Il dottor Cristini, l'anziano venerabile, dichiarò aperta la seduta. All'esordiente spiegò che nel club “segreto” i soli argomenti da trattare erano errori di diagnosi, di terapia o di procedura chirurgica, tanto da avere provocato il decesso di un malato che poteva prosperare. E che non si poteva fumare; il che, Loy, scusandosi, gettò il pacchetto sul treppiede.
Il neofita prese una posizione seria e quasi nevrotica quando il racconto di uno specialista in malattie dello stomaco lo fece restare di stucco. Trattasi del dottor Stefani che fu chiamato da un vicesindaco riferendogli che il suo bambino di sette anni era rimasto intossicato dal cibo a cena dalla nonna paterna. Stefani visitò il piccolo “malandato” su espressa richiesta del politico locale e, contro la nausea e vomito, gli prescrisse uno sciroppo. I sintomi erano quelli dell'avvelenamento, ma in forma leggera. Purtroppo, durante la notte accadde l'imprevisto, con epilogo drammatico. Il bimbo appariva disidratato, gli occhi infossati nelle orbite, i lineamenti tirati, le narici dilatate, le labbra cianotiche e la pelle coperta di sudore freddo. Morì di lì a poco!
«L'autopsia ha rivelato l'errore diagnostico fatto da lei?» ammise Loy.
«Nessuna autopsia. I genitori del ragazzo si fidavano ciecamente di me, e così il piccolo stesso.» disse con una punta d'irritazione. «L'ho ucciso per non avere azzeccato la diagnosi, non per desiderare la morte del piccolo, figlio di un pezzente comunista. Tutto qui! Il “mea culpa” l'ho saputo schivare.»
E venne il turno del secondo professionista. Il dottor Cavallari, alzatosi, prese a raccontare la sua “gaffe”. La sua paziente accusava forti dolori nella parte superiore destra dell'addome da dove si irradiavano poi alla schiena e alla spalla. Tipico della colecistite. Le somministrò un analgesico, ma il giorno seguente il dolore aumentò da non lasciare dubbi sull'avvenuta perforazione della cistifellea. La operò. La dannata cistifellea non aveva proprio nulla di patologico. La paziente morì due ore dopo l'intervento.
«È stata la mia seconda vittima, ma di codesta volevo ucciderla in quanto è madre di un violentatore che stuprò, undici anni, mia nipote sedicenne.» sentenziò con amarezza nella voce.
Dopo che il terzo professionista terminò il proprio racconto condito di “delitto da matricola”, toccò al professor Ziletti, specialista in Urologia, unico barbuto. Era, sì, finito nel registro degli indagati, accusato di omicidio colposo assieme al primario e due anestesisti. Egli operò un uomo sottoposto a un intervento chirurgico al rene, poi, cinque giorni dopo, il paziente finì nel numero del più. Manomise tutta la cartella clinica tanto vero da far sentenziare a un anatomopatologo l'estraneità di Ziletti alla vicenda: la morte per complicazioni inevitabili, errori e altro andavano diretti ad altri.
Sorridendo, Cristini sentenziò l'operato del collega:
«Molto bene, un nostro membro che ha fatto fuori un misero poetuccio.»
Il quinto personaggio, il dottor Ghisi, raccontò la sua dichiarata prima “inesperienza”. La sua paziente aveva un terribile tumore al seno, ma per ben quattro volte era stata mandata a casa dallo stesso, che le aveva garantito di avere soltanto una banale cisti. Quattro diagnosi errate avevano così determinato la morte di una quarantenne. Scaricò la colpa sugli altri perché le quattro diagnosi imperfette le attribuì ai medici del Pronto Soccorso.
«Ma l'avete rispedita a casa senza che siate voi a visitarla!» fece l'anziano del gruppo.
«Sì, sospettavo qualcosa... Sapete, la paziente mi era così antipatica che mi rinfacciava ogni minuto. Somigliava a mia suocera!» bofonchiò Ghisi.
E tutti risero, ad eccezione del dottor Loy.
Venne il turno del sesto medico, il dottor Cominelli, che disse, annoiato, della scocciatura di una donna che, evidentemente non convinta dall’esito delle sue analisi, si era rivolta a un nosocomio popolare dove aveva scoperto di avere un carcinoma mammario. Operata d’urgenza, ma il tumore risultava ormai essere troppo esteso. Lei morì un mese dopo.
«L'ho tirata troppo per le lunghe fino a rendere definitiva la sua malattia! Non vorrei incolparmi della di lei morte...»
La settima presenza, stavolta, si presentò “pulito”. L'ottava: il dottor Toffa che sarà presto chiamato in causa “per negligenza, imprudenza e imperizie” e per una inadeguata assistenza clinica, ammise di fregarsene della morte di un bassista degli “Visitors Pax”.
«Sono sotto accusa per avere prescritto allo schifoso punk grosse quantità di farmaci antidolorifici che in seguito è morto di overdose. Mi sospettano perché prestai, in maniera compiacente, a soddisfare le richieste del musicista trasformandomi in uno spacciatore!»
«Vi siete pentito della di lui morte?» gli chiese Cominelli.
«La morte del “brutto muso”, con tanto di piercing, mi rallegra!»
Altra risata del gruppo; pure Loy emise un sorriso, ma un sorriso smunto.
Il venerabile Cristini propose la sua sentenza; si congratulò con alcuni per lo stile del “delitto perfetto” in quanto i genitori della vittima e polizia non consentirono aprire una inchiesta.
Ma ecco la parte tanto voluta da Loy. Si asciugò il collo con il fazzoletto “Tempo”. Prese cappotto, cappello e il pacchetto di sigarette. Attraversò celermente la stanza. Il venerato lo impose di fermarsi:
«Dove sta andando, dottor Loy! È il suo turno. Ci dica... Ci confidi...»
I nove dotti non seppero celare la loro irritazione di fronte alla sfrontatezza della sfida. Qualcuno sospettò una trappola del giovine. Loy accusò i medici di preferire ai “delitti più lineari”. I medici veterani s'infuriarono, e chiesero al “venerato” di scacciare l'irrisore in quanto potrebbe aver troppo divario nell'ambito della medicina.
Senza attendere consenso, Loy buttò giù il discorso conclusivo:
«Non mi resta molto tempo. Avevate ragione a meditare che ci fosse una trappola e un mio dileggiare. La trappola dileggiatrice è che non sono un medico. Sono Alessandro Martina, pubblico ministero della Procura di***. Vi ringrazio per l'aiuto prezioso che mi avete prestato.» Trasse dal lato della cravatta un microregistratore audio ultra-miniaturizzato e lo mostrò ai presenti. «Tutto è registrato. Inoltre, il mio pacchetto di Marlboro è una cimice spia; a prima vista sembra un comune pacchetto ma contiene una sofisticata microspia che trasmette via radio su banda UHF, e in Procura hanno udito tutto. Vi aspetterò in Tribunale! In nove, accidenti! E nessuno si salverà. L'ultima volta che condannai un professionista della medicina fu il celeberrimo dottor Sartori, detto il “Grande”; certo, “grande” con il neologismo sarcastico di “Clitennestra Filosofessa” come descritto nell'aneddoto dell'Alfieri per Caterina II di Russia; nel caso del noto medico gli si addebita per avere sbarazzato la suocera con cure inadatte. Come voi con i vostri pazienti. Arrivederci, signori. Sicuramente, la prima cosa è togliervi il “ben dell'intelletto”.»
Nessuno dei nove veterani parlò. Porgevano il silenzio più assoluto! I minuti passavano “atroci”. Il falso dottor Loy sparì dal luogo. Subito il venerato emise una sentenza:
«Signori colleghi, come capo membro del sodalizio dichiaro estinto questo insolito rituale! Diamoci forza se dovessimo perdere il tetto familiare e il calore della famiglia.»
«Mia moglie... I miei due pargoli amati... Non li vedrò mai più!» gemette il dottor Cominelli.

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