Cari autori, stiamo riscontrando problemi con l'invio delle email dal sito. Al momento sono quindi sospesi gli invii email delle notifiche di commenti e testi. Nel caso non riceviate l'email di conferma di iscrizione, potete scrivere a staff@alidicarta.it per la conferma manuale.




Ultimi pubblicati  |  Ultimi modificati  | Cerca un testo | Archivio degli autori  | Ricevi il feed dei testi di Alidicarta.it  Feed Rss dei testiRegistrati come autore!

Il twitter degli autori

Caricamento twitter... (reload in caso di blocco)
Fai il login per twittare
mostra/nascondi twitter degli autori


Il paese dei mostri
Scritto da vecchioautore
Categoria: Narrativa - giallo/noir
Scritto il 07/11/2018, Pubblicato il 07/11/2018 21.14.16, Ultima modifica il 07/11/2018 22.03.52
Codice testo: 7112018211415 | Letto 44 volte

Attendere caricamento dei dati...(reload in caso di blocco)

Nota dell'autore vecchioautore:
Un noir ambientato in un'epoca... nera. Buona lettura

Torna alla prima pagina 1/9 Pagina seguente


Il paese dei mostri

Frazione Mosti di sopra, poche case abbarbicate a mezza via di un’altura indecisa tra l’essere e il voler crescere (i valligiani la giudicavano troppo alta per chiamarla collina e troppo bassa per promuoverla a montagna), seppur malamente accettata dai residenti di Mosti di sotto, faceva parte del territorio comunale governato dall’amministrazione di quest’ultimo, sin da prima che il sindaco fosse chiamato podestà e l’orbace andasse di moda.
E fu ben prima del tragico ventennio, che gli abitanti di Mosti di sotto iniziarono a storpiare in modo spregiativo il nome della frazione, arrivando persino a sfregiarne il toponimo, inserendo una R nella scritta che campeggiava sulla parete smunta della prima casa che si incontrava risalendo la strada sterrata: Frazione MostRi di sopra, leggeva ilare il viandante che incontrava il minuscolo agglomerato urbano.
Il motivo di cotanto astio, era dovuto al fatto che buona parte dei residenti della frazione presentavano evidenti i segni di tare, fisiche o mentali: patologie ereditate dagli avi, quando la micro comunità, vivendo isolata, fu obbligata ad accoppiarsi tra consanguinei per non estinguersi.
Tradizione e tare, che nipoti e pronipoti, trattati da sempre come reietti, se non addirittura da appestati dai loro cari compaesani della parte di sotto, si videro costretti a rinnovare accoppiandosi, raramente e di nascosto tra fratelli e, abbastanza spesso, unendosi alla luce del sole con cugini dal primo grado in giù.

Il bubbone, l’odio viscerale che molti nutrivano per il diverso, era destinato a deflagrare… in farsa all’interno di una tragedia, subito dopo l’armistizio; quando il colonnello Kasperg e la sua truppa furono mandati ad occupare le postazioni lasciate in fretta e furia dalla guarnigione italiana che, approfittando della confusione che regnava sovrana nell’alto comando dopo l’otto settembre 1943, cantando a squarciagola un eroico motivetto composto sul momento e adatto alla bisogna, che così recitava: «La guerra è finita, e se anche non lo è, che se la sbrighi il Duce, Badoglio oppure il Re!» se l’era data a gambe prima dell’arrivo dei i loro ex alleati tedeschi. Lasciando lo sbraitante podestà e il suo manipolo di fascisti, letteralmente in mutande: il podestà stava dormendo e per provare a fermare la colonna dei fuggiaschi era sceso dal letto correndo in strada così come si trovava (e come il suo Duce aveva ridotto l’Italia) senza avere il tempo d’indossare l’orbace d’ordinanza.

********************************************

“Mi sta pigliando un crampo… e sbrigati, no! Mangiapatate a tradimento!” pensava il podestà, Romualdo Frescaccia, inchiodato da quasi un minuto nella plastica esibizione del saluto fascista nell’ufficio del colonnello Rudolf Kasperg; il quale, seduto dietro la scrivania intento a firmare ordini, non lo degnava di uno sguardo.

Si era presentato nel suo ufficio, con un po’ di timore, per spiegare al colonnello la situazione.
Per l’occasione aveva indossato l’orbace da parata, con tanto di fez nero e stivaloni lucidissimi… un figurino nel vero senso della parola: mascella volitiva, alto un metro e sessanta, per un peso lordo, completo di orbace, stimato in chilogrammi novanta, pareva la miniatura del Duce gonfiata con l’elio.
Appena aveva messo piede nell’ufficio, petto e pure panza in fuori, aveva sbattuto i tacchi e si era irrigidito nel saluto fascista. Il colonnello, alzando un sopracciglio, lo aveva osservato con un’espressione compassionevole; poi, senza proferir verbo, era tornato alle sue carte lasciandolo lì a soffrire sotto il peso del proprio flaccido braccio, impegnato nell’improbo compito di reggere la mano tesa inguantata di nero, sin oltre il limite del dolore fisico.
«Comodo, signor Frescaccia!» esclamò il colonnello in un buon italiano contaminato, quando ebbe finito di firmare le minute. «Si sente bene?» gli chiese poi, notandolo sudare copiosamente.
«Benissimo, colonnello!» rispose con un tono di voce degno di un tenore, irrigidendosi nuovamente nel saluto fascista, con relativa battuta di tacchi.
«Signor Frescaccia! Mi sta rompendo i timpani!» proruppe il colonnello battendo un pugno sulla scrivania. «Abbassi il tono… e pure il braccio, già che c’è.»
Il podestà ottemperò all’ordine.
«Bene, ora mi faccia capire: a parte lei, mi posso fidare di qualcun altro in paese?» proseguì il colonnello.
Il podestà si avvicinò alla scrivania. «Ebrei o partigiani, non ne troverà… quaggiù siamo tutti fascisti. Posso giurarlo sul mio onore» rispose in tono grave con sguardo tagliente.
Il colonnello sorrise obliquamente. «Fascisti, come i soldati della guarnigione?»
Se l’aspettava una domanda del genere, per questo prima di uscire aveva fatto le prove davanti allo specchio dell’armadio con indosso la divisa. «Signor colonnello, quelli sono dei bastardi venuti da chissà dove, non appartengono alla mia gente! Vigliacchi senza patria né onore, che non hanno nemmeno trovato il coraggio di spararmi, qui!» rispose battendosi il pugno inguantato sul petto. «Quando mi sono parato in mezzo alla strada per fermare la colonna degli automezzi» aggiunse fiero.
«Un comportamento degno di un soldato tedesco!» si complimentò il colonnello. Osservò lo sguardo compiaciuto del podestà, strinse il mento fra l’indice e il pollice della mano destra e, aggrottando le sopracciglia, domandò: «Ma poi, visto che degli automezzi e dei soldati non c’è rimasta traccia… come hanno proseguito, mettendola sotto?»
Il sarcasmo del colonnello non lo sfiorò. Aveva preparato con cura il copione da seguire, e avrebbe proseguito su quella linea usando un tono stentoreo, anche a costo di cadere nel ridicolo. «Scesero in tre dal primo autocarro. Il capitano, puntandomi la pistola alla tempia, mi ordinò di scostarmi dal centro della strada. Ottenendo in cambio, null’altro che un fiero rifiuto fascista! Allora ordinò ai due militari di spostarmi con la forza. Dopo una breve colluttazione, i due ebbero ragione della mia strenua difesa, Fu così che, di fronte alle soverchianti forze messe in campo dai due energumeni, mi vidi costretto a cedere. Le due carogne mi alzarono di peso e dopo avermi sbattuto spalle al muro, lì mi trattennero contro la mia volontà, finché non ebbe a transitare l’ultimo automezzo… dopodiché, saltarono sul cassone e se ne andarono.»
«Che storia! Degna di una medaglia al valore» si complimentò il colonnello sgranando gli occhi ammirato.
«Ho fatto solamente il mio dovere di fascista, colonnello» gongolò il podestà.
«Non sia modesto, un altro al posto suo se la sarebbe fatta negli stivali» disse con un certo stupore, osservando il sessantenne e sudaticcio podestà narrare la favola dell’eroico fascista.
“Ma che bel boccalone… ora lo faccio schiattare raccontandogli che ho saltato pure nel cerchio di fuoco” pensò l’eroico fascista, allargandosi oltremisura. E lo avrebbe fatto, e chissà quali e quante altre fesserie si sarebbe inventato per stupire il camerata tedesco; se questi non avesse spento sul nascere i suoi sogni di gloria.
«Il fatto è…» esordì il colonnello, trasse un sospiro e proseguì: «che tra i suoi compaesani… che lei mi assicura tutti fascisti, dunque non tacciabili di disfattismo. Tra loro, dicevo, gira voce che sia sceso in mutande e che, al primo colpo di pistola sparato in aria da bordo della camionetta dal capitano, lei sia corso dentro casa… provando a fermare l’autocolonna lasciando una macchia liquida in mezzo alla strada…» a questo punto non gli riuscì di trattenere un sorrisetto sarcastico, prima di concludere in tono serio: «E a quanto pare, i suoi cari compaesani, tutti fascisti, eh! Sarebbero anche pronti a giurare, che non fosse né nitroglicerina né nessun altro tipo di esplosivo liquido.»
Il povero podestà sbiancò, di fronte al sarcasmo scientifico del colonnello, avrebbe voluto sgonfiarsi e scomparire dentro l’orbace; ammutolito, fissando con sguardo atono i propri stivali, realizzò che la situazione in cui si era cacciato non era certo piacevole. “Ora mi farà fucilare” tirò le somme iniziando a tremare.
Ci pensò il colonnello, impietosito da quel piccolo uomo nero che si atteggiava ad eroe, a toglierlo d’impaccio. «Ma queste sono solo voci dettate dall’invidia… e io non ho tempo da dedicare ai pettegolezzi di paese. Se non ha altro d’aggiungere, direi di chiudere l’argomento frivolo e passare alle cose serie.»
«No… no… nient’altro d’aggiungere… prosegua pure, colonnello» biascicò il podestà, riacquistando un po’ di colore.

«Tanto per cominciare, vorrei sapere se c’è qualche disfattista in paese… qualcuno che va insinuando che la guerra è persa o cose del genere» spiegò il colonnello.
«Non mi risulta, colonnello.»
«Dunque, mi par di capire che non lo esclude categoricamente?»
“E ora che faccio… cosa rispondo?” si domandò il podestà, temendo di incorrere nelle ire del colonnello. «No, non lo escludo, colonnello» confermò alla fine con un filo di voce.
Il colonnello trasse un profondo respiro. «Le spiego la mia situazione: se dovessero verificarsi atti sovversivi, l’alto comando mi punirebbe per non essere stato in grado di riportare l’ordine… probabilmente sarei degradato e spedito sul fronte russo.»
«Spero che non debba mai accadere, colonnello» si premurò di fargli sapere il podestà.

Torna alla prima pagina 1/9 Pagina seguente



Menu

Home Page
Iscriviti come autore
Scrivi il tuo testo
Forum
Cerca


Pubblicità

Su di noi

Strumenti

Help

© 2001-2018 - Layout, grafica e contenuti sono protetti da diritto d'autore
Vietata la riproduzione - PI:02102630205 Hosting www.dominiando.it