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Il campione(4a parte)
Scritto da Enrico Ba.
Categoria: Opinione
Scritto il 08/10/2018, Pubblicato il 08/10/2018 16.51.04, Ultima modifica il 08/10/2018 16.51.04
Codice testo: 810201816514 | Letto 43 volte

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La mattina, ebbe un risveglio traumatico. La testa era pesante, la bocca sapeva di schifo, si sentiva male ed aveva un aspetto orribile, erano quasi le dieci e non aveva nessuna voglia di lasciare quel bel materasso per affrontare la follia del mondo. Renato stette così disteso per un’altra buona mezz’ora, guardava il soffitto con gli occhi gonfi e pesanti, pensava. Pensava alla sera precedente, alle pazzie che aveva sentito e d’improvviso gli venne voglia di scrivere. Si alzò con fatica e si sedette alla scrivania. Cercò di buttare giù qualche parola su un foglio di carta. In breve tempo i fogli di carta divennero più di uno, la sua scrittura diventava fluente, aveva una storia da raccontare in testa. Pensò che questa volta sarebbe stata quella giusta per diventare scrittore, avrebbe potuto riappropriarsi del controllo della propria vita, tardi forse troppo tardi, ma per lui sarebbe stata una specie di rivincita, forse anche verso suo fratello ed il loro complicato rapporto mai risolto. Mentre si stava destreggiando tra lo scrivere e il mal di testa da dopo sbronza gli venne in mente dell’invito ricevuto dalla australiana del piano di sotto, doveva essere per venerdì sera se la sua memoria non si sbagliava. – Oggi!- pensò preoccupato, non se la sentiva di andare dopo la bevuta della sera prima, aveva un aspetto che faceva schifo e poi avrebbe dovuto lasciare Mario solo in casa, meglio se lo avesse portato ed infatti gli venne questa idea in mente, pensiero questo che lo inquietava non poco. Non sapeva infatti come si sarebbe comportato e se avesse bevuto come la notte precedente. Si alzò dalla sedia, aprì la porta della camera e cercò di percepire se c’erano movimenti nella casa, tutto taceva, Mario non si era ancora svegliato probabilmente. Lo trovò disteso sul divano letto, era in uno stato talmente pietoso che preferì non disturbarlo, decise di fare colazione per conto proprio; dopo un po’ di tempo sentì un tonfo provenire dal salotto, qualcosa di pesante doveva essere caduto e c’era da immaginare chi aveva causato quella caduta. La porta del salotto si aprì improvvisamente ed uscì Mario tenendosi la testa, si sedette al tavolo in cucina versandosi il caffè nella tazza e non disse nulla, comportandosi, questa fu la cosa che sorprese ed infastidì Renato, come se si trovasse a casa propria anziché in quella di un vecchio amico che gentilmente si era offerto di ospitarlo prendendosi a cuore la sua situazione. Non si dimostrò riconoscente, né disse nulla riguardo alla decisione dell’amico di dargli ospitalità, lo si notava dal comportamento molto diverso da quello che sembrava aver avuto quando Renato lo incontrò per strada, quasi remissivo ed arrendevole. Ora si muoveva con più sicurezza, era tutta una serie di gesti e piccole cose che rendevano nervoso ed inquieto Renato, il quale si stava cominciando a chiedere se aveva fatto bene a portarsi in casa un arnese del genere. Se non altro di positivo c’erano la cose che gli aveva raccontato, avrebbe sfruttato tutte quelle informazioni per costruirci una storia e fare un ultimo tentativo per indirizzare la propria vita lungo la strada che aveva sempre voluto percorrere. Aveva deciso: avrebbe completato i fogli, le pagine che aveva cominciato a scrivere, avrebbe scritto un libro. La cosa era ormai decisa, c’era un altro problema però: come convincere Mario ad andarsene. La cosa non era facile. Intanto lo avrebbe invitato alla festa, forse dopotutto si stava facendo ingannare da piccole cose insignificanti, il suo amico aveva condotto una vita molto dura e questo aveva influito sul suo comportamento inusuale probabilmente. Il suo pensiero vacillava, forse dopotutto non lo avrebbe mandato via come voleva adesso, lo mandava via, non lo mandava via, la confusione che in una mente crea il dopo sbronza stava facendosi avanti al galoppo. Doveva farsi una doccia, si alzò. – Stasera mi hanno invitato per una cena al piano di sotto, se vuoi venire puoi farlo, diciamo sulle 08 di sera – disse Renato rivolto a Mario, il quale rispose con grugnito, non si sa se di assenso o no. – Non mi piace come si sta comportando – pensò Renato andando verso il bagno e mettendosi sotto la doccia. L’acqua scorreva sulla sua testa ed i pensieri si diradavano con lo sparire dei fumi dell’alcol, si sarebbe concentrato sullo scrivere per tutto il giorno, aveva in mente di scrivere una storia in prima persona su quello che aveva sentito dall’amico. L’acqua fresca portava tutte queste idee e gliele metteva dentro la testa. Sarebbe stata una grande cosa pensò, doveva solo ritrovare l’abitudine a scrivere, pensare ed immaginare, cose queste che non aveva perso ma represso, nascosto. Uscì dalla doccia rinfrancato di essersi tolto di dosso i postumi della sbornia ed anche i dubbi residui sul fatto che avrebbe ripreso a scrivere, l’unico incertezza che aveva mantenuto era sulla permanenza del suo amico a casa sua, per il momento optò per la comprensione sperando in un comportamento diverso da parte dell’ex compagno di scuola, sapendo però anche che non avrebbe potuto ospitarlo per sempre e che avrebbe dovuto spronarlo a cercarsi una sistemazione alternativa. Si sedette alla sua scrivania e riprese ciò che aveva interrotto, corresse il suo scritto trasformandolo in una sorta di racconto in prima persona e decidendo di continuare su questa linea. Scrisse il primo capitolo; il suono della matita sulla carta era come una musica che rimandava la mente al passato quando da giovane aveva provato per la prima volta l’emozione di quel fruscio, che voleva dire creazione, non gli erano mai piaciute le macchine da scrivere, i computer poi li usava per altri motivi come scrivere lettere o fare tabelle, niente era più prezioso di una matita la cui punta viene trascinata lungo una riga di un foglio di carta. Scrisse molto quella mattina, pensava che se avesse organizzato bene il lavoro avrebbe potuto finire in tempi brevi e poi magari sfruttare suo fratello perché facesse pressione con la casa editrice di cui era presidente solamente onorario ( a detta sua) per la pubblicazione del libro: glielo doveva non avrebbe potuto rifiutarsi. Tra una pausa e l’altra pensò a come sarebbe stata la serata dalla sua vicina australiana, sapeva che gli piaceva ma non voleva ammetterlo a sé stesso, non sapeva perché, forse per una triste forma di orgoglio dovuto dall’aver raggiunto e superato la mezza età sfiorando la soglia della terza, forse lei era troppo giovane o forse no, fatto sta che voleva continuare a coltivare questo interesse dopo aver rotto il ghiaccio due giorni prima su quella panchina a Sant’Elena. Avrebbe portato anche Mario decise alla fine, un po’ perché voleva aiutarlo a socializzare, un po’ perché non si fidava a lasciarlo solo per casa. – Cosa starà facendo adesso?- si chiedeva mentre si prendeva una pausa dallo scrivere, guardando il soffitto seduto alla sua scrivania. Uscì dalla stanza e lo vide seduto davanti alla finestra in cucina, stava immobile e guardava di fuori con occhi inespressivi. Quando Renato si avvicinò e fece sentire la sua presenza, Mario scattò in piedi come se fosse spaventato ed imbarazzato di essere stato colto in quell’atteggiamento. – Scusa per il mio comportamento di prima, non sono abituato a vedere gente ed a vivere in un posto decente da molto tempo – si affrettò a dire. – Figurati, non preoccuparti. Cerca di uscire piuttosto, io devo andare via a fare delle commissioni – gli rispose Renato mentre l’altro si limitò ad annuire con la testa. – Speriamo bene per stasera, è abbastanza squinternato – pensò una volta in strada. Stava andando a fare le spese e comprare qualcosa da portare per la serata. Il fatto che Mario gli avesse chiesto scusa lo rincuorava, vuol dire che si era reso conto di aver tenuto un comportamento non opportuno, la faccenda sarebbe stata più gestibile con una persona che si rendeva conto di ciò che faceva. Tornò a casa ed aspettò con ansia insieme al suo amico il tardo pomeriggio e l’ora più opportuna per poter suonare alla porta della vicina del piano di sotto e farsi ricevere.
Alle sette e mezza di sera suonarono alla porta dell’australiana, la quale aprì e li ricevette con entusiasmo, non mostrandosi contrariata della presenza di Mario, presentato da Renato con la definizione di “amico in difficoltà che si è trasferito per un po’ da me”, nella casa erano già presenti delle persone che stavano chiacchierando in salotto. Una volta entrati nella stanza furono presentati agli altri invitati: era tutta gente che bazzicava l’ambiente dell’accademia di belle arti e della pittura. C’era un gallerista inglese, due compagne di corso di Abigail, un pittore di una certa età e la sua compagna gallerista pure lei ed infine una scultrice ed un insegnante di disegno all’istituto d’arte. Per un bel po’ Renato e Mario rimasero in silenzio, seduti in disparte. Non c’entravano niente con quella gente, erano come corpi estranei a quell’ambiente, eppure Renato si sentiva un artista mancato data la sua intenzione di tornare a coltivare ambizioni letterarie. Così del tutto spontaneamente, senza farci caso, riuscì in qualche modo ad attirare l’attenzione generale su di sé semplicemente rispondendo, ad una delle compagne di corso dell’australiana, che lui stava lavorando ad un libro. Tutti quanti gli ospiti si girarono a guardarlo, tutti presi dalla sua rivelazione sul fatto che era un aspirante scrittore, prossimo alla pubblicazione, così almeno pensavano. Cominciarono a chiedergli quale era la trama del libro, quali erano i personaggi, dove era ambientato e via dicendo; questo imbarazzò molto Renato che rispondeva in maniera vaga come per sviare l’attenzione delle altre persone da sé, cosa che invece non gli riuscì, il suo modo di fare ambiguo quasi misterioso sollecitò la curiosità generale anziché diminuirla, si sentiva accerchiato non aveva più vie di scampo, alla fine dovette gettare la spugna e raccontare a chi si ispirava il romanzo che voleva scrivere e la sua trama. Concluse il suo discorso, forse sarebbe stato meglio definirlo calvario, nel silenzio adorante di quella congrega di artisti e nel mutismo di Mario che non lo guardava neppure. Poi scattò un applauso, sicuramente fuori luogo, che fece aumentare ancora di più il suo senso di inadeguatezza verso quella situazione, cercare di parlare con l’australiana fu praticamente impossibile visto l’interesse che aveva suscitato in alcuni invitati, i quali colsero l’occasione per sedersi vicino a lui e distrarlo con le loro domande ed i loro discorsi sul potere delle letteratura nel mondo delle arti umane. I discorsi in cui fu assorbito erano abbastanza pesanti e volutamente pretenziosi, le persone che si erano appartate con lui avevano la spocchia tipica degli individui che si sentono partecipi di un ristretto giro di eletti, che fanno discorsi volutamente complicati di cui ci capiscono poco perfino loro stessi, così Renato sentì gran chiacchiere su tutti gli aspetti dell’arte, grandi citazioni, grandi parole mentre la sua testa si svuotava di ogni attenzione ed i suoi occhi vagavano dalle facce che aveva attorno a Mario che stava stranamente intrattenendo una conversazione con Abigail ed alcuni invitati a quella serata. – Strano – pensò, cercando di far finta di seguire quello che dicevano i suoi interlocutori, così gli sembrò l’atteggiamento di Mario che sembrava molto più loquace di quello che gli aveva dimostrato, soprattutto non gli piaceva il fatto che avesse così confidenza con Abigail, era una cosa questa che lo riempiva di una certa malsana invidia, sentimento che quando appare è come un verme dentro la propria testa e cuore. Voleva liberarsi di quel gruppo di tromboni con i loro discorsi vuoti, si alzò con la scusa di andare in bagno ed una volta tornato si sedette vicino a Mario cercando di inserirsi nella conversazione con l’australiana, ma entrambi vennero circondati da quelli che prima si erano intrattenuti con lui, così gli venne chiesto dove lo aveva conosciuto e perché aveva deciso di raccontare quella storia. Non fece tempo a rispondere che il suo amico lo interruppe, spiegando agli ascoltatori tutto quanto per filo e per segno. Quelle persone guardavano Renato piene di ipocrita ammirazione per il gesto di aver ospitato un bisognoso a casa sua, un ex compagno di scuola caduto in disgrazia per giunta! Il tutto era infarcito di retorica sull’amicizia unico vero valore ormai rimasto, sul non ci si può fidare di nessuno al giorno d’oggi e dai tanti luoghi comuni che le persone usano di solito per celebrare una buona azione compiuta da altri e della quale preferiscono evitare il disagio. Questo tipo di celebrazione metteva a disagio Renato, si sarebbe aspettato discorsi diversi da degli artisti non questo genere di banalità, evidentemente anche loro erano contaminati da un certo conformismo che livellava anche le persone più creative verso la mediocrità, almeno così si ritrovò a pensare. La serata andò avanti ancora per un bel po’ed era riuscito a parlare con Abigail poche volte, a scambiare poche parole, un desiderio di conoscerla frustato proprio dal suo amico che aveva soccorso nel momento del bisogno, che si era trasformato nel grande inaspettato protagonista della serata, con le sue storie alcoliche, di terre lontane, avventure esotiche e situazioni sordide a cui era sopravvissuto ed a cui gli ospiti compresa l’australiana non erano stati capaci di resistere. Doveva riconoscere che aveva svegliato Mario dal suo torpore, dalla sua apparente follia, quella che doveva essere una spalla, niente più che un comprimario, si era trasformato, o meglio era stato trasformato nell’attore protagonista. Di questo Renato se ne sarebbe presto pentito: questa era diventata la sua convinzione.
Disteso sul letto con gli occhi semichiusi nel dormiveglia, era preso da pensieri agitati. La stanza buia era diventata come una prigione, dove i muri erano nascosti dall’oscurità ma erano ben presenti nel delimitare uno spazio in cui lui si sentiva rinchiuso, rimpicciolito nel suo letto. Mario gli aveva rubato la scena con l’australiana e poi risalendo le scale per tornare a casa gli aveva servito un brutto tiro: - Quando il tuo libro sarà pubblicato, voglio la metà dei guadagni se avrà successo, parla di me, è ispirato a me, se rifiuterai non ti libererai facilmente di me-. Dopo aver detto queste parole gli porse la mano da stringere, Renato non ne volle sapere e non ricambiò il gesto. Disteso sul letto in un agitato dormiveglia pensava a quelle parole; mai avrebbe ceduto a quella richiesta che sembrava una minaccia, voleva riappropriarsi della propria vita, fare quello che aveva sempre desiderato almeno nell’ultima parte della sua esistenza, avrebbe portato a compimento il libro, con l’aiuto magari di suo fratello, verso cui era pesantemente in credito, lo avrebbe pubblicato perché stavolta c’era la possibilità di potercela fare, di compiere ciò che aveva sempre desiderato. Non avrebbe ceduto alla richiesta di Mario per nessuna cosa al mondo, la sua fatica, il suo desiderio di rimettere la sua vita sui binari che lui avrebbe voluto sempre percorrere erano talmente forti che sarebbero stati le colonne portanti della sua volontà. Tempo, ci sarebbe voluto molto tempo per portare a termine il libro e cercare in qualche modo di farlo pubblicare, poi era tutto da vedere se sarebbe stato un successo, quel che era certo è che Mario non avrebbe potuto stare così a lungo a casa sua, ospite nutrito con il vitto e l’alloggio assicurati. Questo pensiero lo cullava dal dormiveglia al sonno profondo che lo colse prima dell’alba. Dormì a lungo e si svegliò a mattina inoltrata, uscì dalla stanza e poté percepire il pesante silenzio che c’era in casa, non c’era nessuno, guardò in salotto non trovando traccia di Mario, c’era solo i vecchi vestiti lasciati sul divano letto. Renato pensò che probabilmente l’amico era uscito, anche se sperava che se ne fosse andato liberandolo della sua presenza. Non ci pensò troppo ed andò in cucina a fare colazione, decise che avrebbe pranzato fuori e si preparò per uscire. Una volta sulle scale, scendendo, sentì che dall’appartamento dell’australiana arrivavano le voci di un uomo e di una donna che conversavano, fermatosi davanti alla porta della vicina appoggiò un orecchio per sentire meglio, rimase di sasso quando riconobbe la voce di Mario. Riprese a scendere le scale con l’animo in subbuglio, i suoi piedi saltavano sugli scalini, la palpebra del suo occhio ballava una danza scatenata, i nervi scattavano facendo muovere il corpo in maniera scoordinata. Uscì dal portone d’ingresso tutto trafelato, imboccò una strada qualsiasi tanto non gli importava dove sarebbe andato quel giorno. Per strada camminando cominciò a maledire il giorno in cui aveva rivisto Mario. Perché Abigail lo aveva fatto entrare in casa? Cominciava ad essere geloso. Geloso di una fantasia che aveva preso ad albergare nella sua mente: fantasia forse speranza che un giorno avrebbe potuto conoscere meglio l’australiana e magari conquistarla, magari avere una storia con lei. Tutto questo era solo un sogno nella sua testa. Un sogno che si confondeva con la realtà e la percezione del quotidiano.

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