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NUOVI AMORI DI MARZO
Scritto da Domenico De Ferraro
Categoria: Poesia
Scritto il 08/03/2018, Pubblicato il 08/03/2018, Ultima modifica il 08/03/2018
Codice testo: 832018173455 | Letto 379 volte

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NUOVI AMORI DI MARZO

DI DINO FERRARO

È arrivato marzo fischiando come un pazzo è entrato in questa vita con tante cose ancora da fare, rime burlesche, scheletri appesi nell’armadio che danzano una macabra danza, cantando un ode alle donne di tutto il mondo. Mischiando il bel tempo, al cattivo tempo i pensieri oscuri alla dolcezza delle mimose fiorite lungo il crinale dei monti tortuosi, odorosi che esalano nel sogno incompreso che vago nel suo incerto ire , porta lontano oltre quel muro , oltre il senso di una frase ove tutto si conclude in un attimo nel gioco del dare e dell’avere tra strade tortuose et silenziose. E’ giunto il tempo dell’amore , di un sorriso che desta in noi il senso d’una verità profonda ,bella ,chiara, splendida vita come una stella che cade dal cielo , dentro un cappello di un matto , in viaggio verso una terra che non ha più nome , figli, moglie , che dona odio , speranza, portando in seno allegri acquazzoni , in un acquarello di colori annega questo profondo senso di vittoria e di sconfitta.

Girando l’angolo di una stretta via , abbracciati ad un amore , parte integrante di un libro ,parte di una trama, di una allegra commedia , dentro quello che vorremo essere , là sulla via di tra i campi incolti dove la capra saltella , dove il leone attende la sua preda, dove l’odio e l’inizio di un amore dove le lacrime tingono il viso degli angeli . Inscenando un nuovo processo a sconosciuti poeti, bislacchi, incazzati neri , senza denari con denti macchiati di nicotina a passeggio lungo il corso ,in cerca di una rima che elevi l’animo a grandi imprese, impuntati ad una nuova conoscenza, ad una comprensione che dona uno stato che elevi il mondo intero verso qualcosa che trascende se stesso in una nuova legge, in dolci ritmi, rime leste dalle orecchie a sventola che volano in alto nel cielo poi ricadano sulla terra , in una piccola piazza , suonano insieme a Johan e Lenny quella canzone che fa pensare , ridere, mentre tutti seduti gli uni accanto agli altri , cantiamo questa ennesima canzone , lieve, veloce , cilestre suadente che ti prende per la gola ti porta a giorni lontani quando il mondo era un piccolo sogno , quando ti ho incontrato, ho conosciuto il morire ed altre rime.


Là dove trovai i miei giorni diversi, giorni di rabbia in un racconto chiuso in un cassetto, vecchie liriche cretine che mi fanno piangere, credere che non sono più solo, come credo che sia e tutto un gran casino, il treno passa , porterà via questa altra delusione , verso un altra città , dentro un notiziario ove la giornalista mostra soddisfatta la sua bellezza il suo mondo i suoi privilegi. Volgi gli occhi verso altri mondi incredibilmente per incanto ti trovi accanto un vecchio barbone che canta : vagabondo che son io o terra mia, terra mia dove mai anndrò,
Canticchiando arie elleniche , liriche vecchie ,zoppe , in mezzo ad una confusione senza fine , fumando il sogno di una generazione colma di perché e di poi , io attendo il pullman là dove tutto e incominciato là su quella panchina in compagnia di Johan e di margherita e non sò perché vorrei piangere o non aver mai conosciuto questo inferno che mi trascino dietro. Ma la verità di questa tragica storia , che ridacchia , macchia e gratta, ingrata, tanto grande che io prenderò il pullman andrò dove mi pare , dove questa canzone di marzo rende ancora più pazzo questo verseggiare in questa voglia di uscire fuori da schemi e illusioni , lungo una corsia diritta che corre si porta via questa follia , veloce come un auto ,come un gioco, io sono tornato indietro senza capire perché , ne come mai, tutto è incominciato , prigioniero in mezzo al traffico.
Entro in un bar ordino un caffè , sono solo in compagnia di una donna, un panino, una sfogliatella, mascherina, senza mai pigliare sciato , con in tasca , poesie buone sole a scacciare i fantasmi della mia ragione.

Perduto in tanti silenzi partire in groppa alla speranza , cavalcando il vento della giovinezza . Perdersi ancora in quel senso oscuro , chiamato passione poetica, annegare in quel mare di lettere bisbetiche e occhialute. Parole mai domate, mute in attesa , sparpagliate fuori l’uscio di casa pronte a seguirti in ogni dove , sempre dietro , claudicanti , nervose , elettriche, t’inseguono sull’autobus , t’aspettano fuori al bar dove ogni mattino fai colazione, per condurti tutte insieme ,gioiose ed estroverse fino al tuo posto di lavoro. Buffe lettere , qualche volta bisticciano tra loro poi di sera fanno pace si amano , ammettono le loro colpe , narrano sovente delle loro sventure . Lasciandoti stanco di combattere quella lunga guerra di chi sei, di cosa vorresti essere nel mesto canto di primavera che come una tenera ninnananna ti lascia addormentare nel loro dolce suono di mille orchestre come un bimbo tra le braccia di sua madre.

Questo amore muore nell’ora in cui insieme abbiamo pregato lungo il gioco che ha concluso il senso e forse sembrato cosi inutile dire chi siamo usciti fuori di corsa verso quell’amore tutto cinto di fiori finti chiedendoci come mai siamo usciti dal nulla dal gioco che ci ha circuiti , resi incapaci di comprendere cosa siamo diventati in un attimo, l’amore ci ha resi ciechi e sordi innanzi al volere di un dio ignudo un dio che vive in eterno dentro tutte le donne del mondo.

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