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La diversa percezione del tempo
Scritto da vecchioautore
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 09/11/2018, Pubblicato il 09/11/2018 20.52.31, Ultima modifica il 09/11/2018 20.52.31
Codice testo: 9112018205229 | Letto 45 volte

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La diversa percezione del tempo

Giorni, mesi, anni… no, non è affatto vero che il tempo scorre sempre uguale; provate a fare mente locale: i ricordi del malo tempo son molto più numerosi e persistenti di quelli, sempre e comunque troppo brevi, del felice tempo.
Della mia lunga vita che attende d’esser brandita dalla fine del mio tempo, ho ricordi di anni infelici, lunghi come lustri; appena mitigati da un unico scampolo di anno felice, breve e fragile come lo può essere l’attimo d’un afflato d’amore nel mezzo di una tragedia che sconvolse il mondo.

Nascere in un paesello incastonato dentro una solitaria e stretta valle, da cui anelavo scappare, fu una fortuna durante quel tempo infame; le squadriglie che andavano a bombardare le città passavano alte sopra i tetti, sfiorando le cime dei monti, senza degnarsi di sprecare una sola bomba su un obbiettivo di nessun interesse strategico.
Questo, unito al fatto che il borgo fosse raggiungibile solo da uno stretto e scosceso valico, pomposamente battezzato “Passo Paradiso”, che s’inerpicava come una serpe lungo il fianco del monte prima di gettarsi a capofitto dentro la valle (valico, sentiero, o passo che dir si voglia, impraticabile da fine autunno sino a primavera inoltrata per le frane provocate dalle piogge torrenziali e le valanghe dovute alle copiose nevicate) contribuì a fare della mia aspra terra un piccolo eden piazzato nel mezzo di un’immane tragedia epocale.

8 settembre 1943

«Clara! La guerra è finita! Papà tornerà finalmente a casa!» gridò piangendo di gioia mia madre stringendomi al petto.
Non era vero, la guerra sarebbe continuata e mio padre non sarebbe mai più tornato: era caduto sul fronte russo. Ma questo, né mia madre né tantomeno io, quel giorno lo potevamo sapere.

Era stato il parroco a captare, dalla ricetrasmittente strategicamente posizionata sul campanile, la bella notizia e, dopo aver fatto suonare le campane a distesa, rendere partecipi i componenti della piccola comunità montana riunita dentro la chiesetta dell’avvenuto armistizio; dimenticandosi, forse volutamente per non spegnere precocemente la contagiosa euforia, di riportarci il finale del messaggio captato. Vale dire, che stavamo solo cambiando socio e che la guerra sarebbe dunque continuata in un modo forse più giusto, ma sicuramente molto peggiore; obbligando, di fatto, italiani a combattere non solo contro i nostri ex alleati, ma anche ad ammazzare, o farsi ammazzare, dai nostri compatrioti che scelsero di restare a giocare la partita sino in fondo, seduti dalla parte sbagliata del tavolo.

In ogni povera casa del minuscolo borgo, quel giorno si palesò la speranza; perché in ogni casa c’era un figlio, un marito o un padre assente giustificato.
L’umanità dolente rimasta a pregare e sperare era così composta: un parroco dall’apparente età del dattero, dieci tra nonne madri e spose, due infanti, sette, tra i quali mio nonno paterno, troppo vecchi per esser arruolati come carne da cannone altri quattro non ancora maturi per esserlo. E infine io: Clara Rampelli, di anni sedici, sognatrice incallita nonostante tutto… oltre a nove capre, dieci pecore, dodici galline, tre galli e due muli.

Dopo una settimana di trepidante attesa, non avendo visto un sol uomo scendere dal sentiero, gli anziani compresero che la pace era ben lungi dall’approssimarsi; sensazione confermata durante l’omelia da don Oliviero, che ci relazionò sugli ultimi sviluppi da lui ascoltati poco prima alla radio.

15 Ottobre 1943

Le precoci e copiose piogge autunnali sconsigliarono anche ai più ardimentosi d’inerpicarsi lungo il passo, valicare il monte e scendere nella cittadina affacciata sul lago per accaparrarsi le ultime provviste in previsione del lungo isolamento invernale. «Quest’ inverno sarà più lungo e duro del solito. Il brutto tempo non c’ha permesso di completare le scorte, ci sarà da tirar ancor di più la cinghia», sentenziò mio nonno osservando, sconfortato, le nuvole basse che occultavano le abetaie.
«Clara!» esclamò volgendo lo sguardo sul castagneto sferzato da vento e pioggia.
«Sì nonno!» feci io correndo da lui.
Passandomi un braccio dietro le spalle indicò i castagni. «Se domani spiove, vado a raccogliere le castagne e a far della legna; se prometti di non farmi dannare, ti porto con me», annunciò usando il tipico tono, burbero ma bonario, del patriarca che pretende l’obbedienza e il rispetto dovuto a chi, grazie all’esperienza accumulata nel tempo, sa come e dove posare il passo sui sentieri occultati da foglie fradicie.
«Lo prometto, farò quello che mi dirai», risposi prima di andarmi a sedere, felice, accanto al camino.

16 Ottobre 1943

«Prima di mezzogiorno non pioverà!» mi rassicurò mio nonno osservando il sole giocare a nascondino con nuvole nere al galoppo. «Allora, sei pronta?» mi chiese poi, afferrando con una mano le briglie del mulo, bardato con il basto per trasportare la legna e le ceste per caricare le castagne.
«Andiamo», risposi timorosa, aggrappandomi alla mano callosa che mi porse per infondermi un po’ di coraggio.
Alle nove di mattina, illuminati da un sole intermittente, io, mio nonno e il mulo c’incamminammo lungo il sentiero del castagneto.

«Olà, Rambaldo, anche tu per castagne stamattina, eh!» esclamò il cinquantenne, claudicante, Samuele, mentre con il bastone smuoveva le foglie morte cadute sopra ai frutti.
«Castagne e legna, approfitto della tregua», rispose mio nonno, caricando sopra il basto dei grossi rami caduti a terra per il forte vento della notte.
«Eh, se avessi un mulo lo farei pure io… Ma, purtroppo, mi devo accontentare di riempire questo», replicò l’altro con una punta d’invidia, indicando lo zaino che portava sulle spalle.
«Se ti va, la legna la raccogliamo assieme, la carichiamo sul basto; poi, quando torniamo in paese, la si divide in parti uguali», disse allora il mio generoso nonno.
«Ti ringrazio immensamente. Avrei voluto chiedertelo, ma non trovavo il coraggio di farlo… sei un amico, Rambaldo», rispose Samuele, sinceramente commosso.
«Se non ci si aiuta tra noi…» fece mio nonno, smuovendo le foglie con il piede, senza concludere la frase.
In poco meno di mezz’ora, lavorando alacremente in due, riuscirono a riempire il basto di rami di castagno raccolti da terra. Allora mio nonno, dopo aver staccato le ceste, disse a Samuele di andare a scaricare il mulo in paese, mentre noi, nell’attesa che tornasse per un secondo carico, avremmo iniziato a raccogliere le castagne.

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