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Non me ne vergogno
Scritto da ANDREA OCCHI
Categoria: Altro
Scritto il 09/01/2018, Pubblicato il 09/01/2018, Ultima modifica il 13/01/2018
Codice testo: 91201882625 | Letto 257 volte

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Nota dell'autore ANDREA OCCHI:
Non me ne vergogno

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Lo ammetto…cioè…non me ne vergogno del mio comportamento che è come un libro facile da leggere, elementare come un abecedario; da ogni mia sciocca azione risulta sempre comprensibile ogni mio infantile pensiero ai tuoi occhi attenti e perspicaci. Mi squadrasti come fossi un batterio al microscopio, una forma di vita curiosa ed io, arrendevole, permettevo che mi manipolassi…Seduto con lo schienale della sedia rivolto verso il mio petto, come un vero uomo di saloon, a proteggere il mio cuore ingenuo, mi uscì spontaneo: “Mi piaci molto!” Tu, seduta sul tuo letto, esplodesti in una fragrante risata. Forse avevi lo stesso pensiero ovvero, forse, provasti tenerezza per il bambino che si dichiara all’amichetta. Le parole hanno un suono, sì, spavaldo, ma il fisico è insicuro e buffo, non goffo, però, modestamente ho una certa eleganza nel ridicolo. La tua mano mi invitò ad avvicinarmi, ma seppi resistere. Che meraviglia avvertire alla bocca dello stomaco il vibrare di migliaia di ali di farfalle, quel formicolio elettrico dell’innamoramento. Troppo romantico? Allora, mi correggo…più che ali di farfalle…mosche…di quelle che tormentano le mandrie al pascolo pungendole sul culo…ecco…proprio così accadde: il polline divenne fiele. Rimanemmo a chiacchierare e ridere per tutta la notte, in quella posizione. Tu al di là di quella frontiera invalicabile ed io al di qua. L’aria era densa, come miele, ma non zuccherina; percepivamo l’animalità reciproca, acre e furiosa che scalpitava. Riuscimmo a domarla. La sera successiva, responsabile un vino valtellinese dal nome profetico “Inferno”, ci ritrovammo sempre in quella stanza, senza vestiti addosso e senza sorrisi. Ti percepivo come un varco verso l’ignoto, un precipizio di vogliosa e sporca fame di me, come io l’avevo delle tue stuzzicanti rotondità. Poi, tu: “Detesto i preliminari!”. Alla fine del punto esclamativo eravamo fusi…già fusi…una fusione a freddo. Ti risposi: “Cazzo! Mi sembra di farlo con mia sorella!”. Avrei dovuto comprendere i tuoi di comportamenti. Mentre ci spogliavamo, entrambi riponemmo gli indumenti con cura, ripiegandoli: io sulla poltrona a fianco del letto e tu nel cassettone e nell’armadio. Mi cacciasti di casa con la veemenza neppure pari a quella subita da Adamo ed Eva. Dopo qualche settimana, benché i nostri sensi fossero sempre all’erta, ci riprovammo e fu l’apoteosi del disastro. Se non tutte le ciambelle riescono con il proverbiale buco, le cazzate viaggiano sempre in coppia, come le due zeta, come le due p, come gli idioti.

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