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Lettera di un soldato al fronte
Scritto da Paper_girl13
Categoria: Narrativa - Altro
Scritto il 09/07/2018, Pubblicato il 09/07/2018 09.55.27, Ultima modifica il 09/07/2018 10.08.18
Codice testo: 97201895527 | Letto 45 volte

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Nota dell'autore Paper_girl13:
Questo tema tratta di un soldato italiano (in cui mi sono immedesimata), che si trovava sul fronte carsico,durante la 1^ Guerra Mondiale,(1916),ed è frutto della mia testa.Spiega un po' il proprio disagio e le proprie emozioni.Spero che vi piaccia.

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Un anno. E’ passato un anno da quando è iniziato questo inferno. Sono un soldato italiano e me la cavo molto bene con tutti i tipi di armi da fuoco. Forse è per questo che mi hanno reclutato, forse no. Forse un giorno potrò finalmente tornare nella mia bella casa di campagna e riabbracciare mia moglie e mio figlio, forse no.

Ormai ho imparato che in guerra non ci sono certezze, c’è solo un senso di precarietà e di oscuro timore. La morte arriva all’improvviso e ti porta via tutto in un secondo: la vita, la famiglia, i ricordi, e tutte quelle persone che un tempo ti sono state accanto, promettendoti di non abbandonarti mai. Se sei fortunato, sopravvivi, ma torni a casa come una persona completamente diversa, la guerra ti cambia e lascia un segno indelebile nel cuore e nell’anima.

Con quale coraggio potrei presentarmi a casa, dopo aver sparato a tutti quei soldati nemici che, probabilmente, avranno come me una moglie e dei figli o dei genitori ad aspettarli?

Mi mancano tanto mia moglie e quel birbante di mio figlio. Ricordo ancora quando, poco prima che io partissi, lei scoppiò a piangere mentre il piccolino imi venne vicino e mi disse di tornare presto che dovevamo giocare assieme. Ah, se solo sapesse quanto avrei preferito stare con lui invece di venire qua! Ora, a tenere vivo il loro ricordo, c’è solo una fotografia un po’ sporca di fango sul lato in alto a sinistra; la scattammo qualche giorno prima della partenza.

Le condizioni in trincea sono improponibili: fango, sporcizia, gelo, pioggia... Siamo costretti a vivere in stretti e tortuosi cunicoli scavati nella terra o nella roccia e molto spesso crollano, perciò ci ritroviamo a costruire e a ricostruire le trincee che condividiamo con i ratti.

Le nostre divise sono sudicie e di notte dobbiamo dormire per terra, spesso con i cadaveri dei nostri compagni accanto.
Il cibo è di scarsa qualità. Purtroppo deve essere cucinato nelle retrovie e trasportato durante la notte, perciò quando arriva è quasi sempre immangiabile: la pasta e il riso diventano blocchi collosi, la carne e il pane sono duri come pietre.

L’acqua è ancora più scarsa e perciò a volte ci ritroviamo a bere quella sporca, ma naturalmente, quando ci si ritrova in queste condizioni, non puoi fare a meno di accontentarti, pur di sopravvivere.

In questo totale degrado ciò che mi sconvolge di più è alzare lo sguardo verso la terra di nessuno: una grande distesa di corpi privi di vita, maleodoranti, che non abbiamo nemmeno la possibilità di seppellire.

Potrei esserci io in mezzo a quell’ammasso di corpi: al solo pensarci, un’incontenibile nausea mi prende all’improvviso e il senso di colpa mi opprime. Guardando a sinistra dalla mia postazione di tiro c’è l’unico albero rimasto, spoglio per la stagione invernale, sotto il quale si trova il corpo di colui che è stato il mio amico più caro e compagno d’avventure fin dall’infanzia. Un vigliacco, sono stato un vigliacco! L’ho abbandonato alla morte senza nemmeno voltarmi. Avevo la possibilità di cercare di salvarlo oppure di morirgli accanto con onore. A volte penso che al suo posto ci dovrei essere io.

Questo non è vivere.

Se chiudo gli occhi, vedo i campi colmi di grano, sento il fruscio degli steli che ondeggiano mossi dal vento leggero, e sfioro con le mie mani le spighe, mentre percorro la stradina che conduce alla mia casa. Vedo mia moglie con il suo bellissimo sorriso e mi accorgo di non averla scordata come temevo: è rimasta bellissima come lo è sempre stata.

Com’è strana la vita! A volte non diamo il giusto valore a ciò che abbiamo fino a quando non lo perdiamo.

Il rumore secco di uno sparo mi riporta alla realtà tanto crudele.


Voglio vivere.

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