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Pablo Neruda

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Inserita da Admin il 14/08/2007 15.46.18 | Fonte: | Link:

 

PABLO NERUDA

Nato nella cittadina cilena di Parrai, Neftali Ricardo Reyes si distingue nel panorama letterario dimostrandosi un precocissimo poeta di successo. A soli 17 anni, infatti, ottiene a Santiago i primi riconoscimenti in campo artistico, decidendo di assumere in seguito lo pseudonimo di Pablo Neruda (nome ispirato all’artista praghese Jan Neruda) per ingannare il padre José, poco incline alle sue aspirazioni. Dal 1923 in poi, l’esistenza del poeta può condensarsi in un tripudio di vita vissuta intensamente, dove politica attiva (era nel corpo diplomatico) e passione letteraria riescono a strapparlo dalla patria per renderlo cittadino del Mondo. Un viaggio crudo, reale, ma anche profondamente romantico come la sua poesia, lo vede proiettarsi in Paesi esotici quali Ceylon, Indonesia, Singapore, culminando nel 1934 con la sua permanenza nella Spagna del futuro amico Federico Garcìa Lorca, arroventata dalla guerra civile.

E proprio nella sua esistenza errabonda, ritroviamo la vera peculiarità della poesia di Neruda, una poesia tesa a condividere le vaste proporzioni dei suoi orizzonti di vita, sopra ogni regola sociale codificata.

Anticonformista, ma radicalmente legato al suo indimenticato universo iberico-americano, sa rimanere indifferente alla corrente artistica del Surrealismo, imperversante  nell’Europa del primo ‘900, grazie ai suoi precursori Rimbaud e Apollinaire, ai quali trovano seguito i versi di Breton, Péret, Aragon e molti altri. Il pensiero anarchico dell’emergente movimento letterario, volto a conquistare la perduta libertà totale dell’individuo, sprofondando nelle oscure zone dell’inconscio per prendere possesso di sé, sembra infatti non appartenergli.

A Neruda piace vestire la propria poesia di colori, di odori, di suoni della natura, lontano dal rispetto di ogni tradizione letteraria come da schemi retorici. Nei suoi versi ritroviamo la prolissità e la grande padronanza lessicale di Whitman e Hugo, forse gli unici punti di riferimento del poeta fin dalle sue prime composizioni. Ma Neruda ha qualcosa in più. Il suo ostentato materialismo è si mistico, di natura estatica, ma palesa un’esperienza delle cose quotidiane, che i suoi archetipi artistici non possedevano appieno.

Nel 1945 torna in patria, dove una volta eletto senatore, entra a far parte del Partito Comunista. Per circa tre anni partecipa con dedizione alla vita politica, poi, destituito dalla carica, si vede costretto a lasciare il Cile per sfuggire all’arresto.

Esiliato, sceglie l’Italia, ritrovando nella penisola nuova linfa per la sua ispirazione.

Nel 1952 viene revocato il suo mandato di cattura, ma Neruda decide di passare nella solitudine l’ultimo periodo della sua vita.

Su Isla Negra il poeta riesce a dare il meglio di sé. Il suo piccolo mondo ricco d’oceano e natura lussureggiante lo coccolano, lo stringono in un intimo abbraccio, facendolo sentire appagato. Il “Memoriale” che realizza in questi anni ci restituisce un Neruda vitale, senza segni di stanchezza. Nelle sue composizioni si riesce a ripercorrere fino in fondo il cammino evolutivo dell’artista, accorgendosi sempre più che la sua poesia non si rivolge mai agli occhi di uno spettatore, ma all’orecchio di un ascoltatore. In esse si riprende infatti un‘antichissima categoria poetica, rimasta ignota all’estetica classica: il timbro.

Il ritmo non è determinato da una legge metrica qualsiasi, ma da un timbro che continuamente muta, anche all’interno di una stessa strofa, restando pur sempre moduli di un’unica voce.

Nel 1971 gli viene conferito il Premio Nobel per la Letteratura e due anni dopo, il 23 settembre del 1973, corona il viaggio della sua esistenza con la morte… l’unica vera certezza, che lo consegnerà per sempre trionfante al suo amato Mondo, fatto di poesia e realtà.

 Luca Artioli

“La Poesia” di Pablo Neruda (dal “Memorial de Isla Negra”)

 

Accadde in quell’età… La poesia
venne a cercarmi. Non so da dove
sia uscita, da inverno o fiume.
Non so come né quando,
no, non erano voci, non erano
parole né silenzio,
ma da una strada mi chiamava,
dai rami della notte,
bruscamente fra gli altri,
fra violente fiamme
o ritornando solo,
era lì senza volto
e mi toccava.

Non sapevo che dire, la mia bocca
non sapeva
nominare,
i miei occhi erano ciechi,
e qualcosa batteva nel mio cuore,
febbre o ali perdute,
e mi feci da solo,
decifrando
quella bruciatura,
e scrissi la prima riga incerta,
vaga, senza corpo, pura
sciocchezza,
pura saggezza
di chi non sa nulla,
e vidi all’improvviso
il cielo
sgranato
e aperto,
pianeti,
piantagioni palpitanti,
ombra ferita,
crivellata
da frecce, fuoco e fiori,
la notte travolgente, l’universo.

Ed io, minimo essere,
ebbro del grande vuoto
costellato,
a somiglianza, a immagine
del mistero,
mi sentii parte pura
dell’abisso,
ruotai con le stelle,
il mio cuore si sparpagliò nel vento.

 


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